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SCENARIO 27 Aprile Apr 2015 1956 27 aprile 2015

Pd, contro l'Italicum solo 30 deputati

Tanti sono i ribelli dem disposti a opporsi. Insufficienti per fermare il testo. Renzi gongola. Unico rischio lo scrutinio segreto. La diretta del voto alla Camera.

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Matteo Renzi.

La prima regola di comunicazione del renzismo di governo è sempre stata quella di non far accostare parole come “pallottoliere” ai provvedimenti dell'esecutivo. Per un bel po' di tempo il premier e i suoi fedelissimi ci erano pure riusciti, ma ora la minoranza Pd ha rotto l'incantesimo, rendendo praticamente impossibile evitare l'associazione di idee.
Chiarire questo aspetto non è secondario, perché un Matteo Renzi senza più una parte di immagine da difendere, è un Matteo Renzi col coltello tra i denti, pronto a tutto pur di portare a casa il provvedimento cardine di tutte le riforme messe in campo da quando è a Palazzo Chigi. E la determinazione del leader dem - che ha scritto una lettera accorata ai segretari dei circoli Pd - è la chiave per capire cosa potrebbe accadere da qui a una settimana, cioè quando l'Italicum avrà esaurito il suo iter parlamentare, e si saprà se da Montecitorio sarà uscita una nuova legge elettorale o un nuovo governo.
ROSATO: «MENO DI 5 CONTRO L'ITALICUM». Innanzitutto esiste una timeline: l'ha indicata lunedì 27 aprile Ettore Rosato, durante la trasmissione radiofonica Un giorno da pecora. Il vice capogruppo del Partito democratico alla Camera, esperto di regole e cavilli di Palazzo e uomo di grandissima fiducia del presidente del Consiglio, ha parlato apertamente di sette giorni per far passare il testo.
Ma soprattutto si è lanciato in una previsione azzardatissima, assolutamente non usuale al personaggio: «Saranno meno di cinque i nostri deputati che voteranno contro l'Italicum, e tra questi Civati, Fassina e D'Attore».
E se lo dice Rosato (che ha precettato tutti i deputati, senza eccezioni, per il voto sulle pregiudiziali di martedì 28), è Cassazione. Spesso e volentieri, infatti, anche i colleghi di altri partiti si rivolgono al solerte Ettore per chiedere conferma dei numeri d'aula, vista la sua fama di dirigente politico serio e preciso.
SOLO 30 OPPOSITORI PRONTI A VOTARE NO. Ma stavolta Rosato avrà visto giusto? Lettera43.it ha provato a sondare il terreno nelle varie minoranze che costituiscono la galassia Pd, e il risultato sembra dare ragione al deputato triestino, sebbene non nelle proporzioni indicate a Radio2.
Dei 100 oppositori interni a Renzi che siedono alla Camera, solo 30 sarebbero pronti a seguire Bersani, Speranza, Cuperlo e Civati nella crociata contro Renzi. Sono soprattutto i meno giovani, quelli che sentono di aver esaurito la propria esperienza parlamentare con l'arrivo del rottamatore, e prima di consegnare le armi vogliono tirare un ultimo colpo di baionetta verso le truppe in blue jeans e WhatsApp del segretario fiorentino.

L'obiettivo della minoranza? Costringere Renzi alla fiducia

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.

Altri 70 deputati (più Toni Mattarelli di Sel), invece, sarebbero disposti a votare sì pur di «non interrompere il cambiamento del Paese innescato dal Partito democratico», come riferisce una fonte interna ad Area riformista, che a chiusura del messaggio si lascia scappare poi un laconico ma esplicativo «...e la nostra esperienza parlamentare».
Tutto risolto per Renzi, dunque? Niente affatto. Perché il vero obiettivo della minoranza dem, e di una parte consistente di Forza Italia, è costringere il governo a porre la fiducia sulla legge elettorale, e successivamente mandarlo sotto con il voto segreto. Se la strategia riuscisse, si aprirebbe un crisi diplomatica, ma senza fornire al premier le generalità di quelli che lo hanno pugnalato alle spalle. Il delitto perfetto, perché l'ex sindaco di Firenze sarebbe costretto a sparare nel mucchio, rischiando di colpire anche la quota dialogante di minoranza interna al Pd che finora lo ha sostenuto lealmente, spaccando così il partito in vista delle prossime sfide.
IL PREMIER GUARDA ALLE ELEZIONI USA. Perché quello sull'Italicum è solo il primo di una lunga serie di match che il segretario dovrà affrontare da qui all'8 novembre 2016, data in cui si svolgeranno le elezioni presidenziali americane. L'esito della sfida statunitense, infatti, è di fondamentale importanza per gli equilibri politici occidentali, dunque europei, dunque italiani: se vincerà la candidata democratica Hillary Clinton, il premier italiano – da sempre vicino alla terza via di Tony Blair e Bill Clinton – si ritroverà accanto un alleato che può renderlo fortissimo nelle istituzioni continentali, e a cascata in quelle di casa nostra.
Se invece dovesse spuntarla lo sfidante repubblicano (in corsa ci sono il superfavorito Jeb Bush e l'outsider Marco Rubio), per Renzi i grattacapi aumenterebbero a livelli esponenziali.
REGIONALI E SENATO: UNO SCOGLIO DOPO L'ALTRO. Prima di arrivare a quello step, però, il presidente del Consiglio dovrà superare lo scoglio delle Regionali del prossimo 31 maggio, quello parlamentare per far passare la riforma del Senato e del Titolo V, le due tranche di delega fiscale che dovrebbero rimodellare il sistema italiano delle imposte, la riforma della giustizia, le unioni civili e molto altro ancora. Insomma, un lavoro da far tremare i polsi.
E se non passa la sua nuova legge elettorale – che entrerà in vigore dal primo luglio 2016 e renderà obbligatorio il percorso per cancellare il bicameralismo perfetto (il testo dell'Italicum vale solo per la Camera dei deputati) -, anche il resto del programma salterà in aria. Ecco perché, una volta abbattuto il tabù comunicativo del “pallottoliere”, Renzi ha adottato toni epici da sfida finale. E in fondo ha anche ragione: in questa partita si gioca tutto. Almeno fino alla prossima.

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