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CONTESA 15 Maggio Mag 2015 0800 15 maggio 2015

Isds, rebus arbitrato sul libero scambio Usa-Ue

Citare gli Stati davanti a una Corte internazionale? È la clausola della discordia. Politici e cittadini contrari. La Commissione europea: «Va riformata, non tolta».

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Michael Efler del movimento Stop Ttip.

Con la clausola Isds, il Ttip non s'ha da fare.
Nell'accordo di parternariato transatlantico tra Stati Uniti e Unione europea (Ttip), l'Investor to state dispute settlement (Isds), che permette alle aziende di citare gli Stati davanti a una corte arbitrale e far annullare decisioni considerate discriminatorie per il loro business, rischia di diventare il vero cavallo di Troia di un trattato commerciale che forse non vedrà mai la luce.
PROTESTA IN PIAZZA. A dirlo sono quasi tutti. Cittadini, Organizzazioni non governative (Ong) e sindacati più volte sono scesi in piazza per manifestare contro il Ttip sventolando il mostro Isds come il male assoluto.
PURE HILLARY CONTRO. Nel suo ultimo libro Hard choices («Scelte difficili») l'ha scritto persino Hillary Clinton.
Parlando dell'esigenza di conseguire una armonizzazione normativa con l'Ue, la candidata dei democratici alla Casa Bianca ha messo in guardia dall'Isds: «Dovremmo evitare che alcune delle disposizioni richieste dalle parti commerciali interessate, comprese le nostre, diano a loro o ai loro investitori il potere di citare in giudizio i governi stranieri».
EURO DEPUTATI SCETTICI. Un pericolo che non piace soprattutto agli europarlamentari, a cui spetta il voto finale sul Ttip, e che sin dall'inizio si sono mostrati scettici proprio nei confronti dell'idea che un tribunale privato internazionale debba garantire la protezione degli investimenti internazionali, scavalcando in questo modo il sistema giudiziario nazionale.
Eppure alla Commissione europea, incaricata di negoziare il Ttip, non sembrano aver capito l'antifona. E continuano a lavorare per mantenere l'Isds come parte integrante dell'accordo.
COMPROMESSO DIFFICILE. Ma trovare un compromesso, prima di tutto in casa, non è così facile. È infatti a Bruxelles, al parlamento europeo che la commissaria Ue per il Commercio, Cecilia Malmström, ha trovato il primo ostacolo.

Malmström: «L'Isds va riformato, non cancellato»

Il commissario europeo Cecilia Malmstrom.

Per cercare di oltrepassarlo, il 6 maggio ha presentato una proposta di riforma del meccanismo Isds alla commissione parlamentare per il Commercio internazionale (Inta), che è responsabile della stesura finale della posizione del parlamento sul Ttip (altre 14 commissioni contribuiscono alla redazione della relazione, ndr).
«Non abbiamo fatto solo cambiamenti cosmetici, ma una revisione significativa del sistema. La nostra è una risposta allo scetticismo mostrato», ha spiegato, ribadendo però ancora una volta: «Non siamo d'accordo che si debba togliere del tutto l'Isds».
È L'UNICA PROTEZIONE. La tesi sostenuta dalla commissaria è che circa la metà degli accordi internazionali siglati dagli Stati membri dell'Ue - 1.400 su 3 mila - contengono già la clausola Isds, perché è l'unico modo per garantire la protezione degli investitori. L'unica cosa che si può fare quindi è al massimo riformare il sistema in alcune sue parti.
Per cercare di convincere gli europarlamentari, la commissaria ha ribadito l'intenzione di voler andare «verso un tribunale più tradizionale, una vera a propria Corte internazionale per gli investimenti», ha annunciato, «ma per questo ci vorrà molto tempo».
LE PARTI SCELGONO GLI ARBITRI. Al di là delle intenzioni, quindi, al momento sul tavolo c'è ancora una volta l'Isds, che secondo la proposta di riforma prevede una scelta degli arbitri «presi da una lista selezionata da entrambe le parti» e un «un processo di appello bilaterale» per evitare che le aziende chiedano un doppio risarcimento.

Ma i socialdemocratici: «Campo di applicazione non definito»

Bruxelles, manifestazione contro il Ttip davanti alla Commissione europea.

Modifiche che per quanto apprezzate non sembrano aver convinto del tutto gli europarlamentari.
Il primo a mostrare ancora una volta il suo scetticismo è stato il presidente della commissione Inta, nonché relatore finale della posizione del parlamento sul Ttip, il tedesco Bernd Lange del gruppo dei socialdemocratici (S&D).
«DIREZIONE GIUSTA». La proposta di riforma è stata definita «un passo importante nella direzione giusta, a partire dalla questione degli aiuti di Stato che vengono esclusi come possibile ingerenza nelle possibili aspettative di investimento», ha osservato Lange. «Tuttavia», ed ecco il primo campanello di allarme, «non sono sicuro se il campo di applicazione per l'equo e giusto trattamento sia ben definito, bisognerebbe specificare meglio il campo di applicazione dell'Isds».
«NON ARBITRI PRIVATI». Ma è soprattutto sulla nomina degli arbitri che la maggior parte degli europarlamentari ha mostrato più di una riserva: non basta infatti la garanzia che siano «giudici indipendenti», ma è necessario che «siano giudici in base a qualifiche nazionali, non semplicemente arbitri privati», ha chiesto Lange.

Non c'è chiarezza sull'uso della clausola

Bruxelles, il parlamento europeo.

Il punto che rimane aperto è comunque sempre lo stesso: qual è il bivio che porta all'uso della clausola Isds?
Prima bisogna percorrere tutte le vie legali nazionali e poi c'è possibilità di adire alle Corti per gli investimenti?
«Qual è il sistema giusto?» Il presidente dell'Inta ha sottolineato l'esigenza di segnare una «strada chiara e fattibile», ma soprattutto, «bisogna inserire una clausola di non ritorno, una volta scelta una strada, se si vede che non funziona non si dovrebbe tornare all'altra».
STRANIERI AGEVOLATI. Un rischio è pure quello di agevolare gli investitori stranieri rispetto a quelli locali: «La clausola dei 'non diritti maggiori' dovrebbe essere scritta in modo vincolante», ha ricordato Lange.
Insomma i margini di miglioramento della proposta sono tanti. «Andare verso un sistema internazionale ha senso, ma non si può fare da un giorno all'altro», ha però risposto Malmström.
POCHI SOSTENITORI. Così quello che preoccupa è quale sarà «il sistema transitorio», ha chiesto l'eurodeputata olandese dell'Alde Marietje Schaake ricordando ancora una volta alla commissaria europea che «l'Isds ha pochi sostenitori». Se infatti non tutti sono contro il Ttip, negoziare gli standard e certi meccanismi negoziali è fondamentale per riuscire ad avere il sì da parte del parlamento europeo.
Una partita che dall'altra parte dell'oceano sta giocando anche Obama, ha ricordato Schaake. E per ora non sembra stia andando bene.
Martedì 12 maggio il presidente degli Stati uniti ha infatti ricevuto uno stop ai trattati commerciali: il Senato americano ha bocciato (serviva la maggioranza qualificata di 60 voti, ndr) il Trade promotion authority (Tpa) che darebbe a Obama un’autorità negoziale speciale (la cosiddetta “fast track”) per firmare intese commerciali senza doverle sottoporle all'analisi di Capitol Hill.
Ai senatori in questo modo spetterebbe solo il voto finale sugli accordi senza la possibilità di cambiarli attraverso emendamenti, proprio come succede a Bruxelles.
Una carta bianca che nè i repubblicani nè gli stessi democratici si sono sentiti di mettere in mano al presidente Obama.
A rischio è così prima di tutto la sigla del Trans-Pacific Partnership (Tpp, l'accordo che in questo momento sta davvero a cuore alla Casa Bianca) e lo stesso Ttip, sul quale sembrano invece più concentrati gli europei, che temono di diventare una pedina in mano ai big americani.
Per questo la riforma dell'Isds rappresenta il più grosso ostacolo per la commissaria Malmström. Già nell'accordo commerciale con il Canada (Ceta) «ci sono molte carenze», ha ricordato William Dartmouth, Ukip (Efdd), «perché allora dovremmo sottoscrivere questo accordo?».

Il 97% dei cittadini l'ha bocciato, ma la Commissione non se ne cura

Jean Claude Juncker.

A non aver nessun dubbio sulla negatività della proposta di riforma è Yannick Jadot, eurodeputato francese dei Verdi, vice presidente della commissione Inta e relatore ombra per il Ttip: «Non abbiamo bisogno dell'Isds, abbiamo già i sistemi nazionali», ha detto ricordando ancora volta che al di là delle posizioni dei vari partiti politici, la Commissione dovrebbe prendere in considerazione la volontà dei cittadini.
«Il 97% di loro l'ha respinto, eppure questo dato non viene nemmeno citato nel nuovo documento sulla riforma».
C'è una opposizione talmente netta nei confronti di questo dispositivo, ha ricordato, «che gli stessi governi nazionali hanno votato contro».
«SECONDO IL FMI NON SERVE». «La Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale dicono che non serve nessun Isds per aumentare gli investimenti, e nell'accordo commerciale con la Corea, grazie al quale la Commissione dice che sono aumentati gli investimenti, non c'è nessun Isds».
A sottolinearlo è anche la liberale irlandese Marian Harkin della commissione per l'occupazione e gli affari sociali, che ha votato contro il meccanismo: «L'Irlanda non ha nessun clausola Isds nei suoi accordi commerciali, eppure il livello di investimenti è altissimo».
Infine, per quanto «da due anni si discute di Isds e Ttip, in questo documento ci sono proposte ancora molto vaghe dal punto di vista giuridico: è più facile migliorare i sistemi pubblici già esistenti che lanciare sistemi privati che avranno un costo permanente», ha suggerito il socialista tedesco Dietmar Koster, « in fondo i nostri sono Paesi democratici e anche gli imprenditori stranieri possono fare ricorso alle vie legali nazionali». Per questo anche la commissione Affari giuridici dove Koster lavora ha detto no all'Isds.
SEI SU 14 HANNO VOTATO CONTRO. Finora sei Commissioni su 14 hanno votato contro la clausola della discordia: Affari giuridici, Affari economici e monetari; Occupazione; Ambiente; Petizioni e Affari costituzionali.
A favore sono state la commissione Industria e quella degli Affari esteri.
In pratica metà dell’intero parlamento europeo non vuole l’inserimento dell’arbitrato internazionale nel Ttip, in linea, al di là degli schieramenti politici, con la posizione critica del partito socialdemocratico tedesco rappresentato dal leader Sigmar Gabriel, il vice di Angela Merkel a Berlino.
VOTO SUL RAPPORTO IL 28 MAGGIO. Per quanto quelli delle varie commissioni parlamentari non siano pareri vincolanti, saranno presi in considerazione per la stesura del Rapporto ufficiale sul commercio internazionale, unica voce del parlamento sul Ttip, che sarà messo ai voti nella sessione plenaria del parlamento europeo a giugno. Sarà allora che si capirà quante speranze potrà davvero avere il Ttip.

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