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INTERVISTA 9 Maggio Mag 2015 0859 09 maggio 2015

Brexit, Weiss: «Cameron ora deve parlare chiaro»

Dopo il voto si riaccende il dibattito. Nel mirino del premier britannico i Trattati. Ma modificarli è un rischio. «La libera circolazione? Non si tocca». Weiss a L43.

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da Bruxelles

A Londra non è solo il tempo a essere imprevedibile. Le ipotesi di un imminente cambio della guardia al numero 10 di Downing street che si sono susseguite in questi mesi si sono fermate davanti alle urne elettorali del Regno Unito. Che il 7 maggio hanno riconfermato David Cameron come primo ministro.
Nessuna coalizione, nessun rimpasto. Una vittoria secca che ha lasciato Ed Miliband a dover gestire una profonda crisi all'interno dei laburisti e a consegnare le dimissioni nel giro di qualche ora.
Ma soprattutto a far tremare Bruxelles.
PRIMA I NEGOZIATI, POI (FORSE) IL REFERENDUM. L'Unione europea in questi mesi ha cercato di mantenere il solito aplomb sulla questione Brexit (l'uscita del Regno Unito, ndr) posta dal leader britannico in cima alla lista delle promesse elettorali.
Una spada di Damocle che però cadrà sulla testa dell'Ue nel momento in cui i negoziati per una riforma dei trattati non dovessero andare in porto. Solo allora Cameron dovrebbe indire un referendum.
«L'UE? IL REGNO UNITO HA PIÙ DA PERDERE». Per ora quindi, «l'esecutivo europeo non ha niente di cui preoccuparsi», dice a Lettera43.it Stefani Weiss, direttore della sede a Bruxelles del think tank tedesco Bertelsmann Stiftung, «e non solo perchè a soffrire la Brexit sarebbe più il Regno Unito che l'Ue», spiega, «ma perchè da tempo tutti vogliono capire che tipo di riforme saranno chieste a Bruxelles».
Dall'8 maggio la palla passa a Cameron. E la speranza è che si decida in fretta, «perchè l'Ue si è stancata di aspettare».

Il premier britannico David Cameron. Nel riquadro Stefani Weiss. © Getty

DOMANDA. Prima di parlare di Brexit, Cameron dovrà gestire il cambiamento politico nel Regno Unito. Non crede?
RISPOSTA.
Sì, un cambiamento radicale. Cameron ha la maggioranza assoluta e non ha bisogno di nessuna coalizione. È un uomo solo al comando. I conservatori dovranno però iniziare a pensare al post Cameron e lavorare già da ora per una riforma costituzionale, perché tra i Tory non ci sono molti candidati alla sua successione.
D. Il dopo Miliband sarà invece più imminente...
R.
Miliband fa già parte del passato, così come Nigel Farage e Nick Clegg. Per i laburisti queste elezioni sono state un vero disastro. I cittadini hanno creduto che Cameron, nonostante la sua politica di austerity, potesse essere l'unico capace di avviare la ripresa economica e migliorare la situazione.
D. A Bruxelles non sembrano altrettanto fiduciosi vista la promessa fatta proprio da Cameron sul referendum per uscire dall'Ue.
R.
Più che altro le istituzioni europee erano a disagio perché sinora non c'è stata alcuna chiarezza da parte del primo ministro sulle politche del Regno Unito nei confronti dell'Ue, soprattutto su questo eventuale referendum da fare entro il 2017.
D. Ora si capiranno meglio le intenzioni di Cameron?
R.
Vediamo che succede, l'Ue aspetta di capire prima di tutto che cosa vuol fare sulle tematiche più importanti, a partire dall'immigrazione. Deve venire qui e dire agli altri Stati membri che riforme vuole esattamente.
D. Quali sono le più probabili?
R.
Nessuno lo sa, devono ancora discuterle, ma una delle questioni che sta più a cuore a Cameron è quella legata al contrasto del cosiddetto “turismo assistenziale” degli stranieri che lavorano nel Regno Unito e usufruiscono del welfare.
D. Non è però solo una questione di benefit: «La preoccupazioni dei britannici per il numero di cittadini europei immigrati nell’ultimo decennio non è irragionevole», ha detto più volte il premier.
R.
Sì, ma la libertà di circolazione nell'Ue è un principio intoccabile. È una delle libertà fondamentali del Trattato europeo considerata non negoziabile, come ha ribadito la Commissione europea. E Paesi come la Germania, la Spagna e l'Italia non sono certo disposti a metterla in discussione.
D. Si potrebbe raggiungere una sorta di compromesso europeo?
R.
Proveranno sicuramente a negoziare ma Angela Merkel e altri leader sono stati chiari su questo punto: rimetterlo in discussione vorrebbe dire aprire il vaso di Pandora.
D. Il giorno dopo le elezioni però il leader del gruppo europarlamentare Ppe Manfred Weber ha scritto su Twitter che è venuto il momento per gli europei di «pensare a una più ampia riforma dei Trattati».
R.
Penso che modificare i Trattati sia molto rischioso.
D. Ma è già stato fatto...
R.
Tutti i cambiamenti fatti finora riguardavano solo i Paesi dell'Eurozona ed erano temi come l'unione bancaria, le norme fiscali, il patto di stabilità e crescita, modifiche che non interessano a Cameron. Modificare i Trattati su tematiche che coinvolgono tutti i 28 Stati membri e minano alle basi è molto diverso.
D. I britannici l'hanno votato anche perché porti a termine questo compito?
R.
Non lo possiamo dire, perché lui ha parlato sinora solo di cambiare i Trattati ma non ha detto cosa vuole esattamente. E l'ha fatto anche per cercare di prendere voti dagli euroscettici dell'Ukip e dall'ala più conservatrice del suo partito.
D. Secondo un sondaggio del think tank Chatham House, il 60% dei cittadini supporta un referendum. E solo una risicata maggioranza - il 40% contro il 39% - voterebbe per rimanere nell'Ue.
R.
Dopo le previsioni fatte sinora sulle elezioni, lascerei perdere i sondaggi, anche perché penso che l'uscita dall'Ue sarebbe più problematica per il Regno unito che per l'Ue.
D. Intende a livello economico?
R.
Sì, secondo un nostro studio, calcolando un calo delle esportazioni e delle importazioni più costose, nel 2030 il Pil pro capite sarebbe tra lo 0,6 e il 3% in meno. Se si tiene conto poi degli effetti dinamici che l'integrazione economica ha sugli investimenti e l'innovazione, le perdite del Pil reale pro capite potrebbero aumentare fino al 14%. Ma non è solo una questione economica.
D. Cos'altro c'è in gioco?
R.
I cittadini del Regno Unito devono decidere che cosa vogliono davvero, se vogliono stare dentro o fuori l'Ue. Non possono continuare a stare così per altri 30 anni, anche perché gli altri Stati membri si sono stancati di chiedersi ogni giorno se gli inglesi vogliono essere cittadini europei o no.
D. Lo vogliono per davvero, secondo lei?
R.
Per ora non vogliono una maggiore integrazione all'interno dell'Ue, sono contrari al rafforzamento della politica estera comunitaria, si sono sempre tirati fuori dai temi della giustizia e degli affari interni, sono membri del mercato unico ma non vogliono più la libera circolazione all'interno dell'Unione. È ora di scegliere.
D. E se scelgono di dire no alla libera circolazione?
R.
Nessuno sta negoziando la libera circolazione, solo un abuso dei benefit assistenziali per gli stranieri potrà essere messo sul tavolo. Un problema che anche la Germania sta soffrendo, ma nessuno a Bruxelles può accettare che il Regno Unito faccia parte del mercato unico, possa spostare i propri prodotti e capitali ma impedisca poi alle persone di muoversi.
D. Bruxelles dovrebbe dare un aut aut?
R.
No, in realtà ora dobbiamo aiutarli a capire, non mettere pressione. Tuttavia c'è una deadline. A Bruxelles, e non solo, si sono stancati, gli altri Stati membri non vogliono più essere ostaggi di questa continua lamentatio. Ora è il tempo della chiarezza.

Twitter @antodem

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