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CONFRONTO 25 Aprile Apr 2015 0800 25 aprile 2015

Liberazione 2015, quei valori traditi 70 anni dopo

Equità sociale. Libertà. Parità di genere. Ideali del 25 aprile rimasti lettera morta. Basta leggere Pertini, Meneghello, Pavese. Concetti ignorati dai giovani di oggi.

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Sono passati 70 anni, e cosa rimane della Resistenza?
Gli ideali di libertà e uguaglianza sociale che spinsero donne, ragazzi, lavoratori e studenti sulle montagne per combattere i nazi fascisti sono stati realizzati, travisati o semplicemente rimasti lettera morta?
PERTINI: «DIFENDETELA». «Oggi la nuova Resistenza in che cosa consiste», diceva il 'presidente partigiano' Sandro Pertini nel discorso di fine anno del 1983.
«Ecco l'appello ai giovani: di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia».
VALORI NON PIÙ ATTUALI. Nel 2015, un sondaggio Ixè fotografa così la situazione: «Il 58% degli italiani non considera più attuali i valori della guerra di liberazione dal nazi-fascismo. Poco più di un italiano su tre (36%) si rivede ancora in quegli ideali. Inoltre il 51% dice che non parteciperà alle celebrazioni, mentre il 22% dichiara che sarà in una delle tante piazze italiane e un altro 27% sostiene che seguirà la ricorrenza davanti alla tivù».
MATTARELLA INASCOLTATO? Pare dunque che la maggior parte degli italiani non condivida le parole del presidente Sergio Mattarella che ha ribadito: «La Resistenza e la Liberazione sono elementi fondativi della storia repubblicana, un segno distintivo della nostra identità nazionale e un punto di trasmissione di valori tra le generazioni».
Lettera43.it ha tentato allora di fare un 'fact checking' sui generis a partire da frasi, dichiarazioni, citazioni di ex partigiani e scrittori per capire cosa sia rimasto di quella lotta.

Dai «finetti» di Meneghello ai choosy di oggi

Luigi Meneghello.


Luigi Meneghello partecipò alla Resistenza nelle formazioni di Giustizia e Libertà.
Ne I piccoli maestri (1964) il protagonista parla con un altro partigiano, il Castagna.

Domandai quindi al Castagna: «Perché siete qua voi altri?». Il Castagna disse: «Come perché?». «Come mai che vi siete decisi a venire qua?». «E dove volevi che andassimo?» disse il Castagna.
Questo chiuse questa parte dell’indagine. Poi io dissi: «E quando finisce la guerra, cosa pensate di fare?». «Andiamo giù, no?». «E cosa farete, quando siete giù?». «I saccheggi», disse il Castagna.
Annuii con un senso di scandalo non disgiunto dall’ammirazione. M’informai se c’erano dei piani prestabiliti per questi saccheggi.
Mi parve di capire che il Castagna pensasse soprattutto a dei festeggiamenti, un banchetto all’aperto, il tiro alla fune, le corse nei sacchi tra ex fascisti. Sacchi, da cui forse saccheggi. «E poi?», dissi, «dopo i saccheggi?».
Il Castagna si mise a guardarmi, e disse: «Voi siete studenti, no?». Io feci segno di sì, e lui disse: «Si vede subito che siete finetti».
«Castagna», dissi. «Non credi che bisognerebbe provare a cambiare l’Italia? Non andava mica bene, come era prima. Si potrebbe dire che siamo qui per quello». «A dirtela proprio giusta», disse il Castagna, «a me dell’Italia non me ne importa mica tanto». «Ma t’importerà chi comanda a Canòve, no?». Canòve era il suo paese.
Disse che si sapeva già, chi avrebbe comandato a Canòve. «Sentiamo», dissi. «Il sottoscritto», disse il Castagna. «Solo per qualche giorno».
«E dopo?», dissi io. «Dopo andrà su un governo, no?» Gli domandai se non gli interessava che governo andasse su. Il Castagna mi disse di fargli vedere le mani. Gliele feci vedere dalla parte delle palme (perché questa frase in dialetto vuoi dire così) e lui ci mise vicino le sue.
Sulle palme io avevo qualche callo qua e là, ma recente, pallido, avventizio; lui aveva tutta una crosta antica, scura, quasi congenita; non erano calli, ma una mutazione dei tessuti. «Vedi?», disse il Castagna.
«Quando va su un governo, noialtri dobbiamo lavorare». «Anche se fossero fascisti?», dissi. «Eh no, per la madonna», disse lui.
«I fascisti non sono mica un governo». «Già», dissi io. «I fascisti sono...». Cercavo una formula salveminiana. «Rotti in culo», disse il Castagna.
Questo era il suo ethos. Mi disse anche cosa avrebbe fatto se per disdetta tornassero su proprio loro. «Allora», disse, «torniamo su anche noi. Torniamo qua».

Quei «finetti» che dalle facoltà si improvvisarono soldati, ora sono diventati «choosy» e «bamboccioni».
Coloro che rifiutano, nonostante la crisi, lavori precari a 1.300 euro. Magari all'Expo. Ma è solo l'ultima delle polemiche.
MUSSOLINI JR IN PARLAMENTO. E chissà cosa direbbe il Castagna nel vedere Alessandra Mussolini seduta in parlamento difendere il Duce: «Nessuno tocchi mio nonno».
O chiedersi se fare il saluto romano sia ancora reato. «Mi toccherà farlo allora, io non lo facevo da un po’», rispose la forzista. Perché «è una questione di cuore. Lo faccio d'istinto».
E lei non è la sola: allo stesso modo arringavano le platee i vari Gianni Alemanno, i Francesco Storace, e i Gianfranco Fini. Salvo poi pentirsi. L'ex sindaco di Roma ha minimizzato: «Forse è qualcosa un po' di superato, bisognerebbe incominciare a guardare verso il futuro».
Per non parlare delle adunate di CasaPound e Forza Nuova, neo fascisti per definizione, che si uniscono alle manifestazioni della Lega Nord di Salvini.

E la giustizia sociale di Pertini? Non pervenuta

Sandro Pertini.


Il presidente Pertini a più riprese ricordò i valori della Resistenza.
Sempre nel messaggio di fine anno del 1983 si rivolse ai giovani italiani. «Battetevi sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame».

POVERTÀ RECORD. Mentre la libertà pare essere assicurata, il bilancio sulla giustizia sociale è più complesso.
Nel 2014, i poveri in Italia - secondo l'Istat - erano oltre 6 milioni. Circa il 10% dei connazionali erano poveri assoluti, cioè «non riescono ad acquistare beni e servizi per una vita dignitosa».
Una percentuale che se unita ai cosiddetti poveri relativi raggiunge il 16,6% della popolazione. Tradotto: più di 10 milioni di italiani hanno difficoiltà ad arrivare alla fine del mese.
EQUITÀ? ITALIA A PICCO. Non va meglio se si considerano disoccupazione, esclusione sociale, scarsi investimenti in istruzione, salute e lavoro.
Nella classifica europea stilata dal think tank tedesco Bertelsmann Stiftung nel 2014 l'Italia era fanalino di coda in fatto di assicurare eque opportunità di vita, di formazione, di lavoro. Eravamo al 23esimo posto su 28 Paesi, come la Lettonia.
«ONESTÀ E CORAGGIO». Sempre Pertini invitava alla onestà e al coraggio. «L'onestà... l'onestà... l'onestà. [...] E quindi l'appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto. La politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c'è qualche scandalo. Se c'è qualcuno che dà scandalo; se c'è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!».

Parole che suonano lontane, visto per esempio che il parlamento sta discutendo da tempo - appellandosi pilatescamente a costituzionalisti e giuristi - se togliere o meno il vitalizio ai parlamentari condannati.
L'ultima legislatura ha poi avuto un netto miglioramento. Nel 2013 gli eletti che hanno guai con la giustizia è sceso.
I condannati in via definitiva sono sette (prima erano 33, -79%); i prescritti 6; i parlamentari con processi in corso 11; gli indagati 19.
SCANDALI E INCHIESTE PURE NEL PD. Inutile citare le inchieste che hanno scosso la politica. Da Rimborsopoli a Mafia Capitale e Cpl Concordia, solo per citare le più recenti.
Inchieste che non hanno risparmiato la superiorità morale della sinistra, visto che tra gli indagati ci sono pure rappresentanti del Pd.

  • Il discorso di Sandro Pertini del 1983. (YouTube)

Fenoglio, l'uso (il)legittimo del potere. Poi arrivò la Diaz...

Beppe Fenoglio.


Altro romanzo immancabile sulla Resistenza è il Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio (1968).
«Si sentì investito – nor death itself would have been divestiture – in nome dell'autentico popolo d'Italia, a opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell'uso legittimo che ne avrebbe fatto».

L'inebriante somma di potere, per il protagonista, è meno inebriante «dell'uso legittimo che ne avrebbe fatto».
TORTOSA SPREZZANTE. Non la pensava esattamente allo stesso modo Fabio Tortosa, il celerino che all'indomani della condanna Ue dei fatti delle torture - sì, torture - alla scuola Diaz nel corso del G8 di Genova del 2001 ha dichiarato orgoglioso su Facebook che l'avrebbe rifatto 10, 100, 1.000 volte.
«Uno sfogo umano», ha spiegato il sindacato di polizia del quale faceva parte.
«Sono stato chiamato a un'operazione di ordine pubblico alla quale sono intervenuto. Per quella che è stata la nostra realtà operativa, non è successo nulla di quanto sta emergendo erroneamente in questo periodo», si è giustificato l'interessato. Una polemica che gli è costata la sospensione.
CUCCHI, ALDRO E TANTI ALTRI. Ma ci sono altri casi di cronaca che hanno smentito le parole di Fenoglio: quelli di Cucchi, di Aldrovandi, di Uva che hanno evidenziato un uso poco legittimo del potere delle forze dell'ordine.

Ondina, il ruolo (mancato) delle donne

Ondina Peteani.


Un ruolo fondamentale nella Resistenza la ebbero senza dubbio le donne.
Così parlava nel 1989 Ondina Peteani, la prima staffetta partigiana.

Dall’inizio del 1942 una nuova connotazione della donna scaturì dalle nostre riunioni segrete.
Si percepiva in quei pericolosi frangenti l’esigenza crescente di affermare la nostra presenza, il nostro pensiero, i nostri desideri, così lungamente e pesantemente schiacciati nella dittatura fascista, nella quale eravamo oggetto e mai soggetto. [...]
Si trattava delle prime forme di liberazione della Donna. Ragazze, madri, mogli: donne che in larga schiera parteciparono con sacrificio e impegno alla Lotta di Liberazione nazionale.
Il fenomeno crebbe e si sviluppò costituendo i presupposti indispensabili alla rivalutazione della figura femminile nella nuova società sorta dalle ceneri del nazifascismo, nata dal 25 aprile 1945.
Il favorevole pronunciamento in ragione del voto elettorale alle donne rappresentò uno dei primi sostanziali riconoscimenti. [...]
Devo alla Resistenza, alla Rinascita democratica e al mio inscindibile ideale di Libertà il desiderio di continuare ad esprimermi ancora con l’azione ed il pensiero per una società finalmente giusta, Libera ed antifascista, dove l’odio razziale e la prevaricazione rappresentano soltanto il monito di un passato che non deve mai più riaffermarsi.

Ma dopo 70 anni come stanno le donne in Italia? Il nostro Paese si è piazzato al 69esimo posto su 142 per quanto riguarda la parità fra uomini e donne. Lo dice il rapporto Global Gender Gap Report 2014.
In Italia, poi, gli uomini guadagnano in media il 7,2% in più rispetto alle donne: 29.891 euro contro i 27.890 euro l'anno delle colleghe.
SOTTO IL TETTO DI CRISTALLO. Il famoso tetto di cristallo è lontano dall'essere sfondato. Secondo l'ultimo rapporto Istat sul Benessere economico in Italia il gap di genere resta ampio. A febbraio 2014 era occupato soltanto il 46,6% delle donne, contro il 64% degli uomini.
E in parlamento? Mentre si discute se inserire o meno le quote rosa nella legge elettorale, nel 2013 sono state elette 198 donne, pari al 31,4% degli onorevoli. Un record per la nostra Camera.

Primo Levi, mancanza di informazione e nuovi fascismi

Primo Levi.


Di libertà parla anche Primo Levi. In un intervento al Corriere della sera del 1974 metteva in guardia gli italiani: «Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, e in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti».

Sull'informazione basta un dato: l'Italia è 73esima nella classifica mondiale. Leggi bavaglio, editti bulgari, censure e autocensure hanno fatto il resto.
Anche sulla «possibilità e la capacità del cittadino di attuare la volontà» il nostro Paese non brilla.
CITTADINI DI SERIE B. Però bisogna stabilire chi sia il cittadino. Colui che paga le tasse, chi è nato sul suolo nazionale.
O anche chi arriva nel nostro Paese per vivere una possibilità di vita migliore? Le cronache dell'ennesima tragedia del mare e le resistenze all'immigrato parlano da sole.

Revelli, la lotta (inutile) all'ignoranza

Nuto Revelli.


Nuto Revelli, nel discorso per la laurea honoris causa del 1999, dedicò un pensiero ai giovani: «Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell'ignoranza, come eravamo cresciuti noi della 'generazione del Littorio'. Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta».

MA È RECORD DI ABBANDONI. L'ignoranza però è una bestia dura da debellare.
In Europa, gli studenti italiani sono quelli che in percentuale abbandonano di più la scuola.
Con il 17% di abbandoni prematuri, l’Italia segue la Spagna (23,6), Malta (20,8), Portogallo (18,9) e Romania (17,3). Inoltre, sempre secondo lo studio Tackling Early Leaving from Education and Training in Europe realizzato dal network educativo europeo Eurydice e dal Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale (Cedefop), la connessione tra abbandoni scolastici e disoccupazione giovanile è stretta.

Rigoni Stern e la parola «compagno» rottamata

Mario Rigoni Stern.


Anche il linguaggio è cambiato. Basta ricordare quello che Mario Rigoni Stern scriveva nel 2007 ai partigiani dell'Anpi.
«Cari compagni, sì, compagni, perché è un nome bello e antico, che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino «cum panis», che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche
l'esistenza, con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze. È molto più bello compagni che camerati, come si nominano coloro che frequentano lo stesso luogo per dormire, o anche di commilitoni, che sono i compagni d'arme. Ecco, noi della Resistenza siamo compagni, perché abbiamo sì diviso il pane quando si aveva fame ma anche insieme vissuto il pane della libertà, che è il più difficile da conquistare e mantenere».

Quisquiglie si dirà, se confrontate al rispetto della Costituzione. Tant'è.
Strano che nel 2011, il compagno Nichi Vendola Vendola disse: «Nel Pci mi dicevano che non si doveva dire 'amico', che bisognava dire 'compagno'. Ho passato tutta la vita a ripetermi questa frase. Ma ora ho capito che era una stronzata, perché è stato un alibi per molti crimini. Io preferisco stare con molti amici, che mi aiutano a crescere».
VINCE IL POLITICAMENTE CORRETTO. E così il politicamente corretto venne sdoganato. Pure le gloriose Feste dell'Unità furono semanticamente rottamate, salvo poi essere salvate da Matteo Renzi.
Perché brand che funziona non si molla. Eppure dagli invitati alle kermesse del nuovo corso sono stati eliminati gli esponenti della Ditta.
E così alle Festa bolognese che celebra i 70 anni della Liberazione non ci saranno né Pier Luigi Bersani né Gianni Cuperlo. Troppo compagni, evidentemente. O troppo poco amici.

Pavese: «Soltanto per i morti la guerra è finita davvero»

Cesare Pavese.


E dal momento che la Resistenza e la Liberazione continuano a dividere il Paese invece che unirlo, le parole più azzeccate per concludere questa carrellata forse sono quelle amare di Cesare Pavese ne La casa in collina.
«Ora che ho visto cos'è la guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: 'E dei caduti che facciamo? Perché sono morti?' Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero».
Buon 25 aprile.

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