Esteri 150407094227
DIPLOMATICAMENTE 21 Maggio Mag 2015 0801 21 maggio 2015

Migranti, l'Ue ha tante incertezze e poco tempo

Il dietrofront? È un pessimo segnale. Diventa decisivo il vertice di fine giugno.

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Paolo Gentiloni.

Mi auguro che il ministro Gentiloni abbia ragione nel qualificare come un gesto di posizionamento negoziale l’altolà pronunciato sul sistema delle quote dal governo francese, seguito a ruota dallo spagnolo, e che di conseguenza vi siano margini perchè il prossimo Vertice europeo di fine giugno salvi la sostanza di quanto di positivo è contenuto nella Agenda Junker sulle migrazioni.
Mi auguro soprattutto che Gentiloni disponga di validi elementi a sostegno della sua lettura e sappia bene come muoversi nelle prossime settimane: innanzitutto per evitare l’esito peggiore, cioè la formazione di una maggioranza ostile (in testa Gran Bretagna, Danimarca e Irlanda, legittimati all’opting out, membri dell’area Est europea e altri sulla scia di Parigi e Madrid) che affondi il sistema delle quote obbligatorie.
E poi per scongiurare un suo annacquamento che risulterebbe tanto più penalizzante se associato a una qualche forma di rafforzamento dei filtri alle frontiere e di controllo della nostra condotta in materia di identificazione dei migranti.
PARIGI RESTA VAGA. Il primo ha già cominciato a manifestarsi nei transiti di confine stradali e ferroviari, sia a Est (Francia) sia a Nord Est (Austria) della nostra penisola. Il secondo già figura nel testo dell’Agenda e rispecchia una buona dose di sfiducia nei nostri confronti.
Su questo sfondo conforta solo in parte la precisazione francese per la quale non sarebbe in discussione la ripartizione dei 20 mila profughi già ospitati in centri di accoglienza esterni al territorio dell’Unione europea (Turchia e Giordania in particolare). Il solo fatto di averla fatta e di aver lasciato nel vago il giudizio sull’altro versante, quello dei profughi già residenti in Europa, oltre 600 mila persone, lascia infatti pensare che le riserve riguardino proprio questa seconda categoria di profughi.
Non conforta per nulla, poi, il silenzio osservato dall’Agenda stessa in merito alla parte più consistente dei flussi: coloro che fuggono dalla miseria e dalla fame, i non eleggibili allo status di rifugiati e dunque all’accoglienza. Almeno in Italia dove vige ancora la legge Bossi-Fini del 2002 che subordina l’ingresso legale nel Paese alla esibizione di un contratto di lavoro (impossibile da ottenere se non in forza di un pre-esistente rapporto di conoscenza/lavoro che si voglia regolarizzare).
UN SILENZIO CHE FA RUMORE. Conforta ancor meno il silenzio che continua a coprire il “nodo Libia” che tutti riconoscono essere cruciale ai fini dell’impostazione stessa di una gestione dei flussi degna di questo nome; che induce tutti a fare plaudente riferimento al tentativo negoziale del Rappresentante in loco delle Nazioni Unite, ma che non sembra sollecitare alcun capo di Stato e di governo a proporre una qualsivoglia iniziativa intergovernativa a sostegno.
Neppure da parte dei due Paesi europei – Francia e Gran Bretagna - che più di ogni altro dovrebbero sentirne la responsabilità per essere stati il motore della rovinosa slavina del 2011.
Anzi, oggi, sono proprio questi due Paesi, a guidare il fronte del no (Gran Bretagna) o comunque dei critici (Francia) del sistema delle quote.

Anche l'Italia ha le sue colpe

Federica Mogherini.

L’Italia, dal canto suo, non brilla. Dopo essere stata parte della compagnia bellica di quattro anni fa, non dimentichiamolo, sembra stretta tra il riconoscimento internazionale del governo rifugiato a Tobruk e la preoccupazione per i suoi interessi energetici prevalentemente concentrati nell’area di quello di Tripoli.
E rivendica vocalmente un non meglio definito «ruolo di primo piano» difficilmente rivendicabile sulla base della reiterazione del leit motiv «in Libia serve una soluzione politica, non militare».
Su questo sfondo, piuttosto malaugurante, si staglia la componente muscolosa dell’Agenda: Eu Navfor Med, la missione militare che, forte di uno stanziamento di 11, 8 milioni di euro per i primi due mesi e un mandato iniziale di un anno, dovrebbe «distruggere il modello di business dei contrabbandieri e delle reti di trafficanti nel Mediterraneo».
UN'OPERAZIONE DI DISTRAZIONE DI MASSA? La frase virgolettata è dell’Alto Rappresentante Mogherini che ho voluto ripetere testualmente perché è la migliore sintesi che ho trovato per definire in sofisticato politichese il dietrofront compiuto rispetto alla roboante belligeranza che, tra blocco navale e distruzione dei barconi, aveva infuocato l’obnubilato dibattito di queste ultime settimane elettorali. A casa nostra, e non solo.
Tanto roboante da dare l’impressione, dopo la correzione di tiro, di un’operazione di distrazione di massa, e non a fin di bene.
Eu Navfor Med ha già un comandante, Enrico Credendino, che ha all’attivo la missione Atalanta, del tutto diversa da questa, contro i pirati nel Golfo di Aden. Ed è stato deciso che il suo quartier generale sarà in quel di Centocelle. Mela avvelenata, gratificazione o scelta funzionale? Auguriamoci che sia un mix della seconda e della terza anche alla luce del fatto che alla missione si sono già associati paesi come Francia Germania Gran Bretagna e Spagna e altri si preparerebbero a farlo.
ANCORA TROPPE INCERTEZZE. Peccato che a questo dispositivo manchino ancora le regole di ingaggio per operare da subito, si attenda la decisione finale in merito al concetto strategico cui ispirarsi, approvato solo “politicamente”, da parte del Vertice dell’Unione a fine giugno dopo un’ulteriore riunione dei ministri di Esteri e Difesa. Manca inoltre la fondamentale piattaforma di legittimazione delle Nazioni Unite che porrà verosimilmente più di un limite all’uso della forza ex capitolo 7 della Carta anche in forza del minaccioso diniego a qualsivoglia operazione militare all’interno delle acque territoriali libiche opposto da ciascuno dei due governi (Tobruk e Tripoli) sopra ricordati che si contendono il potere in quel Paese.
Le incertezze sono molte e sostanziali mentre non v’è dubbio che per «distruggere il modello di business dei trafficanti» – e forse anche qualche barcone, auspicabilmente vuoto o svuotato in mare - sarà decisivo l’incrocio questa missione militare e l’azione dell’intelligence nei e con i Paesi dai quali si presume che si muovano i fili operativi del traffico dei migranti.
Insomma, siamo ancora ai primi passi. Ne mancano ancora molti perché si possa dire che l’Ue sta imboccando la strada di una compiuta strategia di gestione del fenomeno e delle sue cause, magari nella cornice di una rinnovata Politica di vicinato euro-mediterranea e africana.
SCENARI INQUIETANTI ALL'ORIZZONTE. Intanto il tempo passa, la buona stagione (per i trafficanti) è vicina e in Libia, la porta principale del flusso marittimo dei migranti di ogni natura e specie, le novità sono tutte di natura critica: il negoziato per la formazione di un governo di unità nazionale resta in stallo, così come il confronto militare tra Tobruk e Tripoli, ben rappresentato dalle persistenti difficoltà che il discusso generale Haftar (Tobruk) incontra nel far progredire la sua Operazione dignità, come indica l’ancora mancata ”liberazione” di Benghasi.
Nello stesso tempo si sta allargando il magma delle milizie nella cui fermentazione trova alimento il Califfato. Secondo fonti vicine al Pentagono sarebbe ormai partito un piano strategico volto a fare della Libia il suo hub africano, ciò che, se accertato e comunque non contrastato adeguatamente, non può che aprire scenari ben più inquietanti dell’allarme «rischio terroristi tra i migranti» lanciato strumentalmente nei giorni scorsi a uso e consumo dei seminatori di xenofobia, in Italia e in Europa.

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