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FACCIAMOCI SENTIRE 27 Aprile Apr 2015 1138 27 aprile 2015

L'Italia ipocrita piange il Nepal e ignora i migranti

Due pesi e due misure di fronte alle stragi. Ma non esistono esseri umani di serie B.

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«...Muorto si'tu e muorto so' pur'io; ognuno comme a 'na'ato é tale e quale».

Google cerca i sopravvissuti del terremoto in Nepal con la piattaforma Finder.

Ho preso a prestito questa frase della poesia A’ livella di Antonio De Curtis (Totò), perché, come aveva anticipato il mitico comico, la morte è brutta, ma non uguale, per tutti.
Neanche nella tragedia gli essere umani riescono a essere equanimi.
La dimostrazione possiamo osservarla proprio in queste ore: stiamo piangendo le vittime del terribile terremoto che ha colpito il Nepal. Si parla di oltre 3.600 morti ma, come succede normalmente in tragedie simili, alla fine se ne conteranno molti di più.
NEL MEDITERRANEO OLTRE 2 MILA MORTI. L’opinione pubblica internazionale si sta mobilitando ed è in corso una gara di solidarietà per aiutare le popolazioni che hanno pagato un così triste tributo al devastante sisma che li ha colpiti. Si organizzano collette e gli stessi social network diffondono un sentimento di solidarietà che è certamente nobile e apprezzabile anzi dovuto (soprattutto se sincero e non puramente formale o di facciata).
Negli ultimi anni però sono morti nel Mediterraneo più di 2.500 esseri umani e non bisogna essere facili profeti per immaginare che il tristissimo tributo alla voglia di accedere a una vita migliore per quelle popolazioni che hanno la “colpa” di essere nate in una parte sbagliata del mondo non si fermerà qui. Per loro non mi sembra di vedere lo stesso sentimento.
Qualche giorno fa ci sono stati in un solo colpo oltre 900 morti a causa di un barcone che si è rovesciato ma non ho visto lo stesso livello di solidarietà.
In questo secondo caso ho sentito parlare di bombardare i barconi prima che prendano il mare, il rifiuto di intere comunità di ospitare alcuni migranti, insomma prevale lo spirito militare per risolvere il problema con la forza. Certo non bisogna dimenticare, come ha twittato recentemente Vittorio Zucconi, «di ringraziare gli essere umani che assistono i disgraziati ripescati dal mare senza cercare voti, applausi o soldi». Purtroppo però, per quanto nobile, si tratta di una sparuta minoranza.
TANTA IPOCRISIA DAVANTI ALLE TRAGEDIE. Credo non sia necessario sottolineare una certa ipocrisia in questo atteggiamento. L’attenzione all’essere umano e alle sue vicissitudini o è un valore oppure non lo è.
Le stesse persone non posso piangere le vittime del Nepal e fregarsene di quelle che muoiono affogate nel Mediterraneo. A meno che la solidarietà verso i nepalesi non sia più formale che sostanziale. Nel senso che qualora avessero bisogno di lasciare la propria terra per cercare un futuro migliore dalle nostre parti sarebbero trattati alla stessa stregua degli altri migranti.
Siamo forse oggi solidali con loro solo perché immaginiamo che restino comunque nel loro Paese? Il Nepal è lontano, molto più lontano dei Paesi nordafricani per cui non c’è la paura che possano arrivare da noi. Per questo ai loro morti e alle loro disgrazie potremmo fare più attenzione.
Molti non assumono come priorità l’essere umano ma solo quello solo che lo stesso rappresenta. Tutti siamo stati “Charlie” di fronte al vile attentato terroristico alla sede del giornale satirico Charlie Ebdo ma non lo siamo stati altrettanto per i 150 studenti massacrati successivamente in Kenia o per le 2.000 vittime che avrebbe fatto Boko Haram in Nigeria.
CI SONO VITTIME PIÙ VITTIME DELLE ALTRE. Il progressivo e talvolta confuso sommarsi di morti si traduce spesso in una semplificazione dei dati a uso dei mass media che spesso contribuiscono a stabilire la gerarchia delle morti orientando a loro volta l’opinione pubblica. È argomento troppo delicato per essere trattato in questa sede ma la data del 25 aprile, dopo 70 anni, non è ancora una celebrazione condivisa anche perché, in questo caso, la politica esaspera le convinzioni delle parti in causa.
Può sembrare paradossale (e certamente lo è) ma oggi viene più rispettato il disagio di un animale che di un essere umano. Sembra di assistere a un processo di umanizzazione degli animali e di disumanizzazione delle persone.
In qualunque parte del mondo, se un cane o qualunque altro animale è in difficoltà, si scatena immediatamente una gara di solidarietà per assisterlo, per accoglierlo, per adottarlo e quindi per garantirgli le migliori condizioni di vita.
GLI ATTACCHI A GIANNI MORANDI. Per un essere umano non è così. Nella maggioranza dei casi (per fortuna le minoranze ci garantiscono quella dignità alla quale non avremmo altrimenti diritto) il sentimento dominante è che rappresenti un problema del quale nessuno vuole farsi carico.
Recentemente il cantante Gianni Morandi è stato pesantemente attaccato su Facebook perché, a fronte della tragedia dei 900 morti, aveva pubblicato un post che ricordava come anche gli italiani nel secolo scorso erano emigrati con la speranza di un futuro migliore subendo umiliazioni, angherie, violenze.
Una parte di quelle persone possono adesso dirsi solidali con quanto avvenuto in Nepal, in Kenia o in Algeria? E dove sarebbe la coerenza?
Comunque la si pensi, prima di trattare argomenti relativi ai flussi migratori bisognerebbe aver visitato Ellis Island, un isolotto alla foce del fiume Hudson nella baia di New York.
Vi era un antico arsenale militare (dal 1892 al 1954, anno della sua chiusura) ed era il principale punto di ingresso per circa 12 milioni di immigranti accolti negli Usa. Attualmente l’edificio ospita l’Ellis Island Immigration Museum che racconta la storia di quelle persone. Solo dopo averlo visitato si può capire cosa significhi cercare “la terra promessa” e perché tanta gente rischi la vita pur di scappare da una situazione disperata sia a seguito di eventi naturali (vedi Nepal) sia per l’oppressione di altri esseri umani per ragioni politiche, economiche e religiose.
Lo fanno a rischio della vita e per coloro che la perdono portiamo rispetto.
A tutti, almeno da morti.

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