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AMBIZIONI 26 Maggio Mag 2015 0800 26 maggio 2015

Turchia, le guerre ottomane del sultano Erdogan

In Libia è scontro aperto con l'Egitto. In Siria con Assad. Gli islamisti di Erdogan al test delle Legislative. Accusati di vicinanza all'Isis. E con i consensi in calo.

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Il museo di Santa Sofia di nuovo moschea, la Turchia neo-ottomana che abbraccia i nuovi governi post Primavera araba come prima della Grande guerra e dell'accordo di Sykes-Picot che, nel 1916, ridisegnò i confini del Medio Oriente.
L'ambizione del “sultano” Recep Tayyip Erdogan, tre volte premier prima di farsi eleggere presidente, è pronta per essere testata alle Legislative del 7 giugno 2015.
Una prova generale per confermare o meno il consenso al suo partito islamista per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) delle recenti Presidenziali e Amministrative.
CRITICHE PER MORTI E ISIS. Non pochi malumori circolano, in Turchia, dopo la morte di un ufficiale a bordo della nave mercantile bombardata, poche settimane fa, al largo delle coste libiche dove Ankara promuove, dalla caduta di Muammar Gheddafi, l'affermazione di un governo allineato della Fratellanza musulmana.
Anche i soldati turchi costretti, a febbraio, a scappare dal mausoleo del patriarca dell'impero ottomano, il venerato Suleyman Shah nonno di Osman I, nell'exclave siriana assediata dall'Isis, sono stati uno smacco per la macchina del consenso di Erdogan, al pari delle crescenti inflitrazioni jihadiste che espongono la Turchia ad attentati.
ERDOGAN IN CALO, MA PRIMO. Eppure nonostante l'opposizione in crescita - oltre il 40% tra sinistra radicale, curdi e nazionalisti - l'Akp rimane, anche se in calo, il partito più votato dai turchi.
Con un possibile -12% (dal 49,8% al 38,1%) dal 2011, le elezioni generali del 2015 potrebbero riservare sorprese.
Ma intanto centinaia di islamisti manifestano a Sultanahmet, nel cuore di Istanbul, in difesa del deposto presidente egiziano Mohamed Morsi condannato a morte, e per tornare a pregare nell'ex basilica cristiana.
Mentre Erdogan, in Libia come in Siria, manda avanti la sua pericolosa proxy war, ormai esplicita quanto passibile di collusioni con l'Isis, per riportare la Turchia all'egemonia di fine '800.

Supporter islamisti di Erdogan in Turchia (Getty).

La guerra di Libia tra Egitto e Turchia

Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan a colloquio con la figlia Sumeyye (prima da sinistra) e la moglie Emine.

In Libia i turchi dominavano fino alla colonizzazione italiana.
Morto il raìs, con il Qatar hanno preso a finanziare le brigate islamiste che, dal 2014, oltre a Misurata controllano l'autoproclamato governo di Tripoli e larga parte dell'Ovest.
Con la guerra tra il parlamento esiliato a Tobruk, nell'Est, e il nuovo Congresso generale nella capitale, Erdogan e i generali del Cairo sono arrivati ai ferri corti.
Dopo il colpo di mano degli islamisti a Tripoli, Ankara è stata la prima a riconoscere ufficialmente l'esecutivo pro Fratellanza Musulmana dell'allora premier Omar al Hassi, mentre la comunità internazionale si limitava a legittimare quello democraticamente eletto di Tobruk. E anche la prima a riaprire i collegamenti della Turkish airlines verso Tripoli e Misurata.
COLLEGAMENTI AEREI SOSPETTI. I voli di linea sono stati nuovamente sospesi all'inizio del 2015, quando la Libia è ripiombata nella spirale dei combattimenti (via terra e con i raid) e nei gravi attentati, anche dell'Isis.
Ma verso la Turchia, dallo scalo militare di Tripoli gli aerei libici continuano a volare, anche per uso civile, hanno confermato fonti di Lettera43.it, nonostante il governo egiziano abbia chiuso il suo spazio aereo alle rotte dirette tra le città libiche di Tripoli e Misurata e gli scali della Turchia e della Giordania, per «bloccare terroristi e armi che raggiungono la Libia».
Le autorità di Tobruk vengono finanziate e difese dai generali del Cairo, anche con raid inizialmente compiuti da aerei degli Emirati arabi partiti dall'Egitto, che ha dichiarato organizzazione terroristica la Fratellanza musulmana.
GELO DIPLOMATICO COL CAIRO. Tra il parlamento e il governo di Tripoli, e le giunte locali loro alleate, si sono invece intensificate le relazioni economiche e politiche con la Turchia, incolpata dal Cairo di armare le milizie islamiste, e anche le frange jihadiste dell'Isis e di Ansar al Sharia.
Sia l'Egitto (alleato con l'Arabia saudita e gli Emirati) sia la Turchia (coalizzata con Qatar e Sudan) rigettano ogni accusa di armare fazioni.
Ufficialmente Ankara si dice «neutrale», per quanto gli ambasciatori turco ed egiziano siano stati espulsi da Egitto e Turchia, le autorità di Tobruk abbiano annunciato, a febbraio, l'interruzione di tutti i contratti con le compagnie turche storicamente operanti su larga scala in Libia.
E, sotto anonimato, ufficiali del governo turco dichiarino ai media «decaduto», dopo la sentenza della Corte suprema libica che ha legittimato l'esecutivo islamista di Tripoli, «il riconoscimento del parlamento di Tobruk».

Via Assad: Erdogan vuole il Nord della Siria

Per i libici filo-egiziani il cargo colpito trasportava, in acque libiche, un carico di armi verso Derna (Califfato dell'Isis). Per Ankara solo materiale edile, in acque ancora internazionali, dalla Spagna al porto di Tobruk.
Alla fine del 2014, i generali egiziani hanno proibito agli egiziani di viaggiare in Libia e imposto ai giovani uomini, tra i 18 e i 49 anni, la richiesta di un permesso per recarsi in Turchia.
Voli verso Ankara o Istanbul sono autorizzati solo dopo aver fatto tappa a Tobruk o Labraq, nell'Est della Libia, per «controlli ai passaporti e ai passeggeri».
COLLUSIONI CON L'ISIS. La guerra ai turchi sulla Libia è strumentale, molti allarmi terroristici degli egiziani sono amplificazioni della propaganda.
Ma è vero che, verso la Siria, dal 2011 i turchi hanno lasciato passare dalle frontiere migliaia di combattenti stranieri, poi confluiti in al Nusra (ramo siriano di al Qaeda), vari gruppi fondamentalisti e infine nell'Isis.
Il Califfato, a Erdogan, faceva comodo per rovesciare il regime di Damasco e contenere gli indipendentisti curdi alla frontiera di Kobane, permettendo alla Turchia di rimettere le mani su Aleppo e sul Nord della Siria, sotto l'amministrazione francese dopo la grande spartizione coloniale di inizio '900.
L'ultima frizione con l'esercito di Bashar al Assad è stato, a maggio 2015, l'abbattimento di un aereo siriano sconfinato dai caccia turchi. Altri velivoli erano stati colpiti in passato e, lungo la frontiera settentrionale, esplodono sistematicamente scontri.
CORSA AL POST SYKES-PICOT. «Con l'accordo segreto di Sykes-Picot furono disegnati a tavolino Stati inventati come l'Iraq. Le rivolte della Primavera araba lo hanno rimesso in discussione e ora tutte le potenze regionali stanno combattendo la loro guerra. Iran, Arabia saudita, Turchia», commenta a Lettera43.it l'esperto curdo Shorsh Surme, «per coronare il suo sogno neo-ottomano la Turchia ha portato molto fuoco all'Isis».
La famosa «autostrada per la jihad», condannata anche dal braccio destro di Barack Obama, il vice presidente americano Joe Biden, prima della riappacificazione con gli Usa che ha condotto poi allo stop in Turchia di migliaia di combattenti.
Ma resta aperto il corridoio nei cieli africani, a Sud dell'Egitto.

Twitter @BarbaraCiolli

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