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INTERVISTA 5 Maggio Mag 2015 1940 05 maggio 2015

Francia, Rsf: «La legge sui servizi? Uccide la libertà»

Stretta sulla Rete. Parigi potrà bloccare contenuti. Senza il via libera del giudice. Addio al dibattito su temi sensibili. Pouget (Rsf): «È un attentato al giornalismo».

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Al quartier generale parigino di Reporters sans frontières (Rsf), l'organizzazione che protegge la libertà di stampa nel mondo, gli umori sono sulfurei.
«Siamo arrabbiati, a dir poco, Hollande in campagna elettorale ci aveva promesso nuove norme per la protezione delle fonti, in cambio ci siamo ritrovati con una legge anti terrorismo che minaccia le basi della nostra professione»: a parlare è Grégoire Pouget, responsabile dell'ufficio nuovi media, cioè colui che si occupa della lotta alla censura sul web, l'ultima frontiera dell'esercizio e dell'abuso di potere.
LEGGE VOTATA DALLA CAMERA FRANCESE. Nel frattempo al di là della Senna, tra le mura dell'Assemblée nationale, i deputati francesi votano la legge sui servizi segreti destinata – da definizione del New YorkTimes - a trasformare la Francia in uno Stato di sorveglianza.
Le nuove norme, per cui si attende il voto del Senato a fine maggio, permettono alle agenzie di informazione francesi di installare delle 'scatole nere' in grado di registrare automaticamente tutti i metadati delle attività in linea ritenute sospette. Il setaccio dei dati è affidato a un algoritmo e tutti gli interventi successivi sono svincolati da qualsiasi autorizzazione giuridica. Messi sotto la diretta supervisione del primo ministro.
INCHIESTE ADDIO, STOP AL DIBATTITO. L'obiettivo dichiarato della legge, varata con procedura d'urgenza dopo la strage di Charlie Hebdo, non è solo la lotta al terrorismo, ma va dalla «difesa dell'economia nazionale» fino alla «prevenzione delle violenze collettive capaci di recare danno alla pace sociale».
Maglie larghe che secondo le organizzazioni non governative e la Corte europea dei diritti dell'uomo aprono la strada agli abusi. Per Reporter sans frontières il suo effetto sulla professione giornalistica e la libertà di stampa è semplicemente rovinoso: «Non permette di portare avanti inchieste sui dossier più sensibili», dice Pouget a Lettera43.it, «sottopone la nostra attività al controllo politico. E, in sintesi, attenta al nostro lavoro».

Grégoire Pouget, responsabile dell'ufficio nuovi media a Rsf.

DOMANDA. L'assemblea a maggioranza socialista ha approvato il testo: come giudicate questo voto?
RISPOSTA. Quando è stata proposta la legge, visto che nell'intero processo non viene mai coinvolta un'autorità giuridica, avevamo chiesto almeno una clausola di protezione per particolari professioni che secondo noi meritavano maggiori tutele: avvocati, giornalisti, politici.
D. E invece...
R.
Non se n'è fatto nulla. Guardi cosa abbiamo ottenuto in cambio: una legge anti terrorismo che attenta alla nostra professione.
D. Concretamente, come influenza il lavoro di un giornalista?
R. Un giornalista che si occupa di jihadismo non può più lavorare. I siti ritenuti sospetti magari perché contengono filmati o traduzioni di discorsi possono essere oscurati con una semplice autorizzazione amministrativa. Partecipando a un dibattito con un rappresentante del ministero dell'Interno (Jean-Julien Xavier-Rolai, consigliere del ministro Bernard Cazeneuve, ndr) mi è stato confermato che finora hanno bloccato già 20 siti. E non si sa nemmeno quali siano.
D. Quali sono le conseguenze del mancato ricorso al giudice?
R. Non si potrà nemmeno sapere perché il sito è stato oscurato, quali erano i contenuti sotto accusa.
D. Vuol dire che nemmeno l'opinione pubblica sarà informata sulle minacce che corrono in Rete, che non si aprirà un dibattito?
R. Di più, tutte le attività di un cronista che studia la propaganda jihadista, che monitora le azioni di gruppi sospetti sul web, ma anche che si trova in Siria per un'inchiesta e che necessariamente entra in contatto con fonti sensibili saranno automaticamente registrate e potrebbero essere stoppate. Le maglie del dispositivo sono talmente ampie che le attività di un giornalista in moltissimi campi possono essere messe sotto sorveglianza.
D. È un problema di libertà di stampa o di libertà di espressione?
R. Entrambe. Cosa può succedere alle manifestazioni non autorizzate? Nel 2014 come Reporters sans frontières abbiamo organizzato una protesta contro la censura del regime cinese in occasione della visita ufficiale del presidente Xi Jinping.
D. E cosa è successo?
R. Abbiamo seguito il corteo principale con camion e denunciato le violazioni dei diritti civili di Pechino. Ovviamente si trattava di una manifestazione non autorizzata come tutte quelle che si svolgono durante una visita ufficiale di un capo di Stato.
D. Questa legge mette le basi per bloccarle?
R. Tutto quello che va contro l'interesse maggiore dello Stato può essere sottoposto a una stretta sorveglianza: significa anche che contro questo tipo di cortei possono essere utilizzati dispositivi di geolocalizzazione. Di fatto è un impianto militare. E io credo sia una legge assurda e inaccettabile.
D. Si tratta di un unicum in Europa?
R. Ci sono Paesi che hanno altri e maggiori problemi di libertà di espressione, ma certamente è una delle leggi che minacciano più gravemente la privacy sottoponendola al potere politico. Non c'è nessuna autorità indipendente che monitora la sorveglianza. La libertà di azione del potere esecutivo non è bilanciata. E di fronte a questo il giornalismo, che dovrebbe essere un contro-potere, è debolissimo.
D. Eppure i sondaggi dicono che i francesi ritengono utile una legge sulla sicurezza...
R. Dicono anche che sono contrari a questo progetto. Qualcuno parlando della sorveglianza negli Stati Uniti ha detto che rinunciare alla libertà in cambio di maggiore sicurezza non garantisce né l'una né l'altra cosa. Una definizione che si adatta perfettamente anche a questa legge.

Twitter: @GioFaggionato

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