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CANDIDATI 6 Maggio Mag 2015 1656 06 maggio 2015

Elezioni Gran Bretagna, i duellanti Cameron e Miliband

Testa a testa fra conservatori e laburisti. Clegg e Farage outsider. La scozzese Sturgeon in ascesa.

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David Cameron e Ed Miliband.

David Cameron e Ed Miliband, alla guida dei Tory e del Labour, sono i due protagonisti del voto del 7 maggio in Gran Bretagna, ma devono fare i conti con il ridimensionamento dei due storici partiti dominanti.
E devono farlo difettando entrambi, nel giudizio di molti osservatori, di un carisma trascinante.
IL PREMIER DELLA CRISI. Cameron è il premier uscente. Il 48enne leader conservatore è alla prova dei fatti dopo il suo primo mandato. Ha mostrato negli ultimi cinque anni di poter traghettare il Paese fuori dalla recessione economica e per questo ha conquistato punti di popolarità. Ma è stato anche duramente criticato per l'austerità imposta al Paese, definita da alcuni «lacrime e sangue», che ha ridotto il welfare e causato malcontento tra le fasce più basse della popolazione. Ha dichiarato che si vuole limitare a un solo bis e che non inseguirà il terzo mandato. Nella sua carriera si è ispirato più volte a Margaret Thatcher, anche riproponendo in chiave attuale alcune riforme introdotte dalla Lady di ferro. Ma senza appassionare le folle. L'attuale premier vuole far passare l'idea che i conservatori possano diventare il 'partito della gente che lavora'. Tentativo che gli avversari laburisti attaccano. Per loro Cameron resta un privilegiato formatosi nelle scuole e università più esclusive del Paese, tra Eton e Oxford, che al governo si è mostrato «debole coi forti e forte coi deboli».
LO SFIDANTE IN CERCA DI LEADERSHIP. Miliband è il leader del partito laburista. A 45 anni è alla sua prima battaglia come capo dell'opposizione, ma per lui la posta in gioco è già altissima: un fallimento potrebbe comprometterne l'intera carriera politica. Diventato leader dopo aver sconfitto (lui, erede di Gordon Brown) nelle elezioni interne al partito il fratello David, ex ministro degli Esteri di scuola blairiana, deve mostrare di avere quella capacità di leadership e quegli 'attributi' che secondo molti osservatori non possiede ancora. È stato criticato dal 'padre' del New Labour, Tony Blair, per aver riportato i laburisti su posizioni considerate datate e (relativamente) più a sinistra. Tuttavia è convinto di avere le carte in regola per entrare a Downing Street. Evoca una «società più giusta» per tutti, ha criticato aspramente l'austerity e i tagli al welfare di Cameron e crede (almeno a parole) in un'economia meno piegata a banche e multinazionali. Tra i cambiamenti che ha introdotto nel partito spicca però anche un approccio più rigido sull'immigrazione, non più considerato come tabù.

Clegg e Farage, outsider agli antipodi

Il leader dell'Ukip, Nigel Farage.

Diversi sotto ogni profilo, Nick Clegg e Nigel Farage, alla guida rispettivamente dei Liberaldemocratici (Libdem) e degli euroscettici anti-immigrazione dell'Ukip, sono invece accomunati dal ruolo di outsider, destinati con ogni probabilità a rimanere tali dopo le elezioni. Il primo arranca nei sondaggi, l'altro ha prospettive migliori, ma ben al di sotto dei risultati record raggiunti nell'ultimo voto europeo.
Clegg sembrava l'astro nascente nel firmamento politico alle elezioni del 2010. Ma dopo cinque anni, ha perso tanti consensi e rischia perfino di non riconquistare il suo seggio, eventualità che metterebbe fine alla sua leadership. Per i critici, l'accordo con Cameron si è trasformato in un abbraccio mortale, in cui i libdem 'alleati junior' hanno subito le politiche dei Tory più che imporre le proprie.
CLEGG CONVINTO FILO-EUROPEO. Clegg resta uno dei più convinti leader filo-europei in un panorama politico in cui si parla di riforma dei poteri di Bruxelles e di Brexit, l'uscita del Regno Unito dall'Ue, ma è ormai pronto ad accettare un referendum sull'Ue, preteso da Cameron, se fosse il pegno per restare al governo.
L'UKIP VUOLE RIPETERE IL BOOM DELLE EUROPEE. Farage, controverso leader degli euroscettici, vuole che il suo Ukip con queste elezioni diventi una presenza consolidata nel parlamento di Westminster. Anche se è reduce dallo storico successo alle Europee del maggio 2014, ripetere questi exploit non sarà facile, soprattutto con un sistema elettorale nazionale che premia i partiti tradizionali e radicati sul territorio e nei collegi. Farage nel suo programma punta alla 'pancia' dei britannici, invocando l'uscita dall'Unione europea, passo cruciale per arrivare a un taglio drastico all'immigrazione. Tante le sue dichiarazioni borderline: di recente ha detto che l'aumento del traffico in Inghilterra è da imputare agli stranieri e ha proposto di non offrire assistenza medica ai malati che dall'estero arrivano nel Regno.

Sturgeon, la dama rossa di Scozia

Nicola Sturgeon.

C'è poi Nicola Sturgeon, 44enne leader degli indipendentisti scozzesi (Snp), che potrebbe essere decisiva dopo il voto. Il suo partito potrebbe fare incetta di collegi nella roccaforte scozzese, e secondo alcuni arrivare addirittura al 'cappotto' con 59 seggi su 59. Sturgeon invoca un accordo col Labour ed è pronta a spingere Miliband a Downing Street pur di farla finita con l'austerità dei conservatori. A settembre è subentrata ad Alex Salmond, ex leader dei nazionalisti scozzesi, dopo la sconfitta del Snp nel referendum sull'indipendenza della Scozia dalla Gran Bretagna. E adesso guarda a Londra: pronta (per ora) ad accantonare la secessione per puntare al governo britannico.
GLI AUTONOMISTI GALLESI CI PROVANO. Leanne Wood è invece a capo del Plaid Cymru, il partito autonomista gallese. È un'altra donna leader da tenere sott'occhio il 7 maggio. In un voto che sembra voler premiare i partiti locali, il suo schieramento potrebbe conquistare cinque seggi a Westminster rispetto ai tre attuali. Prima donna a guidare il Plaid Cymru, è di orientamento socialista in economia come la Sturgeon, ma anche repubblicana e a favore di un 'Galles libero', anche se da posizioni più moderate rispetto ai secessionisti scozzesi.

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