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SCENARIO 12 Maggio Mag 2015 1800 12 maggio 2015

Brexit, il Regno Unito a rischio spaccatura

Londra accelera sul referendum Ue. Ma Scozia, Galles e Irlanda non ci stanno. Edimburgo può chiedere l'indipendenza. Anche Cardiff e Belfast in fermento.

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David Cameron va veloce, bad news per Bruxelles.
L'ampia maggioranza delle Legislative del 7 maggio 2015 fa spingere sull'acceleratore il due volte premier conservatore britannico.
Varato il nuovo governo, Cameron ha chiuso subito sull'immigrazione e aperto aggressivamente le trattative per rinegoziare il trattato di adesione all'Unione europea (Ue). L'alternativa è il referendum sulla Brexit (l'uscita dallo spazio economico e politico comune) anticipato di un anno, entro il 2016.
REFERENDUM UE NEL 2016. Dalle informazioni dell'inglese Guardian, l'annuncio sulla consultazione sarà nello speech della regina Elisabetta in parlamento del 27 maggio, secondo i piani concordati con il leader di governo: precedere le Presidenziali in Francia e le Politiche in Germania del 2017.
Sulle conseguenze economiche della Brexit, negative per la Gran Bretagna e per l'Ue, si è scritto molto: un calo del Prodotto interno nazionale (Pil) in 10 anni tra il 4,5% e il 12%, a seconda delle previsioni interne e del Vecchio Continente, con perdite nel settore finanziario fino al 5%.
Ma poco è stato detto sul terremoto politico interno se davvero vincesse il sì.
DALLA BREXIT ALLA SCOTXIT. Cameron è un giocatore d'azzardo: permettendo alla Scozia di esprimersi sull'indipendenza, ha rischiato e vinto.
Anche la consultazione sul futuro nell'Ue potrebbe rivelarsi una bolla di sapone. Una prevalenza di misura degli europeisti - pari o inferiore al 55% che, nel settembre scorso, si è espressa contro l'indipendenza di Edimburgo - darebbe a Downing Street carta bianca per ridiscutere i vincoli europei con Bruxelles, sedando al contempo gli euroscettici dell'Ukip.
Altrimenti si innescherebbero le spinte centrifughe per la devolution.
Dalla Brexit alla Scotxit, il Regno Unito andrebbe in pezzi. Con pezzi dentro e fuori l'Unione europea.

La leader scozzese dell'Snp Nicola Sturgeon con i suoi eletti in parlamento (Getty).

La piccola grande Scozia, pro euro e pronta allo strappo

Il fattore Scozia riemerso dall'ultimo voto è la maggiore incognita del referendum britannico sull'Ue.
Battuto alle urne sull'indipendenza, un anno fa il Partito nazionale scozzese (Snp) riconobbe la «scelta democratica del no» dei concittadini, accettando i colloqui sulla devolution graduale promessa da Downing Street.
Ma il suo successo alle Legislative - 56 seggi in parlamento, 50 in più del 2010 per gli indipendentisti scozzesi - ha ridato linfa alla battaglia. Di certo l'Snp riprenderà a incalzare per maggiori poteri di autogoverno, soprattutto fiscale sugli introiti diretti per il petrolio nelle sue acque territoriali.
Ma la “rossa” Nicola Sturgeon, leader e premier scozzese, potrebbe anche rilanciare la richiesta di un secondo referendum sull'uscita dal Regno Unito, specie con in vista con una consultazione sull'Ue.
LA RISCOSSA DELL'SNP. Nel 2015 i nazionalisti del partito-Stato dell'Snp che hanno fatto il pieno di voti dell'emorragia laburista e dei Libdem (rispettivamente 40 e 10 seggi in meno) sono infatti un partito di impronta socialdemocratica, in netto contrasto con le politiche conservatrici e di chiusura verso l'Europa dei Tory.
Nel loro manifesto politico, oltre all'inclusione sociale e all'estensione dei sussidi, c'è la fondazione di una Scozia indipendente dentro l'Ue e addirittura dentro l'Eurozona, cui il governo britannico a suo tempo rinunciò, supportato dall'ostilità crescente per la moneta unica della maggioranza della popolazione britannica.
Oltre al Vallo di Adriano, la maggioranza degli scozzesi è però tradizionalmente in maggioranza per la piena adesione all'Ue.
EDIMBURGO PRO-EURO. Su un referendum per la Brexit, lady Sturgeon aveva chiesto il consenso di tutte le nazioni costitutive del Regno Unito: Scozia, Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord.
Proposta rimbalzata dai partiti nazionali che l'ha portata a dichiarare: «Obbligare gli scozzesi a rompere i suoi legami con Bruxelles è democraticamente indifendibile. Chiederemo una seconda consultazione per l'indipendenza».
Ma non è tutto. Dopo il referendum per Edimburgo, Cameron aveva magnanimamente auspicato maggiore autonomia per tutti, sdoganando - a parole - la federalizzazione.
«Come il parlamento scozzese voterà separatamente sulle questioni proprie in materia fiscale, spesa pubblica e welfare, anche Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord dovrebbero essere in grado di esprimersi su questi temi», ha dichiarato.

Il premier David Cameron (Getty).

Cameron rischia turbolenze anche in Galles e Irlanda del Nord

Come in Scozia, in Galles e in Irlanda del Nord i partiti indipendentisti sono europeisti e orientati a sinistra.
Il Galles in particolare si è confermato una roccaforte della socialdemocrazia, con i laburisti - altrove precipitati - in testa con il 36,9% e solo un seggio in meno del 2010 (25) e i separatisti di Plaid Cymru (Pc), per un Galles indipendente dentro l'Unione europea, stabili al 12% con tre seggi.
Nell'Irlanda del Nord i repubblicani cattolici di Sinn Fein (Sf), militanti nella sinistra europea, (24,5% e 4 seggi), rincorrono invece i conservatori protestanti del Partito democratico unionista (25,7% e 8 seggi), in leggera flessione, come i laburisti, sulle forze di destra.
La scommessa di Cameron è puntare sul vantaggio complessivo dei partiti conservatori nel Regno Unito e sulla generale refrattarietà all'euro dei britannici.
SONDAGGI INAFFIDABILI. Se i calcoli sono giusti, il premier la spunterà come nel 2014, cavandosela con qualche giorno di turbolenza in Borsa e mantenendo pure l'ex potenza coloniale nell'Ue, con meno lacci e lacciuoli.
Per quanto possano contare i sondaggi, i dati sono altalenanti.
A ottobre 2014, un'indagine demoscopica di Ipsos Mori mostrò che il 56% degli elettori britannici erano per restare nell'Ue e il 36% per uscire.
Nel 2013, un sondaggio di Populus per The Times indicava invece il 53% dei cittadini per l'uscita della Gran Bretagna dall'Ue e il 47% contrario. Un recente sondaggio del 2015, sempre del Times, ha registrato solo il 18% convinto della Brexit, un 34% favorevole all'Ue e un'ampia fetta di indecisi (32%).
EFFETTO DOMINO SCOZZESE. Epperò Cameron gioca col fuoco.
All'indomani delle Legislative, il premier scozzese Sturgeon ha ribadito che un «altro referendum per l'indipendenza non è in programma». Ma per Alex Salmond, ex premier ed ex guida dell'Snp, «dopo il voto del 2015 cambia tutto».
L'accelerazione di Cameron può davvero portare Edimburgo a indire un referendum sulla Scotxit, surriscaldando il Galles e l'Irlanda del Nord. L'orgoglio dei 5 milioni e 200 mila scozzesi rischia di scindere almeno un pezzo del Regno Unito dallo zoccolo duro dei 53 milioni di inglesi euro-traballanti.
L'Inghilterra fuori dall'Ue, la Scozia dentro da sola e turbolenze nel Galles e in Irlanda del Nord. Sulla Brexit può tra l'altro spaccarsi anche il partito dei Tory. La regina avrà i suoi pensieri. Ma a Cameron piace giocare duro.

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