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ANALISI 8 Maggio Mag 2015 1815 08 maggio 2015

Gran Bretagna, dietro il trionfo di David Cameron

Farage impreparato. Miliband fiacco. Il premier uscente ha vinto perché rodato. «Sa muoversi e decidere», dice il politologo Leonardi. E i tre sconfitti lasciano.

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Il pareggio annunciato tra Tory e Labour, la probabile grande coalizione del prossimo governo che sondaggisti e opinionisti predicevano senza esitare, si è sgonfiata con la bomba degli exit poll, confermati dalle proiezioni del voto.
All'indomani delle Legislative del 2015, il Regno Unito si è svegliato con la «vittoria elettorale choc» del premier riconfermato David Cameron, come ha titolato l'autorevole e ponderata Bbc.
Quello «choc» è il risultato della volontà silenziosa, ma chiara, della maggioranza dei cittadini, che politologi ed esperti di statistica non erano riusciti a intercettare.
CAMERON SI RIPRENDE IL GOVERNO. Evidentemente, i britannici hanno preferito mantenere in sella il leader di una destra solida e ampiamente testata, che pone paletti al welfare state e all'immigrazione prendendo le distanze anche dall'Unione europea (Ue), piuttosto che dare fiducia ai populisti e meno strutturati indipendentisti (Ukip) di Nigel Farage.
A scrutinio ancora in corso, forte dei 326 seggi sicuri (la maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni) Cameron ha visto la regina Elisabetta e annunciato la formazione di un nuovo esecutivo.


LE EUROPEE NON FANNO TESTO. Il numero 10 di Downing Street resta suo. Può farcela da solo, l'ultima proiezione gli dà 331 seggi, oltre il 36%. Oppure allearsi con le ceneri dei Libdem (crollati da 56 a otto seggi). In ogni caso, la sua è una vittoria spiazzante che schiaccia gli avversari.
«Labour e Ukip ne escono svuotati», commenta a Lettera43.it Robert Leonardi, politologo di base a Londra e visiting professor alla Luiss, «bisogna capire che le Legislative britanniche sono diverse, per esempio, dalle Europee. I voti sono individuali, contano i seggi. Ma né gli indipendentisti né la sinistra sono riusciti a trasformare il consenso in posti alla House of Commons».

Maggioritario inglese: Farage al 12%, ma perde nei collegi

Nigel Farage si è dimesso da leader dell'Ukip dopo la sconfitta alle elezioni del 7 maggio 2015.

L'Ukip che ha sfondato alle Europee del 2014 (26,8%) è un partito giovane, che cavalca il sentimento antieuropeo, ma senza un'agenda concreta né esperienza di governo.
L'elettorato del Regno Unito, tradizionalmente consapevole, ha inviato Farage a “scassare” l'Europarlamento ma non gli ha consegnato le chiavi di Downing Street.
Meno di un anno dopo, in casa il leader euroscettico non ha superato al 12,6%.
IL RISIKO DEI SEGGI. È un considerevole +9,6% rispetto al 2010 che tuttavia, per applicazione della legge elettorale (un maggioritario puro: ai 646 membri della Camera dei Comuni corrispondono i collegi del Regno Unito, tra Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord; ogni collegio elegge un deputato, con un voto diretto, maggioritario e a turno unico), per l'Ukip si traduce in un seggio in parlamento.
L'equivalente dei Verdi, meno degli autonomisti gallesi (Plaid Cymru, tre) e dell'Irlanda del Nord (Sinn Fein, quattro).
Nel 2010 Cameron si aggiudicò la poltrona di primo ministro con il 36,1%, poco meno del 2015, fermandosi tuttavia a 306 seggi: un altro punto oggi a suo favore. Un lustro fa i laburisti ottennero invece il 29%: un dato, anche questo, non lontano dal 30,5% attuale. E tuttavia allora i seggi portati a casa furono 258, 26 in più degli odierni.
PERDENTI DIMISSIONARI. Sconfitto, Farage ha dato le sue dimissioni da leader dell'Ukip, come promesso se non fosse entrato in parlamento.
«Politicamente gli indipendentisti britannici sono arrivati impreparati al voto. A destra i loro potenziali seggi sono andati ai conservatori. L'altro grande perdente è Ed Miliband, una sorta di Bersani del 2013», aggiunge Leonardi. Pure lui dimissionario, il leader dei Labour ha fatto peggio di Gordon Brown nel 2010.
Mai salito al governo, Miliband è stato sconfitto senza appello dall'elettorato. I sondaggi lo indicavano come debole alternativa a un governo che aveva stancato la maggioranza delle popolazione: stampella, come in Europa, di uno dei tanti esecutivi forzati di Grande coalizione.

Il Partito nazionale scozzese terza forza in parlamento

Nicola Sturgeon.

Ma la Gran Bretagna non è in crisi come gli Stati del Vecchio Continente.
Fuori dall'Eurozona, Cameron trasale dal rispetto del rapporto tra deficit-Pil: un vincolo che pretende dagli altri ma che, in casa propria, sfora al 5,6%, ben al si sopra del tetto Ue del 3% del Patto di Stabilità.
Il Regno Unito cresce a un tasso invidiabile del 2,6% annuo e, sulla scia della ripresa Usa, nel 2014 la disoccupazione è scesa al 5,5%.
Londra non ha bisogno di ricette d'austerity, anzi ci tiene a rimarcare il suo isolazionismo.
LA REGIA DI OSBORNE. Reinsediato a Downing Street, Cameron ha subito rilanciato la proposta del «referendum sul futuro della Gran Bretagna in Europa», seguendo la tattica del giocare d'attacco come per la consultazione sulla Scozia, e togliendo benzina all'Ukip.
«Cameron sa muoversi, resta calato nel suo ruolo di leader di destra giovane, decisionista, vincente. Per quanto, a mio avviso, il vero potere resti concentrato nel cancelliere George Osborne, è lui l'espressione del blocco conservatore inglese», precisa Leonardi.
Miliband si è rivelato invece incapace di fare presa. «Non è per niente carismatico, non smuove l'elettorato come Tony Blair, parla in modo poco chiaro, distante dalla gente».
OCCHI PUNTATI SULLA BREXIT. A sinistra vincono in compenso gli scozzesi socialdemocratici dell'Snp (al 4,7% ma terza forza del parlamento con 57 seggi: 50 in più del 2010), con la dama rossa Nicola Sturgeon, leader e premier del governo scozzese, che propone «argomenti concreti, come far arrivare direttamente al governo di Edimburgo gli introiti dal petrolio nazionale che passano da Londra».
Una vittoria, più che politica, territoriale.
Il voto inglese del 2015 è comunque un'incognita futura da studiare, secondo Leonardi. I partiti indipendentisti di Scozia, Galles e Irlanda del Nord appartengono alla sinistra europeista. Semmai si farà, «il referendum sull'Unione europea potrebbe avere un esito curioso, come sancire la permanenza nell'Ue di Scozia, Irlanda del Nord e Galles e l'uscita, al contrario, della sola Inghilterra».

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