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EDITORIALE 4 Maggio Mag 2015 1130 04 maggio 2015

Per Berlusconi conta più il Milan dell'Italicum

All'incontro con Bee ci va con due forzisti. Perché prima viene l'azienda, poi il partito.

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Silvio Berlusconi e Bee Taechaubol.

Succede questo. Che nei giorni caldi in cui la politica si divide sulla legge elettorale, prefigurando persino inedite alleanze tra destra, grillini e minoranza Dem contro l'odiato Italicum, Silvio Berlusconi se ne sta in tutt'altre faccende affacendato.
Infatti si sta occupando a tempo quasi pieno del Milan (il quasi è d'obbligo perché contemporaneamente tratta con Murdoch sulla tivù), tanto ambito da esotici investitori (cinesi, thailandesi) quanto svilito sul campo dove da troppo tempo non ne imbrocca una.
La cosa curiosa è che nella trattativa con il signor Bee Taechaubol, algido mediatore per conto di non si sa ancora bene chi, ci sono un paio di onorevoli della Repubblica e dell'Europarlamento.
DUE FEDELLISIMI DI FI ALL'INCONTRO CON BEE. Uno è Valentino Valentini, che nel tempo è stato una sorta di ministro degli Esteri di Silvio, nonché uomo tuttofare accreditato alla corte di Putin, dove s'è fatto una cultura di gas, pipeline e dintorni.
L'altra, incredibile dictu, è l'ex deputata europea Licia Ronzulli, un passato da infermiera prima di restare folgorata sulla via di Forza Italia.
A che titolo Licia sia della partita non è dato sapere. Il Corriere doviziosamente ci informa della sua indefessa spola tra l'Hotel Park Hyatt, dove Bee ha eletto il suo quartier generale milanese, e l'arcorese Villa San Martino.
Ora, come e perché la signora Ronzulli sia arrivata a occuparsi della vendita del Milan è mistero che nessuna cronaca ha ancora svelato.
FORZA ITALIA SI CONFERMA PARTITO AZIENDA. In attesa di far luce (è amica di mister Bee? L'ha delegata Silvio in persona. Parla il thailandese?), occorre notare come la partecipazione dei due politici alla trattativa confermi la contestatissima - dai berlusconiani – teoria del partito azienda.
Ovvero che Forza Italia, sin dalla sua nascita, è soltanto la prosecuzione e la salvaguardia degli affari del Cav con altri mezzi, ovvero la politica.
Se poi questi mezzi sono pagati dai contribuenti, per Silvio è ancora meglio. Quelli che gli americani chiamano tax payers stanno infatti stipendiando da anni due degli avvocati di Silvio, da lui inopinatamente fatti eleggere in parlamento.
Ma Ghedini e Longo, giusto per non fare nomi, più che nelle aule parlamentari hanno fissa dimora in quelle giudiziarie. Per tralasciare tutto il coté cene eleganti il cui emblema, Nicole Minetti, è stato piazzato al Pirellone dove, non contenta dello stipendio, ha pure messo in conto una serie di spesucce per cui ora è sotto processo per truffa e peculato.
PRIMA LA FININVEST, POI LE QUESTIONI POLITICHE. Naturalmente, quando si parla di partito azienda, si sa in partenza che viene prima l'azienda del partito.
Della cosa il suo fondatore e mentore sta dando in queste settimane convincente prova. Siamo in campagna elettorale, si vota a fine mese in molte regioni cruciali, e Silvio si guarda bene dallo spendersi a sostegno dei candidati. E se comprendiamo che nel Far West Puglia non ci voglia mettere piede, non si capisce perché non abbia ancora fatto una capatina in Liguria, Campania o Veneto.
Magari non ha tempo, magari non gli interessa.
Magari non ci va perché, ha detto, quelli dell'Isis lo hanno messo nel mirino.
Gli jihadisti, si sa, hanno una vera e propria idiosincrasia per ogni sopravvenienza del passato.

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