Immigrazione 150416215910
DIPLOMATICAMENTE 14 Maggio Mag 2015 1400 14 maggio 2015

Triste Europa, è tutta qui la tua accoglienza?

Un'Agenda troppo timida. Misure tardive. Paesi riottosi. Sui migranti tante incognite.

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Migranti sbarcati in Sicilia.

Nell’illustrare con l’enfasi delle occasioni storiche la nuova agenda della Commissione dell’Unione europea sull'immigrazione, l’Alto rappresentante dell'Ue per gli affari esteri Federica Mogherini lo ha detto a chiare lettere: «Sappiamo tutti che una risposta reale sarà possibile soltanto se affrontiamo le cause profonde, che vanno dalla povertà all’instabilità dovute alle guerre, fino alla crisi in Libano e in Siria».
LUNGA STORIA DI OMISSIONI. Si tratta di un’ammissione assolutamente condivisibile che avrebbe meritato qualche approfondimento in più, anche per far comprendere appieno il salto di qualità rappresentato dal varo di questa Agenda rispetto alla lunga storia di debolezze e omissioni che si sono frapposte alla rimozione di quelle cause e a marcare l’urgenza di affrontarle al meglio adesso.
POLITICA DAL PROFILO OPACO. Un richiamo a quel passato sarebbe valso a dare una scossa in più alla tecnocrazia bruxellese dietro alla quale si riparano le miopi leadership politiche di parte importante dei membri dell’Unione europea e a risvegliare forse ambizioni più alte, capaci di superare l’opaco, a dir poco, profilo della politica estera europea.
A prospettare profili ben più impegnativi di partenariato euro-mediterraneo e/o di coinvolgimento strategico dell’Unione africana.
IN ITALIA GRETTI PERSONAGGI. Sarebbe valso anche a tacitare autorevolmente quei gretti personaggi di casa nostra, ieri paladini della difesa e della promozione dei diritti dei nostri migranti all’estero, oggi rozzi fautori dei respingimenti, dello slogan «aiutiamoli a casa loro», ma ben attenti a non mettere un soldo nelle casse della cooperazione allo sviluppo e a lasciare in ombra collusioni passate e presenti con governi brutalmente oppressori (vedasi per esempio l’Eritrea) ovvero l’ambiguità di certa politica sornionamente utilitaristica nel Medio Oriente.

Sfruttato un articolo del Trattato in vigore da anni

Federica Mogherini.

Così non è stato. E sempre per valorizzare la portata storica della svolta operata dall’Agenda si è lasciato in ombra il fatto che il suo asse portante riposasse su un articolo del Trattato in vigore da anni, ma lasciato inattivo per una colpevole debolezza politica.
Mi riferisco all’art. 78 terzo paragrafo lettera c), che recita: «Qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati. Esso delibera previa consultazione del parlamento europeo».
MAGARI PENSARCI PRIMA? Ma come, ci si dirà, esisteva già una norma che consentiva di rispondere tempestivamente alla dinamica emergenziale nella quale l’Italia - e non solo - si trova da tempo e nessuno vi si è appellato per chiederne l’applicazione, noi per esempio, durante il semestre di presidenza, oppure qualche membro lo ha fatto e non è stato ascoltato?
CI VOLEVA L'INDIGNAZIONE. Ci voleva l’indignazione del mondo di fronte alla catasta di morti annegati per riprenderlo in considerazione?
Sono quesiti che nulla vogliono togliere al risultato ottenuto adesso, ma è doveroso sottolineare che, proprio sulla base di quella norma, l’Agenda prevede la distribuzione dei rifugiati sul territorio dell’Unione.
Con una chiave di ripartizione risultante dall’incrocio di quattro parametri: popolazione complessiva, Pil, tasso di disoccupazione e rifugiati già accolti.
ALTRO CHE DISPONIBILITÀ. Una situazione che la dice tutta sulla disponibilità all’accoglienza e dunque sul riconoscimento del valore della convivenza di questa triste Europa.
E che tra l’altro verrà messa a dura prova nel momento del suo varo effettivo, cioè nel prossimo Vertice, dove l’Unione si troverà divisa: con un consistente numero di Paesi - in testa Gran Bretagna e Danimarca, forti del loro diritto di opt-out (cioè di chiamarsene fuori) - determinati a non far passare il principio delle quote.

Il meccanismo delle quote ha molte fragilità

Salire a bordo dei barconi costa tra i 3 e i 4 mila euro.

A noi toccherebbe un 11,84%, percentuale del tutto ragionevole (verremmo dopo Germania e Francia), ma dovremo accettare la partecipazione (leggasi controllo) di funzionari dell’Unione nell’identificazione dei migranti: quando c’è la fiducia c’è tutto.
Se il primo, grande pilastro presenta delle fragilità, che si spera poter superare col voto a maggioranza, il secondo - il reinsediamento di rifugiati già certificati - ha poco di storico.
RICHIESTE VECCHIE. L’Agenda accoglie infatti la richiesta avanzata da tempo dall’Unhcr di ricollocare nei Paesi dell’Unione circa 20 mila dei rifugiati che già vivono nei campi profughi di Paesi terzi (in particolare Giordania e Turchia).
Di questi l’Italia sarà chiamata a riceverne il 9,94% di (meno di 2 mila) dopo Germania, Francia e Gran Bretagna.
FONDI PER 89 MILIONI. Il terzo pilastro riguarda sia la sorveglianza sia il soccorso in mare ed è il consolidamento di quanto già deciso il 23 aprile con la triplicazione delle capacità e dei mezzi per il biennio 2015/2016: ne sono destinatari Frontex, Triton e Poseidon per un totale di 89 milioni di euro (di cui 57 milioni per il fondo asilo, migrazione e integrazione e 5 milioni per il fondo sicurezza interna).

Nessuna operazione di terra? E ci mancherebbe altro

La sede del parlamento europeo a Bruxelles.

Il quarto punto riguarda l’azione di smantellamento della rete criminale degli scafisti. È un punto nevralgico sul quale l’Alto commissario Mogherini si sta spendendo molto, su mandato del Consiglio, per ottenere la legittimazione delle Nazioni unite. È verosimile che l’otterrà sia pure con caveat piuttosto robusti soprattutto in relazione all’uso della forza militare.
DISTRUZIONI AVVENTUROSE. Mogherini ha assicurato che non vi saranno operazioni di terra. Ci mancherebbe altro, verrebbe da osservare: già è scelta avventurosa anche solo l’ipotizzare operazioni marittime di incursione sulle coste per distruggere i barconi: il bombardamento della nave turca a opera di Tobruk ne costituisce un convincente monito cui si affianca l’altolà di Tripoli. Figuriamoci iniziative più “incisive”.
Penso sia ben più efficace muoversi attraverso la messa a fattor comune dei servizi di intelligence dell’area e ricercare ogni possibile forma di coinvolgimento delle locali autorità costiere.
LAVORARE, MA NON A PAROLE. E lavorare seriamente e non solo a parole a sostegno del negoziato che il Rappresentante delle Nazioni unite sta faticosamente portando avanti con le due principali fazioni in lotta.
Resta poi il quesito di fondo del che fare di quanti già stanno in attesa di partire o in viaggio verso le coste libiche. Inquieta il balbettio dell’Agenda che rinvia a un futuro denso di rischiose incognite.
PUNTO DI PARTENZA INDIETRO. Intendiamoci, l’Agenda costituisce comunque un passo in avanti, ma è il punto di partenza a essere tremendamente indietro.
E incombe la decisione finale del Consiglio di fine giugno che ci dirà se e in quale misura l’Agenda potrà rappresentare il primo nucleo di una strategia capace di dare, per dirla con Mogherini, una «risposta globale che colga tutti gli aspetti del problema in modo integrato e coordinato».

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