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VELENI 19 Maggio Mag 2015 1256 19 maggio 2015

Campania, verso le elezioni tra ricatti e affari loschi

Il business sporco dell'attacchinaggio. Le minacce ai candidati. I voti in vendita. Cinquanta euro a Scampia, 100 nella Napoli bene. Quante ombre sulle Regionali.

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Roberto Saviano.

A furia di manipolare le idee, hanno fatto passare per «permissive» perfino le parole del procuratore Antimafia, il napoletano Franco Roberti, che nella speranza di zittire i furbacchioni aveva specificato che di candidati «impresentabili», dal punto di vista legale, si può parlare quando scatta «il rinvio a giudizio».
Campania al voto: forse esagera lo scrittore Roberto Saviano quando invita alla diserzione visto il grado di inquinamento delle liste, ma per molti è fuor di dubbio che mai come per queste Regionali i partiti abbiano davvero «oltrepassato il segno» in tema di presentabilità dei candidati e di un modo di cercare i consensi «totalmente privo di freni inibitori».
UN CLIMA TORBIDO. La tensione è alta, l’imbarazzo ubriacante. Si parla di un «caso Campania» e dell’ipotesi - addirittura - di imporre un clamoroso (ma nei fatti impraticabile) stop alla discussa competizione.
Clima mai così torbido, tanto è vero che Rosy Bindi, presidente della commissione parlamentare anti-mafia, ha ricordato che «l’etica della politica non è misurabile solo dagli atti giudiziari» e che bisogna «indagare sul rapporto tra mafia e politica» fino a imporre per chi elabora le liste «l’applicazione del codice di auto-regolamentazione già approvato da un anno».
Parole al vento, le sue. Almeno finora. Da destra a sinistra, sui problemi drammatici che avvelenano il territorio non si spende una parola: occupazione, criminalità, degrado? Nei dibattiti si parla d’altro. Per esempio, dei precedenti penali dei candidati.
80 MILIONI PER L'ATTACCHINAGGIO. In compenso c’è chi, come è accaduto a Carmine Pagano di Fratelli d’Italia a Battipaglia, da candidato si è visto profanare la tomba del papà al cimitero. E chi in provincia di Napoli è stato picchiato in strada o, come Edmondo Marra di Volturara Irpina, ha trovato davanti al portone di casa una decina di polpette avvelenate.
I carabinieri hanno assicurato: «Calma, forse erano destinate ai cani randagi». Ma il dubbio resta. E lo sgomento pure. Minacce, intimidazioni, ricatti. Un euro costa al candidato attaccare un manifesto elettorale (nella tariffa è compresa la cosiddetta «polizza assicurativa» che preserva dal «rischio rimozione», ndr). Un “gola profonda” ha raccontato al sito Retenews24 che «molti fra gli 800 aspiranti al Consiglio regionale in Campania spendono tra gli 80 e i 100 mila euro per l’attacchinaggio per un totale di spesa di circa 70-80 milioni».

Il coinvolgimento dei clan nel business dei manifesti

Una serie di manifesti diffamanti su Caldoro.

Una montagna di soldi facili, che fa gola alla criminalità locale. Il racket dei manifesti, dicono gli inquirenti, funziona come quello delle pompe funebri: «Ogni clan ha la sua zona di appartenenza, ciascun candidato che vuole affiggere manifesti fuori dell’area che appartiene al clan cui si è affidato deve sborsare sull’unghia la mazzetta (un euro a manifesto) nelle mani di chi comanda in zona. Se non lo fa, l’attacchino viene picchiato. E il manifesto stracciato».
Ma i capi bastone vengono utilizzati anche per compattare appetitosi pacchetti di preferenze: 3 mila euro, raccontano, costa comprare cento voti. E per la fatturazione, si fa finta che i soldi siano serviti per l’affissione dei manifesti elettorali.
TEPPISTI IN AZIONE. A Ercolano, dove il Pd si è ritrovato tra i propri iscritti una valanga di cognomi simili a quelli dei camorristi locali, i teppisti hanno devastato la sede del candidato sindaco. E su Facebook sono state intercettate conversazioni in cui si confessa con candore che un voto di preferenza costa 50 euro. Perfino i parroci, dal pulpito, denunciano che si stanno promettendo pacchi di pasta e posti di lavoro («In un supermercato», assicurano) in cambio del voto.
Clima pesante, credibilità zero. Sussurra un osservatore. «Che cosa si può sperare se perfino il presidente del Consiglio regionale uscente Pietro Foglia, cioè l’uomo più rappresentativo dell’istituzione, viene spedito a processo con l’accusa di aver fatto la cresta sui rimborsi spese falsificando le ricevute di benzina e giornali?».
BOOM DI CAMBI DI RESIDENZA. Lui nega, giura «non sapevo», se la prende con l’autista, si indigna. Ma lo scandalo brucia da morire. E disorienta la gente per bene. I carabinieri, nell’ambito di un’operazione denominata “Bingo”, hanno arrestato 20 persone tra Melito, Giugliano e alcuni paesi del Casertano: l’accusa è di aver rubato armi e carte di identità, forse da utilizzare per giochini “elettorali”.
Nessun partito, che si sappia, ha finora chiesto un controllo sulle richieste di cosiddetta migrazione elettorale, cioè sul boom di cambi di residenza che si verificano spesso in Campania in coincidenza degli appuntamenti elettorali. Imbrogli antichi, mai caduti in disuso: Edoardo Scarfoglio, giornalista e scrittore, raccontava che «già dal 1892 la malavita a Napoli condizionava le elezioni distribuendo soldi e viveri al popolino fino alla sazietà».
UN MECCANISMO OLEATO. Nessuno lo dice, ma si sa che il meccanismo corruttivo è talmente ben oleato da garantire una sorta di “pacchetto completo” dei servizi, dalle autocertificazioni anti-mafia all’opera di persuasione da effettuare nei modi giusti davanti ai seggi fino al monitoraggio per scoprire i potenziali astenuti e «convincerli» a «cambiare opinione».
I trucchi sono quelli della scheda rubata e mai imbucata che passa di mano in mano preconfezionata col nome del candidato «da portare» ma anche mille altri, inediti o rivisitati. A Scampia, in cambio del voto, si pagano 25 euro subito e 25 euro dopo. Nei quartieri-bene di Napoli il prezzo raddoppia. Per essere sicuri che nessuno faccia il furbo, il clan fornisce macchina fotografica mignon da portare in cabina e restituire dopo il voto.

Gli ex cosentiniani nelle liste amiche di De Luca

Vincenzo De Luca.

Nessuno si turba troppo, nessuno protesta né si scandalizza. Gli ex amici di Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario di Forza Italia in carcere da più di un anno per accuse di collusioni con la camorra, si stanno candidando anche nelle liste amiche di De Luca, cioè col centrosinistra.
Oppure, stanno facendo candidare le loro consorti, che si presentano agli elettori col doppio cognome. I paladini del movimento anti-ruspe, cioè i palazzinari di antica e nuova generazione, hanno scelto - con “saggezza” - di candidarsi in entrambi gli schieramenti ritenuti più forti. Insomma: comunque vada, sarà un successo. Per loro.
Durante un’elezione comunale, negli Anni 90, il clan dei Quartieri spagnoli regalava uova di Pasqua ai simpatizzanti per forza. E poco importava se si era in giugno e Cristo era risorto da almeno un paio di mesi. «Spesso», confessa un galoppino, «dove c’è miseria un voto si compra con un panino, una bolletta pagata, una spesa fatta al supermercato, un falso permesso di parcheggio per disabili».
COZZOLINO SULLE ORME DI SALVINI. Il segreto nell’urna. La dignità sotto i piedi. A Ercolano, due candidati di Area Popolare hanno messo al primo posto del programma «il sussidio economico a vedove e detenuti».
Esigenza evidentemente prioritaria, perfino rispetto all’occupazione e alla tutela dei rinomati Scavi archeologici.
C’è il voto di scambio, ma anche il voto “per scambio”: Domenico Cozzolino, il finto fidanzato di Noemi Letizia, la 18enne di Casoria per il cui compleanno Silvio Berlusconi buttò a mare il suo matrimonio con Veronica Lario, si è candidato con Lega Sud aggiungendo al nome e cognome un «detto Salvini» che dovrebbe - secondo lui - portargli una barca di voti.
FURBATE, OMISSIONI, SCORRETTEZZE. In un’altra lista, invece, si candida tal Antonio de Magistris, che con il sindaco di Napoli Luigi (che si è arrabbiato molto) non ha nessuna parentela. Furbate, omissioni, scorrettezze. Hanno scritto che la mattina del 22 aprile all’ospedale civile di Marcianise si sarebbe svolta, in pieno orario di lavoro, una riunione a porte chiuse indetta dalla direzione sanitaria con i capi-dipartimento.
Una «riunione di lavoro», è stato assicurato. E poco importa se in molti giurano che in sala era presente anche Gianpiero Zinzi, figlio del presidente della Provincia di Caserta e candidato al Consiglio regionale con Forza Italia.
Maldicenze, invidie, malelingue. E clamorose amnesie. Tra le più eclatanti, quella di cui è rimasta vittima Mara Carfagna, eterna protagonista mancata alle elezioni in Campania, che si è scagliata contro la presenza in una lista vicina a De Luca di un candidato condannato in primo grado per abuso sessuale su minori.
L'ATTACCO DI POLITO. In molti le hanno ricordato l’appoggio entusiastico offerto al candidato Armando Cesaro, figlio di Luigi, detto Giggino ‘a polpetta, ex presidente della Provincia a Napoli e indagato a piede libero per collusioni di camorra.
Dal versante opposto, Antonio Polito - direttore del Corriere del Mezzogiorno - ha ricordato a Enzo De Luca che si lamenta degli impresentabili che «il più impresentabile» alla fine è proprio lui, che «è un condannato» eppure in lizza per il posto di governatore in Campania.
Accusa pesante, ma quisquilie rispetto alla gravità (tutta da dimostrare, ndr) di quel che Antonio Iovine, ex capo dei Casalesi ora pentito, sta raccontando in merito ai (presunti) rapporti inconfessabili tra i boss casertani e autorevoli esponenti del Pd campano.

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