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SCENARIO 31 Maggio Mag 2015 1800 31 maggio 2015

Iraq, la riconquista di Ramadi apre alla scissione

Il Centro sunnita emarginato. E attratto dall'Isis. Il Sud sciita in orbita iraniana. E il Nord Ovest curdo verso l'indipendenza. Il Paese si scopre sempre più diviso.

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La riconquista di Ramadi dall'Isis avviene sotto le insegne delle brigate sciite di Unità di mobilitazione popolare.
Il governo iracheno di Haydar al Abadi ha dato carta bianca ai paramilitari filoiraniani che combattono nel nome dell'imam Hussein, il martire della battaglia di Kerbala pianto nella festività dell'ashura dal 10% dei musulmani sciiti nel mondo che va in pellegrinaggio nelle città sante dell'Iraq e dell'Iran.
Ma che nell'al Anbar, la provincia irachena a maggioranza sunnita, è una piccola minoranza sempre meno benvoluta.
I jihadisti erano largamente infiltrati, da più di un anno, nel governatorato che confina con l'hinterland della capitale Baghdad. Il capoluogo Ramadi, prima dell'attacco, era accerchiato.
OPERAZIONE SCIITA IN IRAQ. Migliaia di sunniti oppositori dell'Isis accolgono ora con gli applausi le milizie sciite. Altre migliaia scappano terrorizzate dalle esecuzioni e dai rastrellamenti di massa.
Ma parte della popolazione locale passa sotto il Califfato, sentendosi più protetta dai luogotententi di Abu Bakr al Baghdadi che dal governo iracheno.
Gli Stati Uniti che ancora si interrogano su come sia potuta cadere Ramadi - loro ex roccaforte e fiore all'occhiello del training militare post Saddam Hussein - appoggiano con i raid l'operazione sciita, a patto che le brigate rispondano ad al Abadi e non direttamente all'Iran.
LA REGIA DI QASSEM SOLEIMANI. Ma tutti sanno che il vero regista dell'operazione è il generale iraniano Qassem Soleimani, a capo delle unità all'estero Quds dei Guardiani della rivoluzione.
La controffensiva Labeyk Ya Hussein (letteralmente 'Siamo al tuo servizio Hussein'), a connotazione così religiosa in un territorio profondamente sunnita, espone l'Iraq all'escalation del settarismo, spaccandolo negli almeno tre territori delle principali componenti.
I sunniti attratti dal Califfato nel Centro e Nord Ovest. Il Sud sciita e parte di Baghdad nell'orbita iraniana. Il Nord Ovest, già autonomo, in un Kurdistan indipendente.

Le milizie paramilitari sciite spedite a Ramadi (Getty).

Metà dell'apparato militare di Saddam con l'Isis: sunniti senza uno Stato

Abbattuto Saddam, l'allora capo dell'Autorità provvisoria Usa, il diplomatico Paul Bremer, decise di sciogliere l'esercito del regime, mandando a monte la strategia intelligente del generale David Petraeus che, integrando le tribù sunnite nella ricostruzione del Paese, stava sconfiggendo al Qaeda.
Marginalizzare gli ex militari e la popolazione che appoggiava il regime avrebbe creato la pericolosa saldatura tra i fondamentalisti islamici e la vecchia intelligence che, in Iraq, si è riflessa nei mostri prima di al Qaeda nell'Iraq poi nell'Isis.
UN'EMARGINAZIONE LUNGA 10 ANNI. La corruzione endemica e il settarismo dei quasi 10 anni di governo dell'ex premier sciita Nouri al Maliki, dal 2006 alla disfatta di Mosul nel 2014, hanno poi alimentato l'emarginazione del 40% dei sunniti.
Dal 2003, gli scontri religiosi, tra attacchi e maxi attentati, hanno fatto migliaia di morti.
«Seimila soldati iracheni sono fuggiti di fronte a 150 miliziani dell'Isis», ha dichiarato l'ex consigliere del comando centrale della Difesa americana, Ali Khedery, parlando del disastro di Ramadi.
Un filmato ha mostrato al mondo l'esercito iracheno scappare, «in teoria una delle nostre migliori unità, in un modo a cui non siamo abituati né noi né loro, abbandonando le armi all'appannaggio dei jihadisti», ha ammesso anche il vice premier iracheno Saleh al Mutlaq, pur respingendo le accuse del segretario alla Difesa Usa Ashton Carter di «mancanza di volontà di combattere dell'esercito».
SOLDATI DEMOTIVATI. «Un anno fa, a Mosul l'Isis si mise d'accordo con varie tribù della zona. Così i jihadisti riuscirono a prendere, in 24 ore, la seconda città irachena che contava quasi 3 milioni di abitanti. Metà apparato militare di Saddam, i most wanted degli Usa mai catturati, è passato all'Isis», spiega a Lettera43.it l'esperto curdo iracheno Shorsh Surme.
Ma non è solo inaffidabilità. Per oltre un anno, le forze irachene collassate a Ramadi hanno lottato senza risultati nel governatorato dell'al Anbar dal quale gli Usa, insieme con il governo, programmavano il contrattacco al Califfato.
Vincere non era facile, avendo l'Isis al suo interno ex capi dell'intelligence e generali di Saddam con potere di moral suasion e grande conoscenza dell'Iraq sunnita. «E poi i soldati del nuovo esercito sono demotivati. Non hanno più una ragione, un vero Stato per cui combattere e non per colpa loro», aggiunge Surme.

Le forze sciite in battaglia, a Nord di Baghdad (Getty).

I curdi ignorati dal governo di Baghdad progettano l'indipendenza

I governi fantoccio del dopoguerra iracheno «non sono riusciti a garantire la sicurezza al mosaico dei popoli che abitano il Paese. Con i sunniti gli sciiti hanno ripetuto l'errore di Saddam, che li escludeva».
Gli americani, venuti a destabilizzare l'Iraq con la falsa guerra alle armi di distruzione di massa, nel 2011 sono poi andati via prematuramente, «lasciando dietro di loro un vuoto incolmabile».
Ora le brigate sciite contano di «liberare l'al Anbar in poco tempo». Dopo la vittoria di Tikrit, 4 mila combattenti dell'Unità di mobilitazione popolare si sono spostati nella regione martellata dai raid, avanzando fino a Husaybah, alle porte di Ramadi.
CAOS NEL TRIANGOLO SUNNITA. Ma un successo sciita lascia aperte molte problematiche in Iraq, non soltanto tra gli arabi.
Oltre a esasperare l'odio dei sunniti nell'al Anbar, in altre ex roccaforti americane del famoso triangolo sunnita come Falluja, i curdi promettono la proclamazione d'indipendenza della regione autonoma.
Con i loro morti hanno liberato 20 mila chilometri dall'Isis. «Se a Nord l'esercito iracheno è riuscito a far arretrare il Califfato in alcuni territori il merito è dei peshmerga», ricorda Surme.
Le autorità curde si aspettavano aperture dal neo premier al Abadi, anche alla luce dei riconoscimenti avuti dalla comunità internazionale. Ma al Abadi, del medesimo partito islamico Dawa di al Maliki, non ha cambiato linea. «I budget verso Erbil sono stati tagliati dopo che, per anni, il governo di Baghdad ha ritardato il pagamento degli stipendi agli statali del Kurdistan», racconta l'esperto.
VERSO UN REFERENDUM IN IRAQ. Il potere centrale continua a strozzare le minoranze e, con la frammentazione in corso, il presidente della regione autonoma curda irachena, Masoud Barzani, è volato alla Casa Bianca, negli Usa, e poi in Russia, Giordania ed Egitto, per accelerare sul processo d'indipendenza.
I curdi iracheni contano anche sulla spinta del probabile successo elettorale, in Turchia, del loro Partito democratico del popolo (Hdp) alle Legislative del 7 giugno. «L'intenzione è di indire in Iraq un referendum, per procedere poi in automatico verso un passo di non ritorno», conclude Surme. Fuori da un Paese «inventato dai colonizzatori nel quale nessuna minoranza, ormai, può dirsi sicura».

Twitter @BarbaraCiolli

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