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DIPLOMATICAMENTE 30 Aprile Apr 2015 1523 30 aprile 2015

Re Salman volta pagina, l'Arabia Saudita ora è più forte

Con le ultime nomine il sovrano inaugura il salto generazionale. Tanto temuto in Occidente. E va verso il rafforzamento della propria posizione. In Medio Oriente ma anche nell'Est asiatico.

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Salman bin Abdul Aziz, nuovo re dell'Arabia Saudita.

Il regno degli Al Saud non cessa di smentire le tante Cassandre che nel tempo prefigurano scenari inquietanti sulla sorte della Casa reale saudita esaltandone le ragioni di fragilità politico-istituzionale.
E non cessa di stupire l’immaginario collettivo del mondo con azioni che pur maturate nel tempo diventano di dominio pubblico come fulmini a ciel sereno.
Il penultimo esempio lo ha offerto lo stesso Re Salman, succeduto ad Abdallah il 23 gennaio scorso che nei suoi primi atti ha mostrato una energia, una determinazione e una visione strategica assai poco compatibili con l’immagine che ne era stata diffusa - dal solito “conoscitore” della Casa reale - di un monarca debilitato da una progressiva demenza senile.
IL RIMPASTO DI RE SALMAN LASCIA IL SEGNO. Certo, ha inaugurato il suo regno con la tradizionale regalia ai suoi sudditi, ma ha anche proceduto a un incisivo rimpasto del governo e la creazione di organismi collegiali chiamati a coadiuvarne l’azione e ha avviato un significativo aggiornamento nel posizionamento del Paese nel contesto regionale e internazionale.
L’attacco agli Houthi in Yemen, condotto alla guida di una rilevante coalizione araba e legittimato dal voto delle Nazioni Unite, il rafforzamento della sua posizione di primus inter pares tra i Paesi arabi e islamici del Medio Oriente e l’accelerazione impressa all’ampliamento del suo orizzonte strategico politico ed economico verso i colossi dell’Est asiatico, ne sono stati indicatori di tutto rispetto.
L’ultimo esempio ci viene però dalle nomine di queste ultime ore, rappresentative di una decisa svolta politico-istituzionale, di tre in particolare: il Principe ereditario, il suo vice e il ministro degli Esteri.
ADEL NON APPARTIENE ALLA CASA REALE. Parliamo prima di Saud al Faisal, il più longevo ministro degli Esteri del mondo. Alla guida della diplomazia saudita dal 1975, era malato da parecchi anni e certo ha visto con sollievo la decisione del re Salman di sostituirlo e di gratificarlo tenendolo al suo fianco in una prestigiosa posizione di “consigliere”.
L’ho conosciuto piuttosto bene questo signore, sempre garbato e attento – sulla sua competenza non si discute naturalmente – cui ho presentato la copia delle mie lettere credenziali nel 2003 e che ha sempre dimostrato un’attenzione personale verso l’Italia.
Viene sostituito da Adel Al Jubeir, un brillante diplomatico 50enne che raccoglie un’ingombrante eredità, soprattutto nei rapporti con mondo arabo e islamico, e che avrà nella sua lucida assertività e nei suoi legami con l’Occidente, Usa in testa, ma anche Europa, le sue azioni più remunerative. Interessante annotare che Adel al Jubeir non appartiene alla Casa reale.
UNA SQUADRA DI GOVERNO A TRAZIONE LAICA. Con lui la squadra degli uomini di governo “laici” si incrementa significativamente e mi piace associarlo ad Ali bin Ibrahim Al-Naimi, il potente ministro del Petrolio dal 1995, anche lui laico, e da ultimo protagonista della grande sfida produttiva lanciata da Riad (via Opec) che ha portato alla caduta verticale del prezzo del greggio.
Ha certamente sorpreso la nomina del figlio 30enne del re Salman a vice principe ereditario. Carriera folgorante all’interno della gerarchia di Casa reale, Mohammad bin Salman si guadagna i primi galloni nel settore privato e filantropico per poi approdare all’ufficio del padre (2009) quando questi era governatore di Riad. Gli succede nel ruolo di ministro della Difesa mentre si fregia del titolo di suo consigliere speciale quando Salman diventa re e assume il ruolo di capo della Corte. Insomma, un uomo che dovrà dimostrare tutta la sua capacità e dedizione alla Casa – e al nuovo principe ereditario – se vorrà mantenersi in sella nel tempo lungo che gli si profila.

La corsa alla nomina di Principe ereditario

Hassan Rohani e Barack Obama.

Ma la notizia che ha fatto decisamente più rumore è stata la nomina a Principe ereditario di Mohammed bin Nayef. Succede a Muqrin bin Abdul Aziz, che aveva il torto di essere fratellastro e non fratello dello stesso letto di re Abdallah e dunque estraneo al cosiddetto “clan dei Sudeiri”, del gruppo più forte dei figli del capostipite degli Al Saud che si sono passati lo scettro tra loro, da fratello a fratello. Abdallah lo aveva nominato a quel posto in un afflato di solidarietà fraterna ma il clan dei nipoti gli ha sbarrato la strada.
«Abbiamo deciso di di corrispondere al desiderio di sua Altezza di essere esonerato dalla sua posizione», recita il comunicato ufficiale che annuncia anche la sua conseguente rinuncia all’incarico di vice-primo ministro.
MOHAMMED, LO ZAR DELL'ANTITERRORISMO. Tornano dunque in forza i nipoti “Sudeiri” e viene innalzato sugli scudi della successione il suo rampollo più autorevole e influente, un uomo in grado di offrire un pedigree di tutto rispetto anche termini di incarichi svolti.
L’ho conosciuto quando svolgeva funzioni viceministro dell’Interno nel 2004, in una fase molto calda della minaccia terroristica di al Qaeda che il padre, allora ministro dell’Interno, stava affrontando con tutta la durezza di cui era capace, in sintonia con la famiglia religiosa.
Mohammed gli è succeduto mostrando il pugno di ferro del padre, ingentilito però da un elegante guanto di velluto. La sua azione gli ha guadagnato l’appellativo di “zar dell’antiterrorismo” saudita, lui che era scampato ad un attentato di al Qaeda nel 2009. A lui si deve, in concorso col re e il figlio ministro della Difesa, la strategia che ha condotto Riad a pilotare la coalizione araba negli attacchi agli Houthi yemeniti e a ottenerne il sostegno americano a livello logistico e di intelligence e ora anche navale all’imbocco di Bab el Mandeb.
IL RINNOVAMENTO DELLA VITA POLITICA. Da adesso sarà in qualche modo l’alter ego di un re Salman capace di aver innovato tanti aspetti della vita politica e sociale del Paese in breve tempo e di aver ora inaugurato il tanto temuto – soprattutto da parte occidentale – salto generazionale. Senza particolari scossoni, nel più tradizionale stile felpato e velato della Casa. Confermando che la sua capacità di tenuta e resilienza è ben più forte di quanto non si pensi in Occidente e che con queste nomine l’Arabia Saudita si muoverà con più determinazione di prima in direzione di una crescente volontà di affermazione del suo ruolo: a livello regionale, in chiave di aggiornata coesione inter-araba e intra-sunnita (leggasi Turchia) e di confronto con Teheran; aggiungendo cruciali assi portanti (Asia) alla sua consolidata strategia geopolitica e geoeconomica e cercando di innalzare la sua bandiera islamica, a livello internazionale,
Il tutto alla vigilia dell’incontro di Camp David tra Obama e i rappresentanti del Golfo sulle implicazioni dell’auspicato Accordo sul nucleare iraniano. Il tutto mentre il Califfato sembra tutt’altro che in ritirata, malgrado gli annunci del Pentagono, Bashar al Assad (Siria) sta perdendo qualche colpo e Abadi (Iraq) si divide tra Washington e Teheran.
Il tutto mentre l’egiziano al Sisi, grande alleato e debitore del Golfo, cerca di accreditarsi come potenza stabilizzatrice nel Mediterraneo in nome di una rischiosa strategia anti-terroristica anche in Libia.

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