ANALISI 1 Giugno Giu 2015 1144 01 giugno 2015

Elezioni Liguria: l'era Burlando è al tramonto

Paita accusa Pastorino. Ma il suo flop è figlio del legame con l'ex governatore. Simbolo di una politica incapace di cambiare. E ancorata ai giochi di potere. Ft.

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Si dirà che è una sconfitta di Matteo Renzi. Che è tutta colpa del civatiano sindaco di Bogliasco Luca Pastorino e del suo quasi 10%, come ha subito detto la burlandiana Raffella Paita, la grande delusa del voto regionale, in Liguria (guarda le foto).
Si dirà che c’è una pericolosa avanzata della Lega, che raddoppia i voti superando il 20% e diventa il terzo partito a Genova (prima lista votata nel capoluogo, i 5 Stelle).
Si dirà che è la vittoria del qualunquismo alla Grillo con il Movimento al 25%, secondo partito regionale a un soffio dal primo, il Pd, in una regione ex rossa, dove la sinistra è l’asse di riferimento da circa 40 anni. E dove ha, alla fine, fallito. Per il semplice motivo che troppo potere, troppo a lungo fiacca, stanca e delude. Viva la democrazia.
VOTO DETERMINATO DA TEMI LOCALI. Il voto ligure è un salutare esercizio, tra l’altro da tempo maturo, se si parte dal principio che il cambiamento è il sale democratico. Gli esiti sono tutti da vedere.
Non ci sono infatti, sulla carta, garanzie che la nuova classe dirigente attorno a Giovanni Toti (nuova si fa per dire perché a parte il “paracadutato” Toti è sulla breccia più in alleanza che in opposizione con i “rossi” del governatore uscente Claudio Burlando da almeno due decenni), saprà rispondere bene alle aspettative di un poco di aria fresca. Comunque, gli elettori la loro parte l’hanno fatta, e bene.
Il voto ligure, come era facile prevedere, è determinato prima di tutto dai temi locali anche se ora molti diranno che è un test nazionale anti Renzi. Certamente lo si dirà a sinistra, dove il risultato (quasi 10% e quasi 12% a Genova) di Luca Pastorino avrà varie letture. E lo si dirà e lo si è già detto anche a destra.
In realtà si tratta di un voto, tardivo ma chiaro, contro la palude che ormai da tempo, molto tempo, assedia una regione troppo scettica e mediterranea per credere davvero nella politica con la P maiuscola, e molto più attenta al potere.
UNA CURIA BURLANDIANA. Tra gli Anni 70 e 80 (un’altra era, sconosciuta ai più giovani, ma da lì occorre partire) la Liguria si era gettata in massa, grande borghesia in testa, dalla parte di quello che era allora il Pci e sarebbe presto diventato il Pds, poi l’Ulivo e alla fine il Pd.
L’era democristiana, con la sua grande industria di Stato che aveva fatto di Genova la città più irizzata d’Italia, finiva. Finiva il mondo Iri. Il Pci a chi si dimostrava comprensivo e amico concedeva le solite licenze edilizie e tutto il resto, e quindi tutti a cantarne le lodi, che furono presto le lodi di Claudio Burlando, l’uomo più rappresentativo di questa lunga stagione, ma non certo l’unico.
Persino la Curia genovese diventava burlandiana, come si è visto da recenti incaute sortite dello stesso cardinale Angelo Bagnasco e come si vede da un bel progetto congiunto legato alla modernizzazione dell’antico ospedale Galliera, guidato dalla Curia, con annessa speculazione edilizia a latere, il tutto molto vicino al cuore di Burlando. Vedere, se mai diventerà esecutivo, chi eseguirà i lavori, e si capirà tutto.

Gli elettori si sono ribellati al 'sistema Liguria'

Claudio Burlando

Burlando, brevemente sindaco 25 anni fa, poi ministro, sempre il perno locale con una rete di alleanze trasversali e con una “macchina” elettorale personale vasta e ben oliata da contributi pubblici saggiamente dosati e a pioggia, ha avuto una stagione migliore di quella vissuta, come governatore, per due mandati dal 2005 al 2015.
Qualcosa della Genova pian-burlandiana (da Renzo Piano), il Porto Antico ad esempio, e altro, rimarrà.
Rimarrà però anche il ricordo di una città, e in parte di una regione, dove nessun grande lavoro edilizio ha potuto essere realizzato senza un ruolo totale o dominante delle Coop edilizie emiliane, ottimi imprenditori per carità, ma diventati a Genova soffocanti, con il totale appoggio della politica, e varie scorrettezze di quest’ultima. Idem dicasi, a Genova soprattutto, per la grande distribuzione.
TROPPI ANNI SENZA CAMBIAMENTI. È un “sistema Liguria” che ha trovato la sua sintesi somma, il vertice della piramide del potere, nella Banca Carige. Tutti dentro, da quelli di Imperia capitanati dai fratelli Scajola e alleati di fatto di Burlando a tutto campo («a noi Imperia, a te la Regione»), a vari imprenditori, alla Curia genovese, che sullo scandalo Carige, la vecchia Cassa di risparmio, settima banca nazionale e perno dell’economia locale, non ha detto nulla.
Eppure si tratta di un disastro economico di prima grandezza, dalle infinite conseguenze, con un buco nei conti che nessuno osa quantificare (non è facile farlo per i crediti inesigibili se si vuole continuare a considerarli esigibili) ben più grosso dei milioni di euro prelevati, dice l’accusa, dalla “banda” con a capo l’ex presidente Giovanni Berneschi.
E poi l’ennesima grave alluvione, quella dell’ottobre 2014. Probabilmente è il singolo fatto che più ha influito sul voto, oltre alla diffusa stanchezza verso troppi anni senza cambiamenti. «Il fango di Genova vergogna del Paese» titolava il Corriere. E vergogna della Liguria, insieme a vari altri fanghi regionali.
PD IN CALO NONOSTANTE PASTORINO. Quando Burlando si insediava per il primo mandato regionale, nel 2005, c’erano in cassa più di 200 milioni di euro e una parte notevole avrebbe potuto esser impiegata contro il dissesto idrogeologico. Per Genova si sapeva da tempo che cosa andava fatto. Non è stato fatto. Anzi, con un misto di responsabilità tra Regione e Comune di Genova (guidato da Marco Doria, vicino a Sel) si continua a eseguire disastri nell’alveo dei torrenti, i lavori più importanti alle Coop, naturalmente.
Certo che la sberla inflitta dai liguri, e dai genovesi in particolare, è stata secca. Burlando vinceva nel 2005 e poi nel 2010, la seconda volta con un calo quantitativo netto dei voti dato anche il forte aumento dell’astensione, con un totale nel sistema denominato tatarellum del 52% circa.
Alla Paita, suo erede designato, è andato ora con lo stesso sistema di voto il 28% scarso, quasi la metà. Sommando i voti a Pastorino non si arriva al 40%. Ma prima di dire che è davvero aria fresca c’è tempo. I giochi del potere, nella mediterranea Liguria, cercano di farli sempre gli stessi personaggi.

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