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MAMBO 28 Aprile Apr 2015 1041 28 aprile 2015

Che tristezza la sinistra che non vuole governare

La minoranza del Pd ha smarrito il meglio della cultura riformista. Il suo unico obiettivo? Mobilitare gli scontenti.

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Matteo Renzi.

Chiediamoci perché la politica che non fa battaglie campali sull’economia e sul lavoro (la riforma Fornero passò senza colpo ferire, il Jobs Act ha avuto una opposizione severa ma non intransigente, non c’è nessuna mozione parlamentare di indirizzo sull’economia), su materie come legge elettorale e riforme istituzionali dà vita a scontri sanguinosissimi.
Una risposta facile, e a dire la verità banale, può essere che queste leggi sono sostanzialmente auto-referenziali, cioè spingono il parlamento a occuparsi solo di se stesso, dei propri membri e del proprio futuro.
La spiegazione più profonda riguarda invece la natura delle forze politiche.
PRIMA C'ERANO LEGAMI DIRETTI COL POPOLO. Nella Prima Repubblica i partiti, grandi o piccoli, nati da una difficile stagione del dopoguerra, avevano legami diretti con il “popolo”.
Dapprima l’urgenza della ricostruzione, successivamente il modello economico da far prevalere (lo scontro fra statalismo e mercatismo), la cultura dei partiti maggiori, produttivisti, industrialisti, sviluppisti, il reticolo di associazioni che circondavano, assistevano o influenzavano la politica facevano sì che l’economia vincesse su tutto.
Infine i partiti erano “ideologizzati”, cioè ispirati a modelli sociali spesso molto contrastanti.
C’era, in sostanza, un primato del Paese reale e dell’economia reale. Anche i sindacati erano orientati sulla stessa linea, persino, accadde con Di Vittorio, si facevano carico di proposte di sviluppo.
SECONDA REPUBBLICA, I PARTITI SI SGANCIANO. La Seconda Repubblica porta alla luce partiti che a poco a poco si sganciano dalla loro base, a cui rinunciano preferendo rivolgersi alla pubblica opinione, al mondo delle tivù, all’elettorato non organizzato dentro una modifica della struttura partitica che fa prevalere le leadership sulla dinamica delle organizzazioni.
Anche i partiti di sinistra post-Pci, pur avendo mantenuto sedi territoriali, piccola burocrazia e aree ampie di militanza, conoscevano il fenomeno della prevalenza del leader. Leader riusciti o mancati, ma tutti hanno lavorato, anche nei partiti che venivano dal passato, a smontare il rapporto fra politica e popolo e a rafforzare quello fra politica, elettorato o pubblico, spesso televisivo.
Questa modificazione potrebbe essere o sembrare una tardiva americanizzazione della politica italiana. Tuttavia anche negli States i partiti, assai diversi da quelli europei, hanno strutture, non pesanti, e meccanismi di selezione, le primarie, che in Italia sono state maldestramente scopiazzate.
IL MORTO MANGIA IL VIVO. Ecco quindi perché il dibattito sulle leggi elettorali diventa la madre di tutte le battaglie. Tutto ciò che la politica non è in grado di fare (immaginare la politica, una società del futuro, un’economia sociale nuova) spinge a dirigere l’attenzione su come la politica riproduce se stessa.
Sono le regole della rappresentanza a dare il quid ai partiti. C’è anche un riflesso di antico, il classico morto che mangia il vivo. La sinistra Pd, che sta disperdendo il meglio della cultura riformista e tipica del Pci, torna al tema berlingueriano della democrazia minacciata.
Nella Prima Repubblica questa era l’ossessione dei partiti di sinistra. Nella Seconda è solo un escamotage per mobilitare il popolo degli scontenti. Questo popolo non vuole governare, è guidato da leader, intellettuali, giornali che non vogliono governare. Non a caso fra di loro i nostalgici di Berlusconi sono più numerosi di quanti se ne contino nel centrodestra.

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