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DIPLOMAZIA 12 Maggio Mag 2015 0915 12 maggio 2015

Arabia saudita e Usa, frizioni per il disgelo con l'Iran

Re Salman diserta il vertice americano. Un segnale contro l'apertura a Teheran. Con Washington i rapporti sono tesi. Ma non c'è alternativa all'alleanza.

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Un problema di salute o, semplicemente, non ama viaggiare all'estero, ha scritto qualche commentatore.
Ma dietro il diniego del re saudita Salman bin Abdul Aziz di andare a Camp David, il 14 maggio, per il primo summit tra il presidente americano Barack Obama e i leader del Golfo, e di incontrare poi Barack Obama alla Casa Bianca, gli Stati Uniti vedono uno schiaffo, o quantomeno, un segnale di gelo.
UN'ASSENZA CHE FA RUMORE. Il neo sovrano 79enne è vecchio e acciaccato, un ictus gli fa muovere male il braccio sinistro. E tuttavia non è dall'ultimo monarca degli al Saud, succeduto a gennaio alla morte del fratello Abdullah, disertare un importante meeting diplomatico.
Vice premier e, dal 2011, capo dell'esercito, Salman è da anni considerato un tessitore di relazioni con l'Occidente.
A marzo era in Egitto, al vertice della Lega araba sul Mar Rosso. Con il segretario di Stato degli Usa John Kerry ha rapporti frequenti e, dalla sua investitura, ha incontrato diverse delegazioni americane, incluso Obama (ma sempre a Riad).
SPECULAZIONI A RIAD. Ufficialmente, il re saudita non è potuto volare negli Usa per la sovrapposizione dei cinque giorni di cessate il fuoco in Yemen: una guerra decisa da Salman e che, probabilmente, l'ex ministro della Difesa segue personalmente.
Tuttavia a Riad si susseguono le speculazioni sulla finalità del raduno nella residenza presidenziale scelta per siglare i grandi accordi sul Medio Oriente.
«Obama è noto per il suo talento persuasivo. Camp David è uno strumento di marketing per l'accordo con l'Iran?», hanno scritto gli opinionisti del network panarabo saudita al Arabiya sul «summit e sui suoi scontenti».

Il re saudita Salman al vertice della Lega araba (Getty).

Il forfait è un segnale agli Usa contro l'accordo sul nucleare

A rappresentare Riad al vertice sono stati inviati il principe ereditario, Mohammad bin Nayef, ministro dell'Interno, e il vice principe ereditario Mohammad bin Salam, neo ministro della Difesa.
Per la stampa americana più autorevole - dal New York Times al Wall Street Journal - non può trattarsi solo di indisposizione o eccesso di impegni: l'assenza di re Salman rappresenta l'«apparente segnale del suo continuo malcontento per le relazioni tra l'Amministrazione Usa e l'Iran».
La moral suasion di Obama per raffreddare i monarchi sunniti rivali della teocrazia sciita non sarebbe bastata a smuovere la potenza capofila anti-iraniana.
PESA IL DISGELO CON L'IRAN. Sull'avvicinamento della Casa Bianca a Teheran non ci sarebbero margini di trattativa, a meno che gli americani non facciano un passo indietro: per Riad, i «progressi nel ridurre le divergenze con Washington su temi come l'Iran e la Siria non sarebbero abbastanza». E siccome Obama è determinato ad andare avanti, il sovrano saudita avrebbe infine detto no.
Fino al weekend la Casa Bianca lo annunciava in arrivo per «consultazioni su un ampio raggio di questioni bilaterali e regionali». Salman avrebbe anche confermato a Kerry, in visita a Riad a inizio maggio, di essere in partenza per il meeting.
LE TENSIONI CON OBAMA. Poi, dopo la notizia dagli Usa dell'incontro con Obama, l'agenzia di Stato saudita ha battuto dell'invio dei due emissari, in sostituzione al sovrano.
Riad non vuole tuttavia che le frizioni tra il re e il presidente americano appaiano come uno strappo diretto. Prima del vertice, Salman avrebbe messo in agenda una telefonata di chiarimento sul forfait con Obama.
«Non siamo stati snobbati, i toni dei sauditi non sono delusi», ha smorzato l'Amministrazione Usa, per la quale il rifiuto «sarà l'occasione inusuale di prendere le misure a bin Salman, il giovane ministro arabo della Difesa».

Barack Obama con Salman bin Abdul Aziz (Getty).

Le petromonarchie del Golfo chiedono protezione contro Teheran

La poltrona vuota del re saudita cambia comunque marcia al summit.
A Parigi, in un incontro preliminare con Kerry, le petromonarchie del Golfo avrebbero premuto per stringere un accordo difensivo con gli Stati Uniti, analogo a quello tra Usa e Giappone, in risposta ad attacchi stranieri, e avrebbero anche chiesto maggiori armamenti.
Per Riad, la minaccia più grande è l'avanzamento iraniano a Ovest, nelle vecchie terre del Levante islamico e, a Sud, nel cortile di casa yemenita, dove è in corso una guerra tra il blocco dei governi sunniti e i ribelli sciiti houthi, appoggiati dall'Iran.
LA BATTAGLIA DI OBAMA. Per lealtà gli Stati Uniti sostengono la coalizione dei sauditi, fornendo anche aiuti logistici e d'intelligence ai raid che in Yemen fanno migliaia di morti, anche tra i civili.
Ma dall'insediamento nel 2009, Obama porta avanti anche un'altra battaglia: il disgelo geopolitico ed economico con l'Iran.
L'accordo provvisorio sul nucleare del 2013, a Ginevra, e l'intesa preliminare di Losanna, di aprile 2015, con gli ayatollah sono due tappe che irritano e hanno messo in ansia Riad, oltre che Israele.
A Washington come a Teheran è aperta la partita politica per il via libera interno all'intesa del secolo.
Il Senato Usa (a maggioranza repubblicana), in particolare, ha approvato una legge che obbliga il presidente a sottoporre al Congresso americano la bozza dell'accordo definitivo iraniano.
L'ARABIA TIRA IL FRENO. La proposta deve passare alla Camera dei deputati, in mano anche'essa al Gran old party, prima di diventare legge di Stato: un altro freno all'agenda della Casa Bianca.
I sauditi non hanno alternative all'alleanza con gli Stati Uniti. Ma, come i repubblicani e gli israeliani, ostacolano la riapertura dei rapporti tra l'Iran e l'Occidente. C'è tempo fino al primo luglio per firmare l'accordo.
Non a caso, sono esplosi la guerra in Yemen e lo scontro strisciante tra Riad e gli Usa.

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