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DIPLOMATICAMENTE 7 Maggio Mag 2015 1552 07 maggio 2015

Siria, non ignoriamo i segnali di cambiamento

Le incognite non mancano. Ma la situazione sul terreno sta mutando. Chi parla di transizione politica ora non si giri dall'altra parte.

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Il presidente della Siria, Bashar al Assad.

Nel 1980 la città di Jisr ash-Shugur, 45 mila abitanti, a metà strada tra Latakia e Aleppo, visse un movimento di protesta brutalmente represso dalle forze di sicurezza siriane: si parlò di 200 arresti e di altrettante vittime, fosca anticipazione dello spaventoso massacro di Hama del 1982.
Trent’anni dopo, la stessa città vide la trasformazione in armi delle manifestazioni pacifiche della primavera siriana in risposta alla furia bellica con la quale il regime di Bashar al Assad le andava reprimendo.
ASSAD ASSERRAGLIATO. In questi giorni Jisr ash-Shugur è tornata alla ribalta quale città simbolo di una possibile svolta nel sanguinoso stallo conflittuale che sembrava destinato ad avvitarsi su se stesso per un tempo indefinito, continuando a produrre morte, distruzioni e fughe di popolo in cerca di riparo. Anche sui barconi diretti verso le nostre coste.
Con un Assad asserragliato nella sua “Siria utile” ma pur sempre in grado di impegnare le forze di opposizione “moderate”, di riconquistare posizioni strategicamente rilevanti come Aleppo e di accreditare una robusta capacità di contrasto dell’Isis e delle altre milizie jihadiste, prima fra tutte al Nusra, della galassia di Al Qaeda.
LA SUA CADUTA NON È FANTASIA. In questi giorni infatti sembra tornare ad alitare quel filo di speranza nella caduta di Bashar che aveva attraversato la Siria del biennio 2011-2012 e che si è andato progressivamente perdendo nella palude dell’indecisione degli “Amici della Siria”, degli Usa in particolare, a sostenere militarmente l’opposizione in ragione del rischio jihadista e delle incognite gravanti su un eventuale rovesciamento del dittatore manu militari.
Indecisione che aveva raggiunto il suo apice con l’accordo sugli arsenali chimici propiziato da Mosca e aveva provocato, tra l’altro, la clamorosa protesta dell’Arabia saudita alle Nazioni Unite (settembre 2013). Indecisione esaltata quindi dall’insorgenza della minaccia giudicata ben più incombente e pericolosa dell’Isis, relegando Bashar a una priorità di secondo livello.

L'avanzata dell'Armata della conquista

Hassan Rohani e Barack Obama.

Ebbene, in questo stallo si è inserita da qualche tempo una dinamica decisamente più favorevole per le forze di opposizione.
Che ha un nome: la “Armata della conquista”, dietro al quale sta un agglomerato di circa 40 milizie anti-Assad che sono riuscite a mettere da parte, almeno temporaneamente, le divergenze delle loro rispettive agende, per coalizzarsi nel comune obiettivo del rovesciamento di Bashar.
Vi è rappresentato, salvo l’Isis, tutto il ventaglio del jihadismo operante in Siria: dal poderoso al Nusra (al Qaeda) ad altre entità radicali: Ahrar al Sham, Jaysh al Islam, Ansar al Din, Ansar al Sham; il Fronte islamico e l’Esercito Libero siriano.
IL RUOLO DI SALMAN. Ci sono voluti tre anni per arrivarci, grazie a un recuperato pragmatismo ma soprattutto alla spinta unitaria della convergenza che si è andata formando in questi ultimi mesi sotto la spinta del re saudita Salman, con gli Usa che vi si sono associati con un ormai imminente programma di addestramento in Turchia e in Giordania, tra i loro principali sponsor: Riad appunto, Doha e Ankara.
I risultati di quest’operazione si rispecchiano in una massiccia ed efficace strategia d’attacco su più fronti che ha fatto arretrare le forze del regime: per ora nella nevralgica area del Nord Ovest, tra le provincie di Idlib e, per l’appunto, di Jisr ash-Shugur e in prospettiva anche verso Damasco.
CRESCE IL DISAGIO. Per contro, sul versante del regime crescono i segnali di disagio della popolazione e delle stesse forze armate e di sicurezza siriane, frustrate dal tributo crescente dovuto a Hezbollah e alle milizie sostenute da Teheran che cominciano a legittimare più di un dubbio sulla capacità di Assad di riguadagnare terreno. Alcuni si interrogano già sulle sue possibilità di resistenza alla duplice morsa dell’Isis e ora della Armata della conquista.
In realtà Assad è ancora in grado di difendersi e di attaccare, dispone del forte vantaggio dell’aviazione e può contare sui suoi sponsor. È poi da verificare la tenuta del collante della Armata della conquista.
PESA LA MINACCIA ISIS. Per ora, in ogni caso, il cambiamento di verso c’è e, unitamente alla minaccia Isis, non può che porre ai principali giocatori, regionali e internazionali, della nevralgica partita siriana seri interrogativi sul da farsi.
Gli Stati Uniti che hanno seguito la nascita della convergenza tra Riad, Doha e Ankara, l’hanno gradualmente avallata aggiornando i termini del loro impegno militare a sostegno delle forze di opposizione “moderate” senza con ciò indebolire gli attacchi anti-Isis, e sollecitando Teheran a dar prova del conclamato approccio costruttivo al dialogo regionale. E sembrano voler riesaminare la fattibilità dell’ipotesi della no fly zone da tempo invocata da Ankara.

La situazione sul terreno sta mutando

L'inviato speciale dell'Onu in Siria, Staffan de Mistura.

Mosca sta verosimilmente soppesando la sostenibilità nel tempo del suo appoggio a Bashar ovvero al suo regime senza di lui, nelle mutate condizioni che si stanno materializzando ai fini della salvaguardia dei suoi fondamentali interessi geo-politici e di immagine.
In quest’ottica trova spazio anche la dura condanna di Amnesty international di cui pure deve tener conto in quanto attore (e imputato) di primo piano di quella Comunità che la stessa Amnesty sferza duramente per indifferenza e incapacità di reagire ai crimini che vi si stanno perpetrando da quattro anni. E non compensa il fatto che la condanna interessi anche le forze di opposizione.
L'IRAN PUÒ ESSERE DECISIVO. Penso che a maggior ragione l’Iran stia, dal canto suo, valutando la convenienza complessiva di un ulteriore, significativo incremento del suo attuale sostegno ad Assad – stimato sui 2 miliardi di dollari al mese – rispetto al valore dei dividendi di valenza strategica che potrebbe ricavare da un suo ruolo, che sa essere potenzialmente decisivo, chiaramente mirato a spianare la strada di quel processo di transizione tracciato a Ginevra nel 2012 e rimasto da allora bloccato proprio sul nodo Bashar.
Lo sta facendo sapendosi non più outsider ma invitato al nuovo giro di consultazioni di Ginevra promosso nel silenzio attendista di Washington e di Riad, da uno Steffan de Mistura in forte debito di un successo negoziale in nome e per conto del Segretario generale delle Nazioni Unite dopo l’infelice esordio del suo piano di congelamento di Aleppo.
SIAMO IN UN MOMENTO CHIAVE. Lo sta facendo nella consapevolezza delle ricadute che un suo apporto costruttivo potrebbe avere anche sul riavvicinamento agli Usa sul negoziato nucleare in scadenza a fine giugno, fortemente voluto da Barack Obama ma ampiamente avversato in Congresso. Riavvicinamento che ha tutto l’interesse a rafforzare.
Insomma, sta mutando la situazione sul terreno e si sta aggiustando il posizionamento dei principali attori regionali e internazionali. È ancora poco e su quel poco pesano molte incognite, interne ed esterne. Ma sarebbe miopia dei protagonisti e dei relativi sponsor che hanno più potere condizionante non riuscire a leggerne le opportunità che vi si potrebbero costruire in quella chiave di transizione politica che tutti, a parole, dichiarano di volere per fermare quest’immane tragedia siriana.

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