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SCENARIO 6 Maggio Mag 2015 1952 06 maggio 2015

Civati strappa: verso un nuovo centrosinistra

Pippo lascia il Nazareno. A giugno la convention per una sinistra «di governo». Da Letta a Vendola. Ma a Milano c'è già chi si defila. Bertolè: «Restiamo nel Pd».

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Pippo Civati.

Alea iacta est. Pippo Civati, che alle primarie del dicembre 2013 era arrivato terzo, raccogliendo circa 400 mila voti ma superando nel Nord Italia l'altro sfidante di Matteo Renzi, Gianni Cuperlo, ha lasciato Il Pd.
Passerà al gruppo misto. Per ora. Perchè la decisione annunciata da Nichi Vendola di voler sciogliere il gruppo di Sel potrebbe presto dare spazio alla formazione di un nuovo contenitore parlamentare in cui far confluire la dissidenza al renzismo, dagli ex grillini ai democratici delusi.
Civati se ne va, dunque, dopo aver paventato più volte la possibilità di una sua fuoriuscita e dopo un lungo braccio di ferro con il Pd di Renzi, l'ex bimbaccio fiorentino con cui Pippo nel 2010 aveva dato vita alla prima Leopolda invocando un rinnovamento radicale della dirigenza del partito.
«NON HO PIÙ FIDUCIA NEL GOVERNO DEL PD». «Non avrei mai lasciato il Pd, ma ormai è un partito nuovo e diverso, fondato sull'Italicum e sulla figura del suo segretario. Chi non è d'accordo, viene solo vissuto con fastidio», ha scritto sul suo blog spiegando le ragioni dell'addio. «C'è stato il Jobs Act, lo Sblocca Italia, un inquietante decreto sul fisco smentito solo un po', la riforma della scuola che ha unito tutti gli insegnanti che votavano il Pd (dall'altra parte). Non ho più fiducia in questo governo, nelle sue scelte, nei modi che ha scelto, negli obiettivi che si è dato».
Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, minimizza: «Sono dispiaciuto ma era una decisione preannunciata da tempo, non siamo impensieriti per il Senato».
IMPROBABILI DEFEZIONI NELLA MINORANZA. E del resto i deputati e senatori che avevano appoggiato la mozione Civati al congresso, per ora, non sembrano intenzionati a seguirlo. Il Pd «è la nostra trincea, mollare sarebbe come disertare», taglia corto il sentore Corradino Mineo. Nè sembrano poter esserci defezioni della minoranza del Pd, quella che fa capo a Cuperlo, Fassina, Bersani, che pure ha contestato duramente le scelte di Renzi sulla riforma elettorale e sul Jobs Act, ma è intenzionata a restare nel partito.
E dunque cosa farà adesso il deputato lombardo? «Non lo faccio per aderire a un progetto politico esistente, ma per avviare un percorso nella società italiana, alla ricerca di quel progetto di cui parlai un anno fa, che ho sempre avuto nel cuore», ha spiegato Civati. «Penso a una sinistra di governo. Sono uscito dal Pd che non è più di sinistra ma solo di governo».
IL SOGNO DI UN NUOVO ULIVO. L'idea è quella di dar vita a una sorta di nuovo Ulivo, un Ulivo 3.0, non a sinistra del Pd «ma al posto del Pd», spiega a Lettera43.it un civatiano di lungo corso e stretto collaboratore di Pippo. «Non pensiamo a una formazione di sinistra identitaria e minoritaria, ma guardiamo piuttosto a una vasta area che non si riconosce nel Pd renziano e che va dalla Coalizione sociale di Landini ai cattolici democratici a Sel agli ambientalisti ai liberali, un progetto con ambizioni di governo, non di opposizione». Liberali non renziani? «Uno già c'è: Enrico Letta», sorride.

Il futuro di Civati passa per la Liguria, non per la Lombardia

Luca Pastorino.

Il primo banco di prova saranno le prossime elezioni regionali in Liguria, dove Civati sostiene un candidato diverso da quello del Pd, Luca Pastorino. C'è chi dice che lo strappo di Pippo sia stato anticipato proprio per avere libertà d'azione nella competizione elettorale ligure: #raggiungopastorino è l'hashtag con cui il deputato lombardo ha annunciato il suo addio al partito.
Parallelamente, però, bisognerà sostenere la campagna dei candidati che sono rimasti nel Pd, ha precisato: «Anna Rita Lemma e Elvira Tarsitano in Puglia e Milene Mucci in Toscana e Andrea Ragazzi e Roberto Fasoli in Veneto».
In Umbria poi c'è Rita Castellani, economista, sostenitrice della proposta civatiana di un reddito di cittadinanza e già membro della direzione nazionale del Partito democratico. A Venezia, invece, corre Felice Casson, che però difficilmente, dicono gli stessi civatiani, lascerà il partito.
I DUBBI SUL TERRITORIO. Un discorso diverso riguarda i seguaci di Pippo che siedono nei consigli regionali, provinciali, metropolitani o cittadini e quelli che fanno parte degli organismi dirigenti del Pd a livello locale. Seguiranno il loro leader?
A quanto risulta a Lettera43.it, nei giorni passati Civati aveva già informato della sua decisione i dirigenti locali. La mattina del 6 maggio tutti hanno ricevuto una lettera che dettava le tempistiche: l'uscita dal gruppo era fissata dopo le Regionali. Dopo qualche ora, però, è arrivato l'annuncio dello strappo immediato. E i gruppi a livello locale che stavano cercando di sondare il terreno tra i militanti si sono trovati spiazzati.
In Veneto, ad esempio, il coordinatore regionale dell'area civatiana, Gianni Rolando, ammette: «Siamo impegnati nella campagna con un candidato e un programma unitari, e dobbiamo rispettare gli elettori». Il 9 maggio Civati è atteso a Treviso: «Vorremmo capire qual è il progetto politico», aggiunge Rolando, che il 2 era con Casson, Renzi e Moretti a Venezia. Se in Veneto si concretizzasse la rottura, i seguaci di Pippo dovrebbero rinunciare anche alla vicesegreteria regionale del Pd.
I CIVATIANI DI MILANO: RESTIAMO NEL PD. A Milano, dove i civatiani siedono nella segreteria metropolitana, e dove civatiano è anche il capogruppo democratico del Consiglio comunale, il gruppo dirigente si è riunito già lunedì e ha deciso di non seguire Pippo. E rimanere nel Pd.
«La nostra è una posizione collettiva», spiega Lamberto Bertolé, capogruppo al Comune e tra i dirigenti civatiani a livello regionale, «siamo dispiaciuti, quella di Pippo è una scelta a titolo personale ed è una sconfitta per tutti. Ma noi pensiamo che dentro il Partito democratico ci sia lo spazio per portare avanti le nostre istanze, coerenti con la mozione che abbiamo votato al Congresso».
La Lombardia è una buona cartina di tornasole per capire se e in che direzione soffia il vento. È una delle poche Regioni assieme alla Liguria e al Lazio, dove al congresso i civatiani si sono costituiti come vera e propria corrente – parola che a Civati non piace per nulla – proponendo un loro candidato. E hanno ottenuto un risultato di tutto rispetto, il 42,8%.
BONACCORSI: LA COLPA È DI RENZI. L'altra faccia del civatismo, quella che si era candidata a Bruxelles, invece, guarda le cose da un'altra prospettiva. Ilaria Bonaccorsi, direttrice di Left, aveva conquistato 55 mila voti alle europee. Non è stata eletta ma è un risultato che considera sorprendente visto che, come dice lei, «mi trovavo di fronte a terne già fatte» (si poteva votare fino a tre candidati e spesso c'erano già indicazioni per votare gli altri due, ndr). «Spesso», confida, «erano gli elettori a chiedermi se dovevano davvero votare ancora il Pd».
Civati le ha telefonato, racconta, e le ha detto: «Non c'è più margine per costruire dentro al Pd. La teoria entrista non ha più senso». E la colpa, aggiunge Bonaccorsi, è delle modalità escludenti di Renzi.
Il cerchio magico di Pippo, quello che fa capo al suo consigliere e collaboratore Paolo Cosseddu, è convinto che lo spazio per un nuovo centrosinistra ci sia. E uno dei perni del nuovo progetto dovrebbe essere l'associazione 'È possibile', creata nel 2014 per allargare il dibattito fuori dai confini democratici.
L'impressione, però, è che molto di quello che Civati ha costruito dentro il Pd rimarrà patrimonio della Ditta.

@gabriella_roux
@GioFaggionato

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