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GUERRA 18 Maggio Mag 2015 1830 18 maggio 2015

Isis, a Ramadi va in scena la disfatta degli Stati Uniti

Il Califfato prende la città irachena. Roccaforte Usa. Washington in imbarazzo. Prima aveva escluso l'intervento delle milizie sciite. Ora non può farne a meno.

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Un passo indietro e due avanti, verso la capitale.
In Siria l'Isis è stato respinto a Palmira, dalle forze governative di Bashar al Assad, ma in Iraq i jihadisti del sedicente Stato islamico hanno inferto un colpo durissimo al governo centrale e anche agli Usa, nelle ore in cui il Pentagono rivendicava orgogliosamente l'uccisione di un leader del Califfato.
La reazione vincente nel momento di difficoltà ha mostrato che l'Isis è forte militarmente, almeno in territorio iracheno.
LA MARCIA SU BAGHDAD. Mentre in Siria un blitz americano colpiva a morte il responsabile per il petrolio dell'Isis Abu Sayyaf e catturava la moglie Umm, e nell'antica città di Palmira i jihadisti arretravano, sulle sponde dell'Eufrate, a Ramadi, per le forze di Baghdad andava in scena una seconda disfatta, come a Mosul.
La presa della città settentrionale di Ninive (l'antica Mosul), vicino al Kurdistan iracheno, segnò nel giugno 2014 la nascita del cosiddetto Stato islamico della Siria e dell'Iraq. A un anno di distanza, la caduta di Ramadi, nell'Iraq centrale, apre l'offensiva dell'Isis verso Baghdad, a un centinaio di chilometri di distanza.
«Libereremo la capitale e la città santa sciita di Kerbala», ha minacciato il califfo Abu Bakr al Baghdadi in una dei rari messaggi in Rete a lui attribuiti.
RAMADI, EX ROCCAFORTE USA. Accerchiata da mesi Ramadi, capoluogo del governatorato dell'al Anbar massicciamente infiltrato dall'Isis, era una roccaforte americana della guerra a Saddam Hussein e della successiva occupazione militare.
Quasi 1.300 soldati Usa vi sono morti e, ancora nel 2014, nella regione in accordo con il governo iracheno il Pentagono ha inviato grandi forniture di armi e munizioni per spingere le tribù sunnite a combattere contro gli estremisti. Invece, evidentemente, diversi sunniti sono passati con l'Isis.

Dalle tribù sunnite alle brigate filo-iraniane: cambio di strategia Usa

Come a Mosul, dopo la mattanza di 500 morti in pochi giorni le forze irachene sono scappate di fronte all'Isis, mischiate tra i «circa 8 mila in fuga da Ramadi» o passate al Califfato.
La città si sta svuotando, i depositi di armi (americane ma anche russe) sono finiti in mano all'Isis.
Gli Usa minimizzano. A Ramadi la partita sarebbe ancora aperta o comunque recuperabile. «Sono convinto che con le forze rischierate e il passare dei giorni la situazione cambierà», ha dichiarato il segretario di Stato americano John Kerry.
Ma quali forze? Sulla città stanno infatti convergendo, su ordine del governo filo-iraniano di Baghdad, le milizie sciite addestrate direttamente o indirettamente dai Pasdaran.
L'AIUTO DI TEHERAN. Obbedendo al Pentagono, finora il premier iracheno Haider al Abadi aveva evitato di far dispiegare nell'al Anbar, a maggioranza sunnita, i gruppi di combattenti appoggiati da Teheran che presidiano altre zone del Paese, considerata la crescente ostilità agli sciiti nella regione e, in generale, tra i sunniti iracheni.
Come in Siria, la strategia Usa era contrastare la radicalizzazione dell'Islam sunnita dal suo interno, tra quel 40% della popolazione irachena marginalizzata, dopo la caduta di Saddam, negli otto anni di governo monocolore dello sciita Nuri al Maliki.
Nell'al Anbar era programmata un'offensiva sunnita contro l'Isis. Ma con il collasso di Ramadi, la Casa Bianca è obbligata a cambiare linea, continuando i raid contro l'Isis ma in coordinamento con le milizie iraniane e filo-iraniane.
RISCHIO DI SCONTRI SETTARI. La guerra si complica, in un territorio esposto, più del Kurdistan iracheno e delle regioni a maggioranza sciita, al conflitto settario tra le due ali dell'Islam.
Il contraltare dell'operazione congiunta è una guerra nella guerra, e rischia di aprirsi un nuovo fronte. Ma non c'è alternativa: in Medio Oriente gli iraniani sono gli unici a vincere l'Isis con le loro forze sul campo.
Prima di inviare i miliziani sciiti a Ramadi (le cosiddette Forze di mobilitazione popolare), al Abadi avrebbe avuto, in un colloquio, il disco verde dell'ambasciatore americano a Baghdad Stuart E. Jones, a patto che nell'al Anbar anche le forze guidate dai Pasdaran fossero sotto il comando del governo iracheno.

Due bambini in fuga da Ramadi. © Getty

Ramadi come Mosul, la disfatta dell'esercito iracheno

Il Pentagono definisce la situazione ancora «fluida».
Ma fonti affidabili del governo iracheno e tra le forze di sicurezza della regione hanno confermato al New York Times e alla Bbc la disfatta di Ramadi, «interamente nelle mani dell'Isis», un disastro per l'esecutivo Baghdad e per le sue forze armate.
Se al Maliki fu giustamente crocifisso per la caduta di Mosul, il compagno di partito al Abadi, succedutogli alle sue dimissioni con il placet bipartisan di Stati Uniti e Iran, finisce sullo stesso banco d'accusa.
In un paio di giorni, i jihadisti hanno occupato tutti i quartier generali del governo provinciale, incluso il Centro per il comando militare delle operazioni per la provincia, l'ultimo a cadere. A terra sono rimasti centinaia, tra civili e militari.
PERDITE ENORMI. «Uomini, donne, bambini e militari», ha raccontato il leader di una tribù locale Rqafi al Fahdawi, «chi non si è ritirato è morto in battaglia, ci sono perdite enormi».
Nella base svuotata, alla mercé dell'Isis sarebbe rimasto un enorme deposito di armi, anche d'artiglieria pesante. Il portavoce della provincia dell'al Anbar ha dichiarato la città «caduta».
«L'Isis sta aumentanto l'arsenale, le prossime battaglie saranno più dure», ha ammonito uno dei soldati fuggiti. Secondo indiscrezioni, nonostante l'ordine di al Abadi a resistere, all'arrivo dei jihadisti la maggior parte delle truppe si sarebbe ritirata in una base militare della città di Khalidiya, a Est di Ramadi, dopo essere rimasta a corto di munizioni per il massiccio attacco.
WASHINGTON ESULTA TROPPO PRESTO. È la seconda fuga dell'esercito iracheno in due anni.
Come a Ninive (antico nome di Mosul), si sospettano defezioni nell'Isis, comandato nell'al Anbar da un ex generale di Saddam e con vari colonnelli sunniti dell'ex regime tra i quadri.
Gli Usa hanno festeggiato troppo presto la morte di un leader del Califfato: «La perdita di Sayyaf causerà danni finanziari nell'Isis solo a breve termine. Organizzazioni così vengono create con piani di successione».

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