PERSONAGGIO 29 Aprile Apr 2015 1307 29 aprile 2015

Ezio Cartotto: «Leonardo Notte sono io»

La convention di Montecarlo. Le idee del Cav. Gli incontri con Dell'Utri. Cartotto in Publitalia contribuì all'ascesa di B. Ora, con 1992, si rivede in Accorsi (foto).

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Mentre la Prima Repubblica crollava sotto i colpi di Antonio Di Pietro e del pool di Mani Pulite, ai piani alti della sede di Publitalia, un gruppo di ricerca preparava il futuro del Paese.
A due passi dall'ufficio di Marcello Dell'Utri, un uomo, ufficialmente esperto di marketing, studiava le possibili strategie che avrebbero garantito una sopravvivenza all'azienda anche in caso di crollo dei suoi referenti politici tradizionali (guarda la gallery).
FORMATO NELLA SINISTRA DC. Nella serie tivù 1992, andata in onda su Sky, quell'uomo si chiama Leonardo Notte e ha il volto di Stefano Accorsi. Nella realtà, però, il suo nome è Ezio Cartotto, non un laureato in filosofia all'università di Bologna, un ex di Lotta continua, ma un democristiano di sinistra, radicato sul territorio del Nord Italia, chiamato a tenere corsi di formazione per i manager di Publitalia.
Negli Anni 70, quando conobbe Berlusconi e Dell'Utri, Cartotto faceva politica «nel tempo libero, non in orario di lavoro. Era concepita come una missione, da svolgere tutti i giorni, non come una professione. Ma, in questo senso, nel 1992 le cose erano già cambiate».
CONTRARIO ALL'ALLEANZA CON FINI. In quegli anni ha contribuito alla nascita di Forza Italia, superando le resistenze di chi non vedeva di buon occhio un ingresso in prima linea del Cavaliere. Poi, però, qualcosa si ruppe quando Berlusconi scelse di allearsi con la destra missina. La nascita e l'ascesa del partito le ha raccontate in un libro intitolato Operazione Botticelli (Sapere 2000 Ediz. Multimediali), perché così si chiamava il progetto segreto su cui si lavorava a Publitalia.
Per lui ci doveva essere un posto in parlamento o nel governo, ma le vicende frenetiche di quegli anni frenarono la sua ascesa, e ormai, 23 anni dopo, sembra aver lasciato ogni velleità di carriera: «Morirò democratico cristiano», ha detto a Lettera43.it, «non vedo perché dovrei cambiare. Ormai sono stato rottamato da tempo».

Ezio Cartotto.

DOMANDA. Leonardo Notte, il personaggio di Stefano Accorsi in 1992, lavora in Publitalia, ufficialmente come esperto di marketing, ma in realtà prepara la nascita di Forza Italia. Le ricorda qualcosa?
RISPOSTA.
Certamente. È stata l'attività da me svolta in quel periodo, per tutto il 1993 e una parte del 1994.
D. Nella fiction, intorno al progetto di Forza Italia, c'è grande segretezza. Fu così anche nella realtà?
R.
Assolutamente. Era molto più vera di quanto non possa essere sembrato all'esterno. Tanto che la maggior parte dei corsi di formazione andavamo a farli alla Villa Principe Leopoldo di Lugano, fuori dall'Italia.
D. La convention a Montecarlo che si vede in 1992, con Berlusconi che prende la parola e in qualche modo preannuncia la sua discesa in campo, c'è stata davvero, no?
R.
Sì, io c'ero e non ero il solo testimone. È un fatto acclarato. Silvio disse: «Qui gli amici scompaiono e i nemici crescono di numero. Bisogna fare qualcosa».
D. Nell'ultimo episodio di 1992, Notte vede un manifesto con un bambino e la scritta 'Fozza, Itaia'. Forse in molti non li ricordano, ma quei manifesti ci sono stati davvero.
R.
Me li ricordo. Li fece l'agenzia pubblicitaria Testa di Torino. Prima ancora di Forza Italia uscì 'Fozza Itaia'. Credo sia stato un esperimento che evidentemente ha dato risposte positive alle successive ricerche di marketing.
D. Notte, nella fiction, lo commenta dicendo di aver visto il futuro.
R.
Dico la verità, io ero abbastanza perplesso. E come me Giuliano Ferrara. Ci sembrava una cosa più calcistica che altro. Invece aveva ragione lui, come al solito. Quando si tratta di pubblicità Berlusconi è un genio. Non ce ne sono altri come lui in Italia.
D. Nella serie tivù vediamo Marcello Dell'Utri contrario all'idea di un coinvolgimento diretto in politica di Berlusconi. Le cose andarono diversamente?
R.
Sì. Dell'Utri, a mio parere, aveva avuto un'intuizione importante, la creazione di Forza Italia, e il suo apporto fu determinante. Esattamente come il placet di Bettino Craxi. Penso che Dell'Utri avesse qualche aspirazione maggiore per se stesso.
D. In che senso?
R.
Non credo immaginasse di restare a fare il dirigente di Publitalia, come poi è avvenuto, ma si aspettasse di diventare un leader politico. Era l'uomo di fiducia di Silvio e l'idea di creare un partito per difendere le attività economiche del Cavaliere e portare avanti un programma liberaleggiante era stata sua.
D. Non è andata a finire benissimo, con una condanna per mafia. Ha mai avuto il sentore che Dell'Utri o Berlusconi avessero paura che accadesse qualcosa del genere?
R.
Sì. Per tutti lui era il segretario del partito, Berlusconi il leader. Poi iniziarono ad arrivare voci dalla Sicilia, accuse sui legami con Mangano, che per fortuna io non ho mai incontrato. Dell'Utri l'ha definito un martire, io conosco martiri che hanno sofferto di più.
D. Qualcuno contrario al progetto, però, c'era.
R.
Sì, soprattutto i suoi collaboratori delegati a tenere i rapporti con il mondo politico: Fedele Confalonieri a Milano e Gianni Letta a Roma. Era favorevole, molto, l'avvocato Previti, ma anche alcuni esponenti dei partiti, oltre a Bettino Craxi.
D. Anche lei era di quell'avviso. Come mai pensava fosse necessario un intervento diretto in politica del Cavaliere?
R.
Era un momento di cambiamento talmente decisivo che se lui fosse rimasto a guardare dalla finestra poteva capitare che gli cadesse addosso un mattone.
D. Quello che, almeno all'inizio, non era per niente scontato, è che fosse Berlusconi il leader prescelto.
R.
Vero. Il Cavaliere mi raccontò di un incontro con Martinazzoli, leader del Partito popolare, per offrirgli un'alleanza di centrosinistra. Martinazzoli rifiutò. Anni dopo lo incontrai e non volle entrare nei dettagli di quello che fu, a mio avviso, un gigantesco errore.
D. Perché fallì?
R.
Martinazzoli chiese a Berlusconi se volesse un posto al Senato. Il Cavaliere, dai sondaggi, si vedeva oltre il 20%, più dei voti che avrebbe avuto Martinazzoli. Non poteva accontentarsi di così poco.
D. E con Mariotto Segni come andò?
R.
È stato una delusione per tutti, me compreso. In molti avevano visto un appoggio degli italiani al suo referendum sulla preferenza unica e pensavano fosse l'uomo giusto. Come disse Berlusconi: “Segni aveva in tasca il biglietto vincente della lotteria e l'ha perso”.
D. Perché?
R.
Perché dal padre aveva preso la testardaggine, non il carattere deciso. Antonio, aveva un caratteraccio, una volta si ruppe un bicchiere in mano, durante un dibattito. Gli venne un ictus dopo una lite furiosa con Saragat, all'epoca ministro degli Esteri. Lui quell'occasione non se la sarebbe lasciata sfuggire.
D. Era più deciso del figlio.
R.
Assolutamente, non c'è confronto.
D. C'è una battuta in 1992, pronunciata proprio dal suo 'alter ego' Accorsi, che dipinge Segni come inadeguato perché ci mette mezz'ora solo a scegliere il dessert.
R.
Calzante (ride). Probabilmente anche a leggere la carta dei vini. Non voglio insinuare, ma credo sia un amante del buon vino.
D. Poi invece il leader fu Berlusconi.
R.
Non immaginavo che lui, subito e senza un minimo di cursus honorum, andasse a fare il presidente del Consiglio. Nella storia, prima di lui, l'aveva fatto solo Benito Mussolini.
D. Un paragone già fatto.
R.
Sì, come lui Berlusconi ama comandare, non ha tanta voglia di perdere tempo in discussioni. Anche Renzi è un po' così. Ma Mussolini, che ha fatto errori imperdonabili come allearsi con Hitler e promuovere le leggi razziali, meritando di morire nel modo in cui è morto, ha fatto anche delle cose buone per il Paese. Soprattutto sotto il profilo delle politiche sociali e del lavoro.
D. Errori grossi.
R.
Certo, ma se fosse morto nel 1936 l'Italia sarebbe piena di piazze Benito Mussolini.
D. Nonostante l'omicidio Matteotti e lo squadrismo?
R.
Sì, nonostante quello. E guardi che io non sono certo di quella parrocchia. Per anni ho festeggiato il 25 Aprile in giro per l'Italia.
D. Che lei non sia mai stato un uomo di destra è noto. Tanto più che fu proprio la scelta di Berlusconi di allearsi col Movimento sociale italiano e appoggiare Fini a Roma a sancire il suo allontanamento dal progetto.
R.
Ricordo che Craxi, in un colloquio a tre con me e Berlusconi, disse al Cavaliere di allearsi alla Lega al Nord, ma di non fare lo stesso col Msi al Sud. Temeva che avrebbe perso l'appoggio di molti socialisti. E io aggiunsi che anche molti democristiani di sinistra non avrebbero digerito questa mossa.
D. Invece Berlusconi fece di testa sua e scelse Fini.
R.
E credo che se ne sia pentito amaramente. Oggi suoi rapporti con Fini sono peggiori di quelli con Bossi.
D. Per lei fu un duro colpo.
R.
Sono rimasto molto deluso. Nemmeno lui aveva esperienza, e non ebbe la lungimiranza di capire che non doveva accordarsi coi missini. Ma restai ancora qualche mese a sua disposizione, finché non capii che aveva scelto di affidarsi interamente a uomini di Publitalia e Mediaset, che avevano scelto di entrare in politica senza alcuna esperienza. Un rischio eccessivo per il Paese.
D. Che giudizio dà al ventennio berlusconiano?
R.
Quello che era stato un grande innovatore in tivù, in politica non ha saputo innovare niente. Anzi, le cose sono andate di male in peggio. Il suo non è un partito, ma una società per azioni di cui lui è a capo.
D. Ha sempre detto di voler dirigere il Paese come un'azienda, d'altra parte.
R.
Ma finché questo significa che il Paese deve funzionare come un'azienda non è nemmeno del tutto sbagliato. Il problema è quando si pensa che i partiti debbano sparire sostituiti da un management. Senza visione politica non si va da nessuna parte.
D. Lei si è mai pentito, col senno di poi, di aver partecipato alla nascita di Forza Italia?
R.
Certamente mi ha deluso. Molto. Soprattutto con quel contratto con gli italiani firmato davanti a Vespa di cui devo ancora vedere l'attuazione. Il ponte sullo Stretto lei l'ha visto? E non è la cosa più importante. Guardi in che condizione è la Salerno-Reggio Calabria.
D. Eppure lui ha detto di essere stato il miglior presidente del Consiglio in 150 anni di storia italiana.
R.
Sì, e mi arrabbiai pure con lui e forse fu l'ultima volta che lo vidi. Si vantò con me di essere rimasto in carica più a lungo di De Gasperi. Gli dissi: «Silvio, sai benissimo che non conta la durata dell'incarico, ma quello che si fa». Ma come può anche solo paragonarsi a De Gasperi?
D. E Berlusconi se la prese?
R. Forse sì. L'ho sentito fino al 2013, poi lui si deve essere un po' irritato per le mie critiche e non ci siamo più visti. Un po' mi dispiace.
D. Ci sarà un'altra chance per lui o la sua era è finita?
R.
Non credo. Gli uomini più anziani a capo di importanti governi sono stati Churchill, De Gaulle e Franco. Tutti e tre hanno finito la loro esperienza politica intorno agli 80 anni d'età. Lui ha perso l'autobus quando ha deciso di fare un passo indietro, senza la necessaria protezione. Davanti al crollo delle Borse ha scelto di salvaguardare le sue aziende. Il solito conflitto d'interessi.
D. Quello c'era, dunque. E le toghe rosse?
R.
Credo che qualcosa di vero e fondato ci sia. Troppi casi, troppa giustizia a orologeria da Di Pietro in avanti. Magistrati che hanno smesso la toga e il giorno dopo sono entrati in politica. Bisognerebbe cambiare la Costituzione per mettere a freno questa moda.
D. E il caso Ruby?
R.
Sono andati a guardare nella sua camera da letto attraverso il buco della serratura. Due persone adulte e consenzienti possono fare quello che vogliono, nella loro vita privata.
D. Adulte e consenzienti, appunto.
R.
Ma sapere se quella Ruby avesse quattro mesi in più o quattro mesi in meno...
D. Di Renzi che ne pensa? Assomiglia un po' a Berlusconi?
R.
Sì. L'ho incontrato solo una volta, nel giorno della traslazione della salma di Giorgio La Pira. Lo incontrai, gli diedi il mio libro sull'Operazione Botticelli e gli dissi di studiarselo. Poi parlai con Berlusconi e gli dissi: «Silvio, questo mi sembra un comunista diverso, uno con cui si può dialogare».
D. E anche Berlusconi ne è stato conquistato.
R.
Sì. Credo abbia fatto il tifo per lui alle primarie del centrosinistra, poi ci ha dialogato attraverso Verdini. Sapete tutti chi è Verdini... io non dico altro. Non credo sia la persona migliore per gestire queste cose.
D. Adesso però sembra vacillare anche il Patto del Nazareno.
R.
Berlusconi è sempre stato geloso dei suoi intermediari. Dà loro l'incarico di dialogare con altre parti, e se hanno successo diventa geloso di loro.
D. Vuole essere il protagonista, sempre.
R.
Come disse Montanelli, non si accontenta di fare il presidente del Milan, vorrebbe essere ciascuno degli 11 giocatori e possibilmente anche l'arbitro. Credo sia per questo che anche ora è in difficoltà con Fitto e Verdini.
D. Dobbiamo aspettarci un ventennio renziano?
R.
Ho grossi dubbi. Renzi ha dalla sua l'età e un partito. Berlusconi era più anziano e non aveva un partito. Però si trova ad affrontare una situazione economica drammatica. Non siamo la Grecia ma la stiamo diventando, se non superando.
D. Chi può essere il suo rivale? Grillo?
R.
Grillo ha buone intuizioni, come il reddito di cittadinanza, ma ancora non ha imparato a fare politica. Gli serve una classe dirigente, qualcuno ce l'ha già, ma non basta. A volte si lascia andare a populismi come la proposta di Dario Fo al Quirinale. Per fortuna Fo, che è uomo di cultura, ha rifiutato. Non era adatto al ruolo, Mattarella lo è.
D. E la Lega? Anche la Lega è cambiata.
R. La Lega ha inciso sulla politica italiana più di Berlusconi, perché ha contribuito al dibattito sul federalismo. Ritengo Bossi ancora un animale politico, nonostante l'ictus che l'ha colpito. Uno che ha ancora da insegnare a Salvini e Maroni.
D. Lei ha assistito alla fine della prima Repubblica e all'inizio della Seconda. Ora ci stiamo preparando alla terza?
R.
Me lo auguro. Me lo auguro davvero.

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