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PROPOSTA 12 Maggio Mag 2015 1305 12 maggio 2015

Ue, nei Trattati un appiglio per i migranti

Non serve l'unanimità. Ed è una misura provvisoria. Juncker sfrutta l'articolo 78. Per far passare le quote obbligatorie. Nonostante l'opposizione di cinque Stati.

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da Bruxelles

L'11 maggio, parlando dell'emergenza migranti al Consiglio di sicurezza Onu, l'Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini ha assicurato: «Finalmente l'Europa è pronta ad assumersi le sue responsabilità».
IMMIGRAZIONE, UE AL VOTO. Il riferimento è alla tanto attesa Agenda per l'immigrazione a cui il commissario Ue Dimitri Avramopulos sta lavorando da mesi e che l'esecutivo europeo presenta 13 maggio a Bruxelles.
Ma dopo l'approvazione del testo da parte del collegio dei commissari, a dare la vera prova di responsabilità saranno gli Stati membri, che dopo la solidarietà manifestata a parole durante l'ultimo summit Ue convocato d'urgenza dopo l'ennesimo naufragio nel Mare Mediterraneo, dovranno mostrare di voler davvero dare il proprio contributo.
NON C'È DIRITTO DI VETO. A votare le misure contenute nell'Agenda devono essere infatti il parlamento e il Consiglio europeo: per passare serve la maggioranza qualificata da parte dei 28, ma non l'unanimità.
Ed è proprio sulla mancanza del diritto di veto che la Commissione fa affidamento, consapevole che sono tanti i governi europei pronti a far saltare la proposta perché contrari a uno dei punti più controversi inseriti nell'Agenda: l'obbligatorietà della suddivisione dei profughi in base a un meccanismo di quote.

L'opposizione di Regno Unito, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia

Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue.

Una richiesta fatta dall'Italia e dal parlamento europeo e fortemente sostenuta dal presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, ma lasciata cadere nel silenzio dagli altri.
Se per gli Stati membri l'aiuto ai Paesi di origine e transito dei migranti non rappresenta un problema, il controllo delle frontiere a Sud della Libia e nei Paesi limitrofi è ritenuto necessario e la missione di sicurezza e difesa contro trafficanti e scafisti (per ora legata al benestare dell'Onu, ndr) è sostenuta da tutti, l'opzione di rendere obbligatoria la suddivisione dei migranti rischia di spaccare ancora una volta l'Ue.
Ad aver già manifestato di non essere disposti a ospitare altri immigrati sono infatti Regno Unito, Irlanda, Ungheria, Slovacchia, Estonia, Repubblica Ceca, Polonia.
UNA PROMESSA IN BILICO. Per questo a palazzo Berlaymont il collegio dei commissari dell'esecutivo europeo sta lavorando a stretto contatto con l'ufficio legale per capire come riuscire a far passare la sua proposta sull'immigrazione senza il rischio che l'opposizione di alcuni Stati membri vanifichi il lavoro fatto sinora. E soprattutto la promessa di mettere sul tavolo una strategia efficace e coraggiosa.
Ma per riuscire a rendere obbligatorio il concetto di redistribuzione dei migranti con quote obbligatorie da stabilire in base al Pil del Paese, al tasso di disoccupazione e al numero degli asili già concessi, alla Commissione più che il coraggio è servito l'ingegno.
LA MISURA È TEMPORANEA. L'escamotage è stato trovato proprio rileggendo il Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (versione consolidata): l'esecutivo Juncker ha deciso di invocare per la prima volta nella storia comunitaria l'articolo 78 paragrafo 3 che recita: «Qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di Paesi terzi, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati».
Davanti quindi all'emergenza, la ripartizione secondo le quote è una misura temporanea che la Commissione chiede al Consiglio di approvare secondo una maggioranza qualificata. E per ora il fatto che i grandi Paesi come Italia, Francia, Germania e Spagna - a cui si dovrebbero aggiungere Svezia, Austria e Slovenia, oltre ai più coinvolti Malta e Grecia - siano a favore della misura promette un esito positivo del voto (il meccansmo assegna un diverso valore al voto di ciascuno Stato membro che è proporzionale al numero di abitanti, ndr).

I Trattati e la clausola di opting out: gli Stati decidono se partecipare

David Cameron e Jean-Claude Juncker.

Quando si parla di politiche di immigrazione e asilo, l'unica cosa su cui gli Stati membri mantengono una competenza esclusiva è il numero di migranti legali che entrano ogni anno nel Paese per motivi di lavoro.
Su tutto il resto la competenza è concorrente, ovvero se la Commissione europea decide una legislazione sul tema, una volta che questa è stata approvata da Consiglio e parlamento Ue, gli Stati membri devono conformare le proprie leggi a quel testo.
Per rendere quindi obbligatorio il sistema delle quote, dal Consiglio dei 28 serve un'approvazione a maggioranza qualificata, non c'è quindi diritto di veto. Una scelta coraggiosa da parte di Juncker che il suo predecessore Josè Manuel Barroso ha sempre evitato quando si parlava di immigrazione.
GB, DANIMARCA E IRLANDA 'DISINNESCATE'. Il lussemburghese ha deciso di usare il paragrafo 3 dell'articolo 78 per imporre l'obbligatorietà delle quote a tutti gli Stati membri consapevole che già i tre più ostili - Danimarca, Irlanda e Regno Unito - si terranno fuori senza influenzare il voto.
Quando la politica di immigrazione e asilo è stata infatti comunitarizzata con il nuovo Trattato è stata tolta l'unanimità. Regno Unito e Irlanda, che non erano favorevoli ai cambiamenti, hanno potuto così avvalersi di una clausola di esenzione detta opting out, che ha permesso loro di accettare il Trattato ma di poter decidere di volta in volta se partecipare o meno.
Il Trattato di Amsterdam riconosce ai due Paesi la facoltà di non partecipare all’adozione delle misure previste dal nuovo titolo in materia di asilo e immigrazione, concedendo loro la possibilità di aderire a tali disposizioni in un secondo momento attraverso la clausola dell'opt in. Un regime analogo è previsto anche per la Danimarca, la quale non partecipa neanche all’attuazione delle misure contemplate in materia di difesa nell’ambito della politica estera e di sicurezza comune e ha un opt out permanente.
RESTA INCERTEZZA SUI NUMERI. In questo caso, quindi, tutti e tre gli Stati membri non potranno bloccare con il loro voto contrario l'approvazione dell'Agenda. Naturalmente, non partecipando a questa politica comunitaria non ospiteranno nemmeno un immigrato in più.
Per ora il numero dei rifugiati che la Commissione chiederà di ricollocare non è chiaro: nelle bozze circolate in questi giorni si ipotizza una forbice da 5 mila a 20 mila. Numeri non confermati da palazzo Berlaymont, dove alla fine più che inserire un numero preciso si potrebbe anche optare per una percentuale.
Davanti alle oltre 200 mila richieste di asilo previste in Europa, la cifra di 20 mila rifugiati all'anno sembra infatti irrisoria.
Per questo, spiega una fonte, il documento riporterà solo la 'chiave di distribuzione' con le percentuali per ogni Paese. Le cifre di richiedenti da redistribuire dai Paesi in prima linea saranno invece indicate nella proposta finale della Commissione, entro fine mese.

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