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EMERGENZA 24 Aprile Apr 2015 1300 24 aprile 2015

Migranti, Amnesty: «L'Ue li condanna in silenzio»

Piano inadeguato. Che salva la faccia e non le vite. Amnesty a L43: «Un insulto per chi annega». E poi: «Dall'Europa serviva una missione umanitaria».

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Avevano accolto i leader europei arrivati a Bruxelles per il summit d'emergenza sull'immigrazione con una marcia funebre. Decine di persone si erano accodate in una processione di un'ora lungo un percorso di due chilometri. Al centro un gruppo di attivisti di Amnesty international portava sulle spalle casse da morto in legno chiaro. Attorno il resto del corteo sventolava cartelli e bandiere dell'Unione europea con le 12 stelle sostituite da altrettante croci tombali.
IL PIANO SALVA-FACCIA. Ma la protesta dell'organizzazione per i diritti umani contro il Consiglio Ue non è bastata. L'ultimo tentativo di spingere i capi di Stato e di governo europei a cambiare rotta e fermare le bare e le croci della strage nel Mediterraneo, dicono da Amnesty, è fallito.
Gli attivisti chiedevano un'operazione umanitaria di soccorso internazionale, una Mare Nostrum a livello comunitario. Invece i leader Ue hanno optato per il compromesso. Hanno deciso di triplicare le risorse dell'operazione Triton prevedendo che possa compiere anche operazioni di 'search and rescue', cioè di salvataggio. Di fatto l'accordo lascia ai militari in missione la libertà di superare la famosa soglia delle 30 miglia per recuperare i profughi. Ma sulla carta, dice Amnesty, Triton rimane quello che era: un'operazione di pattugliamento dei confini. «Nessuno si faccia prendere in giro», commenta Iverna McGowan, direttrice operativa dell'ufficio di Bruxelles. «L'Europa ha salvato la faccia, non le vite».

La manifestazione di Amnesty international a Bruxelles (©Gettyimages).

La richiesta di Amnesty: un'operazione Mare Nostrum europea

La decisione di triplicare i fondi destinati a Triton, portandoli da 2,9 milioni di euro al mese a circa 9, dice McGowan, non cancella l'atteggiamento «vergognoso» tenuto dai Paesi Ue.
Per il settennato 2014-20 l'Ue ha già stanziato 3,1 miliardi di euro per l'Amif, il fondo per l'asilo, la migrazione e l'integrazione che si occupa «dei flussi, della gestione integrata della migrazione in tutti i suoi aspetti». E altri 3,8 miliardi sono destinati all'Isf, il fondo per la sicurezza interna, che cura la sicurezza delle frontiere esterne e lo sviluppo di sistemi di information technology per la loro sorveglianza.
I soldi per un'operazione più vasta, insomma, c'erano. E con l'aumento dei fondi deciso il 23 aprile a Bruxelles Triton arriva appena a eguagliare Mare Nostrum che costava 9,5 milioni di euro al mese (meno di 120 milioni di euro l'anno).
«UN INSULTO A CHI ANNEGA». «Quello che serve è cambiare obiettivi e aree operative, aumentare navi e aerei. Porre l'accento sul pattugliamento dei confini europei e ignorare l'urgente necessità di salvare chi sta annegando suona come un insulto nei confronti delle migliaia di persone che hanno perso la vita», aveva avvertito Gauri van Gulik, vice direttrice del programma Europa di Amnesty alla vigilia del summit. L'aumento delle navi e degli aerei è arrivato, ma la natura della missione Triton non è stata modificata. «Avere navi nel Mediterraneo funziona solo se sono nel posto giusto come hanno dimostrato i fatali limiti di Triton. Se non si estende il raggio dell'operazione, migranti e rifugiati continueranno ad affogare», chiosa McGowan.

  • Numero di vittime per numero di profughi che affrontano il mare (©Amnesty).

Cosa prevede il documento Ue: un aiuto ai Paesi di frontiera come l'Italia

Il premier Matteo Renzi ha definito l'accordo sui migranti un grande passo per l'Italia e l'Europa. Certo per il nostro Paese si tratta di una svolta: le altre nazioni hanno riconosciuto gli sforzi italiani e hanno acconsentito a condividere il peso delle operazioni in mare come mai prima d'ora, in cambio, però, di un rafforzamento dei protocolli di controllo sull'immigrazione.
SU BASE VOLONTARIA. Il documento Ue prevede, infatti, di aiutare i Paesi cosiddetti di frontiera e considera la possibilità di organizzare la riallocazione dei rifugiati in altri Stati membri, ma solo su base volontaria e per un numero limitato di migranti. Ma chiede ai Paesi di frontiera di affidare le procedure di asilo a team europei che gestiscano le operazioni in maniera congiunta. A che prezzo abbiamo incassato questi risultati? Anche qui sono i dati a parlare.
TRITON INADEGUATO. Nei primi mesi del 2015, tra i migranti che hanno provato ad attraversare il Mediterraneo centrale ne è morto uno su 23. Negli stessi mesi del 2014 ne moriva uno su 50.
L'inadeguatezza di Triton era evidente, al governo italiano come agli altri, eppure i leader europei hanno dovuto attendere queste cifre luttuose per fissare un vertice straordinario sull'immigrazione.
5 MILA PROFUGHI AL MESE. E non sono state nemmeno così coinvincenti. Gli obiettivi fissati a Bruxelles - un programma volontario di accoglienza per 5-10 mila rifugiati - risultano ancora profondamente sottodimensionati rispetto alle stime dello stesso ministero dell'Interno italiano.
Il Viminale, coerentemente con i dati dei primi mesi dell'anno, calcola un ritmo di arrivi di circa 20 mila profughi al mese, 5 mila alla settimana solo in Italia.
LOTTA AI TRAFFICANTI. Il programma di azione Ue si concentra sulla lotta ai trafficanti, prevede un'azione di polizia o militare per affondare i barconi prima che prendano il mare, la cooperazione tra le agenzie europee di sicurezza e intelligence e con le polizie di Paesi terzi per bloccare la tratta e anche il rimpatrio dei migranti per motivi economici.
UN IMBUTO DOVE MORIRE. Ma il paradosso, spiega Mc Gowan, è che un così alto numero di sbarchi sulle coste italiane è anche la conseguenza della chiusura delle frontiere di terra spagnole e bulgare.
L'Europa stessa ha creato sotto di sé un imbuto nel quale gli uomini vanno a morire. L'organizzazione internazionale lo ha scritto nero su bianco nel suo rapporto sull'emergenza nel Mediterraneo, ma i leader seduti al tavolo del summit europeo hanno accantonato la questione. «Se non si appronta un sistema più vasto di gestione dell'immigrazione, se Paesi come Spagna, Bulgaria, Grecia e Turchia non liberano le vie di terra», dice a Lettera43.it McGowan, «l'Unione condanna i migranti alla tortura silenziosa della tratta».

Le risorse usate dai fondi Amif e Isf.

L'unica soluzione è un'operazione umanitaria internazionale

Il documento europeo prevede anche di aumentare il sostegno alle nazioni di origine dei profughi e ai Paesi di transito, «tra gli altri a Tunisia, Egitto, Sudan, Mali e Niger», di coinvolgere a tutti i livelli l'Unione africana e mobilitare tutti gli strumenti possibili, compresa la cooperazione allo sviluppo, in collaborazione con l'Organizzazione internazionale per le migrazioni. Lo scopo della cooperazione, però, è monitorare le frontiere per prevenire l'accesso al Mediterraneo e promuovere la riamissione dei migranti illegali nei Paesi di origine in cambio di fondi.
ACCORDI DA RAFFORZARE. L'idea è proseguire e rafforzare gli accordi su asilo e controllo della mobilità già firmati nel 2013 e 2014 con Marocco, Tunisia e Giordania.
Finora, tuttavia, i tentativi di usare gli aiuti allo sviluppo per bloccare i flussi in partenza da Paesi sconvolti dai disastri umanitari non hanno funzionato. La Siria è 12esima nella lista dei Paesi a cui l'Ue e i suoi Stati offrono aiuti (gli ultimi dati disponibili si riferiscono al 2013).
GLI AIUTI NON BASTANO. Dall'inizio della guerra civile nel 2011, circa 872 milioni di euro sono stati usati per rispondere ai bisogni di accoglienza dei rifugiati nella stessa Siria e nei Paesi vicini come Libano, Giordania, Turchia e Iraq. E a dicembre 2014 l'Ue ha varato un nuovo pacchetto di aiuti per Beirut e Amman da 180 milioni di euro. Ma l'esodo di siriani in fuga dalla guerra non si è fermato. E il relatore speciale per le migrazioni delle Nazioni unite François Crépeau stima l'arrivo di altri 5 milioni di profughi solo per quel Paese.
L'EMERGENZA PEGGIORE. O quegli aiuti sono stati spesi male, oppure, come dicono tutti gli esperti, siamo di fronte alla più grande emergenza umanitaria dalla Seconda Guerra mondiale. E continuiamo a sottostimarla. «La soluzione è una grande operazione umanitaria», conclude McGowan, «e una gestione liberale e regolata dei flussi che risponda ad alti standard internazionali per individuare i rifugiati e sia condivisa dal maggior numero di Paesi possibile». La realtà, però, è che oggi non è condivisa neanche dai Paesi Ue.

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