Elezioni Israeliane Netanyahu 150514160626
EQUILIBRI 15 Maggio Mag 2015 0915 15 maggio 2015

Israele, Netanyahu ora è ostaggio dei sionisti

Il premier forma il governo grazie a Bennett. A cui vanno tre ministeri strategici. E la promessa di nuovi insediamenti in Palestina. Nonostante l'appello del papa.

  • ...

I 550 mila mila coloni di Palestina, con diritto di voto, festeggiano.
Per il giuramento del nuovo governo, Israele ha dato il via libera a 900 nuovi alloggi a Gerusalemme Est.
Ramat Shlomo, sobborgo ebraico della città conterà presto quasi 1.000 elettori in più del blocco nazionalista eletto alle Legislative anticipate del 17 marzo 2015.
La vittoria della destra sempre più radicale si è un po' appannata per il trattato, in via di stesura, sulla «vita e sulle attività essenziali della Chiesa cattolica» nello «Stato della Palestina», suggellato dalla diplomazia vaticana nel primo documento ufficiale di riconoscimento.
IL PAPA CON LA PALESTINA. Una «delusione» per Israele, alle prese con il pressing crescente dell'Unione europea (Ue) contro l'occupazione della Cisgiordania ma soprattutto intenzionato - nonostante le politiche unilaterali - a mantenere buoni i rapporti con il papa e, in generale, la comunità cristiana dei territori contesi.
Eppure la mossa di Francesco non cambia la direzione impressa da Benjamin “Bibi” Netanyahu, dopo i salti mortali per diventare per la quarta volta premier.
COALIZIONE IN EXTREMIS. Scaricato a sorpresa dal leader sionista di Israel Beitenu, Avigdor Lieberman, il capo dei conservatori del Likud è corso ai ripari, formando una coalizione con il movimento sionista, ancora più a destra, della Casa ebraica, guidato dall'amico Naftali Bennett.
Grazie agli otto seggi del partito che ha come cavallo di battaglia la colonizzazione ebraica di Gerusalemme Est e della Cisgiordania, Bibi ha la maggioranza di 61 dei 120 scranni in parlamento.

Netanyahu è tenuto per la gola dalla lobby dei coloni

Ramat Shlomo, quartiere ebraico di Gerusalemme Est.

Un solo voto in più.
Bibi è tenuto per la gola dai sionisti che rivogliono le terre bibliche della Giudea e della Samaria.
Gli altri alleati di governo, il partito di centrodestra Kulanu e gli ultraortodossi di Shas e Giudaismo unito della Torah, con altre priorità nella loro agenda politica, impensieriscono di meno.
A fare da ago della bilancia è l'ultradestra di Casa ebraica, alla quale, non a caso, Netanyahu ha riservato un numero sproporzionato di ministeri del nuovo esecutivo, sollevando non pochi malumori anche in seno al Likud.
TRE MINISTERI A BENNETT. Al ministro uscente delle Costruzioni Uri Ariel è andato, per esempio, il dicastero chiave dell'Agricoltura, attraverso il quale gestire il trasferimento dei fondi ai kibbutz della Cisgiordania, dove vivono circa 350 mila coloni.
Per Bennett è invece stato scelto il ministero dell'Istruzione, roccaforte dalla quale promuovere programmi nazionalisti e religiosi nelle scuole, appoggiati dagli ultraortodossi.
LA DIFESA PRESIDIATA. Il terzo esponente di Casa ebraica, la giovane Ayelet Shaked, messa alla guida del ministero della Giustizia ha carta bianca per limitare la tendenza all'interventismo della Corte suprema israeliana nell'operato del governo.
Un'altra freccia nell'arco di Bennett sarebbe stato controllare il ministero della Difesa, rimasto saldamente in mano allo stratega ed ex comandante in capo delle Forze israeliane Moshe Ya'alon.
La Casa ebraica avrà, tuttavia, voce in capitolo nelle operazioni quotidiane contro i palestinesi nella Cisgiordania e a Gerusalemme Est, attraverso un suo sottosegretario piazzato alla Difesa.

L'estrema destra al posto dei centristi

Un'elettrice al voto in Israele.

Via i centristi dell'ultima crisi di governo, dentro la destra più estrema.
L'ultima squadra si è spogliata dei moderati e non è solo l'Autorità nazionale palestinese a bollarla come «fondamentalista».
Netanyahu ha dovuto ottenere l'approvazione nella Knesset (il parlamento israeliano), per allargare il numero di ministeri: una distribuzione dei pani e dei pesci per sedare gli scontenti in seno al suo partito, contrari a delegittimare il potere giuridico dando mano libera alla Casa ebraica.
I lobbisti del Consiglio di Gaza, Giudea e Samaria (Yesha) plaudono all'esecutivo ultranazionalista che «toglierà i limiti alle costruzioni, premendo per un'espansione aggressiva, una realtà ormai quasi irreversibile».
PRESSING SULL'UE. La lettera inviata a maggio, dalla cordata eminente di ex ministri degli Esteri europei, tra i quali l'ex segretario generale della Nato Javier Solana, alla Commissione Ue per rivedere con urgenza le politiche sulla questione palestinese, alla luce della «scarsa intenzione di negoziare seriamente di Netanyahu» e del «defunto processo di Oslo», non è un problema.
Il nodo degli insediamenti ebraici illegali muove la comunità internazionale, non l'opinione pubblica interna. Per il commentatore Amnon Abramovich, l'ultimo governo israeliano nasce «esposto al perenne ricatto dei coloni».
BIBI? COME IL TITANIC. Che il Vaticano tratti con lo Stato palestinese sulle questioni fiscali, di proprietà e sovranità della Chiesa cattolica nei territori, dopo 16 anni di negoziato irrisolto con Tel Aviv, per Israele è una scelta morale, non una svolta sostanziale.
Ma nonostante Bibi tiri dritto sulla sua strada, in molti gli attribuiscono al massimo un paio di anni di vita politica.
Per i sionisti di sinistra (Zionist Union), Shaked alla Giustizia è «come un piromane al comando dei vigili del fuoco». Per i laburisti, «l'esecutivo non potrà funzionare, è un fallimento».
La politologa israeliana Maoz Rosenthal dell'Interdisciplinary Center Herzliya l'ha definito un «Titanic»: «Avanza, ma verso un iceberg».§

Twitter @BarbaraCiolli

Correlati

Potresti esserti perso