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BASSA MAREA 4 Maggio Mag 2015 1636 04 maggio 2015

L'Italicum è figlio di 70 anni d'immobilismo

La Costituzione è stata dipinta come intoccabile. Mentre era una Carta di compromesso. Un approccio che ora fa il gioco di Renzi.

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Il premier Matteo Renzi.

«Gli italiani hanno solo memoria per le loro squadre di calcio. La vera memoria storica degli italiani è il calcio», ha detto Andrea Camilleri, e probabilmente ha ragione.
Molti italiani sono ora o scandalizzati o preoccupati – e a volte con qualche ragione, si può sostenere - per l’Italicum, la riforma elettorale e costituzionale fortemente voluta dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Ma tanta preoccupazione odierna sembra non tenere conto del modo strumentale con cui i temi costituzionali sono stati trattati in Italia per decenni, fino ad arrivare al singolare narcisismo, pronunciato anche in alto loco, della “Costituzione più bella del mondo”, quindi intoccabile.
Perbacco, con un Paese distrutto e affamato e un’eredità terribile, avevamo scritto nel 46-47 la 'più bella del mondo'? Possiamo giusto dircelo da soli, e nessun altro ci crede. Né più bella né più brutta.
I DUBBI DEI COSTITUZIONALISTI. Ripercorrere come si è arrivati a posizioni così fantasiose, e immobiliste, aiuta a capire come mai ora Renzi, che vuole rafforzare l’esecutivo in genere e il suo in particolare e quindi in questo senso cambiare la Costituzione, ha ora - per una sorta di nemesi storica - una mano vincente.
I costituzionalisti di ogni tendenza si sono già espressi e hanno manifestato vari dubbi. Con l’Italicum viene introdotto un nuovo meccanismo elettorale su un sistema dove al momento esiste un solo partito sufficientemente grosso e sufficientemente consolidato, il Pd, mentre il meccanismo può funzionare decentemente solo su una realtà consolidata di bi o tripartitismo, per cui se nessuno arriva al 40% (qui scatta il premio di maggioranza) e si va al ballottaggio fra i due primi classificati sarà comunque uno schieramento chiaramente strutturato e affidabile a vincere e a governare tranquillo grazie al premio di maggioranza.
IL CONFRONTO CON LA 'LEGGE TRUFFA'. Che è ben più del premio della “legge truffa” degasperiana del 1953 che poi truffa non era anche se di impossibile gestione nel clima di quegli anni. Sempre di un 15% di premio si tratta, allora e oggi, ma per averlo allora occorreva il 50% più uno dei voti, mentre oggi potrebbe andare, e al secondo turno che è già una sorta di premio per i partiti maggiori, a chi nel primo turno ha preso molto, ma molto meno del 40%.
Il secondo partito affidabile, secondo molti, nell’Italia odierna non c’è, per vari e diversi motivi. L’Italicum vede ora un solo possibile vincitore, e vincitore sicuro al ballottaggio, il Pd, e l’alternativa di un futuro diverso governo, al massimo dopo due legislature renziane o comunque Pd (la terza legislatura consecutiva di potere a uno stesso partito in genere puzza e in Italia ammorba), è tutta da inventare. A meno di non pensare a un Grillo o, chissà, a un Salvini.
Se si aggiunge che il sistema rafforza moltissimo il candidato premier, lo rende di fatto di investitura popolare, e riduce il ruolo del Quirinale, si vede come qualche dubbio sia legittimo.

La nostra è una Carta costituzionale di compromesso

Alcide De Gasperi (1881–1954) è considerato uno dei padri della Repubblica italiana.

Ma come può succedere tutto questo? Bisognerebbe chiederlo per cominciare a chi ha cercato di immobilizzare la Costituzione in una teca, l’ha esposta all’adorazione pubblica, e l’ha trattata già a suo tempo come il pilastro di una Città del Sole.
E non invece come una Carta inevitabilmente di compromesso e che poteva reggere tre diversi esiti: una democrazia occidentale in senso stretto, una democrazia occidentale rivisitata dalla Dottrina sociale della Chiesa cattolica, e una democrazia “progressiva”, cioè socialista sempre meno alla sovietica ma non meglio chiarita, come disse il Pci da Togliatti a Berlinguer e oltre.
UN ESECUTIVO DEBOLE TROPPO A LUNGO. Ha vinto, per come sono andate le cose in Europa, la prima ipotesi, democrazia occidentale ed europea, dell’Ue, in senso stretto.
Ma nel tentativo di tenere aperte le altre due, e soprattutto la terza, sempre meno credibile, sono stati rintuzzati troppo a lungo, anche quando ormai si era fuori tempo massimo, tutti i veri tentativi di revisione costituzionale, per quanto cauta.
Numerose modifiche, nessun cambiamento anche là dove appariva a tratti a quasi tutti necessario, vedasi i poteri dell’esecutivo.
Siamo rimasti così troppo a lungo con un esecutivo debole, cosa comprensibile e giusta per una nazione che usciva dalla dittatura, ma per 10 o 20 anni al massimo, non per 70. Settanta, non dimentichiamolo.
LA CRESCITA DEL CONSOCIATIVISMO. Con un regime assembleare inefficientissimo e che si coagulava sulla spesa pubblica, essenzialmente, un po’ a te e ai tuoi un po’ a me e ai miei. E con quel consociativismo così chiaramente iscritto nel testo costituzionale, comprensibile nell’Italia attonita e già spaccatissima del primo dopoguerra, e imperante dopo la fine della breve era degasperiana, per cui tutti dovevano essere d’accordo in qualche modo.
Il vecchio Pci ha avuto in tutto questo un ruolo particolare perché il voto del 18 aprile 1948 gli fece capire che mai (il 'mai' umano, 20-30 anni e forse più) avrebbe avuto la maggioranza, ma quello del 1953 gli fece capire che avrebbe potuto mantenere una forte presenza e lentamente accrescerla. Alla fine di quel decennio il consociativismo diventava la norma.
Nel frattempo la democrazia “progressiva” si allontanava lentamente nelle nebbie dell’Est. Ma il consociativismo che così bene Luigi Longo espresse («senza il Pci non si governa» e «partito di lotta e di governo») cresceva.
LA SVOLTA TARGATA RENZI. Stava bene alla Dc, con posto a capotavola garantito dalla Guerra Fredda. I suoi governi cambiavano veloci, ma i suoi boiardi restavano nell’industria di Stato. La Costituzione era intoccabile. I deboli presidenti del Consiglio no.
Chi comandava? «Noi», diceva in coro l’“arco costituzionale”, altra espressione sintomatica. E quel “noi”, per alcuni aspetti sopravissuto anche alla fine della Prima Repubblica, ha provato vari sistemi elettorali, negli ultimi 25 anni.
Sono cambiate molte cose, in Italia e altrove, ma assai poco la Costituzione. E ora è arrivato da Firenze un giovanotto che, con metodi strettamente costituzionali, dice: comando io, e la cambio. E gli italiani sembrano disposti a dargli per ora il credito necessario. Anzi, glielo hanno già dato.

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