Strage Capaci 2015 150522200031
FACCIAMOCI SENTIRE 25 Maggio Mag 2015 1155 25 maggio 2015

Italia, tante celebrazioni e poca memoria storica

Da Capaci alla Grande guerra, fino alle feste nazionali. Troppa retorica senza sostanza.

  • ...

L'autostrada A29 subito dopo l'attentato mafioso in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e tre agenti di scorta.

Durante l’anno si susseguono una serie di celebrazioni, comprese quelle religiose, che hanno perso, a mio avviso, il valore assoluto che di volta in volta viene ricordato, sostenuto o festeggiato.
Vedo il rischio reale di come la liturgia possa prendere il sopravvento sui contenuti e l’aspetto comunicazionale prevalere rispetto alla ribellione morale.
Abbiamo recentemente assistito alla celebrazione della strage di Capaci.
LA LEZIONE DI CAPACI. Sono trascorsi 23 anni da quel terribile evento che costò la vita a due veri eroi moderni come Falcone e Borsellino e ad altri servitori dello Stato.
Non c’è dubbio che quel sacrificio vada puntualmente ricordato, ma 23 anni dopo si può dire che sia stato fatto quanto possibile per continuare il lavoro di Falcone e Borsellino?
Siamo sicuri che se andiamo in un Istituto Superiore i giovani sappiano chi erano i due magistrati e perché sono morti?
«La mafia si combatte a partire dai banchi di scuola attraverso un’opera di educazione al rispetto delle regole e delle leggi», ha affermato giustamente la presidente della Camera Laura Boldrini. Certamente sì! Ma 23 anni dopo possiamo fare un’analisi dei risultati?
Aziendalmente si dice che tutto ciò che non è misurabile, per definizione non è migliorabile. E parlare di educazione al rispetto delle regole e delle leggi in una scuola che proprio in questi giorni sconta scioperi, blocco degli scrutini e boicottaggio dei criteri di valutazione (test Invalsi) sembra perlomeno contraddittorio.
Quello che constato è che 23 anni fa quando si parlava di mafia si faceva riferimento a zone ben precise del Paese. Oggi i riferimenti geografici sembrano inutili.
LA RETORICA SULLA GRANDE GUERRA. Altra celebrazione recente è stato il centenario della “Grande Guerra”. A 100 anni di distanza possiamo renderci conto che nonostante le atrocità della guerra i conflitti sono ancora qui.
Nonostante i 6 milioni di italiani che vi hanno partecipato, nonostante i 750 mila morti tra militari e civili, oggi la parola “guerra” per quello che sta succedendo intorno a noi è più attuale che mai.
Anche in questo caso abbiamo fatto quanto possibile per educare le nuove generazioni al rifiuto ed all’aberrazione delle atrocità degli eventi bellici, oppure finite le cerimonie si aspettano quelle dell’anno successivo?
Alcune celebrazioni come la Festa della Liberazione del 25 aprile sono ancora motivo di scontro tra opposti partiti politici dopo 70 anni.
IL PRIMO MAGGIO ORMAI È UN CONCERTO. Il Primo maggio è conosciuto dai giovani più per il “concertone” di piazza San Giovanni che per le battaglie operaie che dovrebbe celebrare e che, comunque la si pensi, hanno contribuito a migliorare le condizioni di lavoro e non solo di milioni di lavoratori.
Vorrei evitare qualunque possibile equivoco: non sono contro queste celebrazioni. Vorrei solo sottolineare che celebrare e basta non è più sufficiente.
Occorre una nuova presa di coscienza e la costruzione di un sistema di valori condiviso che entri a far parte del nostro codice genetico.
Non vorrei sembrare irriverente ma chi crede nella dottrina cristiana non può solamente aspettare il giorno della processione per sentirsi a posto con la coscienza o festeggiare le ricorrenze religiose più come eventi commerciali che come reale momento di riflessione e di azione coerente con i dettami ecclesiastici.
Le difficoltà del mondo attuale richiedono lo sviluppo di una nuova presa di coscienza collettiva che ci consenta di scoprire i valori reali su cui si fonda il nostro vivere comune e, soprattutto, grande coerenza di comportamento.
CELEBRARE NON BASTA PIÙ. Il modello non può più essere il convegno dove tutti i relatori esprimono il meglio possibile, privilegiando l’aspetto comunicazionale, la propria immagine, senza che i problemi trovino poi adeguata soluzione onde riparlarne poi al convegno successivo.
Tra qualche giorno, il 2 giugno, festeggeremo la nascita della Repubblica italiana. Perché non dovremmo vivere questo evento come fanno i francesi con il loro 14 luglio o gli americani con il loro 4 luglio?
Ho fatto questo esempio non a caso in quanto questi due Paesi hanno un sistema di valori condiviso. Ogni francese o ogni americano conosce il valore di quelle date, ciò che rappresentano e si identificano in quei valori che non potranno mai essere messi in discussione, qualunque sia la forza politica che vinca le elezioni.
Il che non significa che non ci sia dibattito politico o che possano venir meno tutte le forme e gli elementi che contraddistinguono un modello democratico sano e compiuto.
Ma, come direbbe la Boldrini, «ciò avviene a partire dai banchi di scuola attraverso un’opera di educazione al rispetto delle regole e delle leggi» e, aggiungo io, dei valori fondanti il vivere comune.
Tra celebrazioni e coerenza di comportamento forse è arrivato il momento di focalizzarsi di più sulla seconda che ho detto.

Correlati

Potresti esserti perso