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EDITORIALE 1 Giugno Giu 2015 0857 01 giugno 2015

Per Renzi la prima vera battuta d’arresto

Lo storytelling del premier si è inceppato. L'uomo solo al comando non basta più.

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Matteo Salvini, Beppe Grillo e Matteo Renzi.

Si è inceppato, per dirla con un termine che va oggi di moda, lo storytelling renziano?
Perde colpi la sua narrazione, il suo racconto del mondo che sembrava non dover mai fare i conti con la realtà, ma stare in piedi sulla straordinaria abilità della sua affabulazione?
Se uno guarda ai governatori eletti per il Pd è una vittoria rotonda, un 5 a 2 che lascia al centrodestra due Regioni, esattamente come prima, con la Liguria che si sostituisce alla Campania, ora diventata feudo dell’«impresentabile» De Luca.
Ma se invece si considera il dato politico, il risultato del 31 maggio è la prima seria battuta d’arresto per il presidente del Consiglio.
PARTITO DELLA NAZIONE PIÙ LONTANO. Primo perché la filosofia di Renzi non prevede vittorie di mezza misura, il suo deve essere un crescendo continuo, una cavalcata trionfale che riduce ai minimi termini avversari interni ed esterni.
Secondo perché si allontana l’idea del partito della Nazione, che nella testa dell’ex sindaco di Firenze doveva nascere grazie soprattutto alla diaspora di Forza Italia.
La diaspora c’è stata, quella che fu la gioiosa macchina da guerra del Cavaliere si è ridotta a entità a una cifra, ma dei suoi voti, a leggere i flussi, non ha beneficiato il Pd ma la Lega di Salvini (risultato spettacolare, il suo) e in parte i 5 stelle.
IL NORD GIRA LE SPALLE AL PREMIER. Terzo aspetto, forse ancora più preoccupante per il golden boy di Pontassieve: il Nord gli ha praticamente voltato le spalle. Rispetto alle ultime elezioni europee, quella dello storico quasi bulgaro 41,8% dei consensi, il Pd perde in media più di 10 punti. E addirittura in Veneto subisce l’umiliazione di vedere il suo candidato doppiato dal leghista presidente uscente.
Il centrodestra, nella parte più ricca e produttiva del Paese, ricostituisce la filiera delle tre Regioni che governava nei momenti di massimo splendore, con la Liguria al posto del Piemonte.
Anche qui è una vittoria che porta nettamente il segno del Carroccio, perché certo Giovanni Toti senza l’apporto dei suoi voti non sarebbe mai passato.
Quarto aspetto, l’erosione del consenso in quelle che da sempre sono le sue roccaforti.
Il Pd in Toscana vince nettamente, ma il milanese leghista Borghi porta a casa un 20% che va oltre le più rosee aspettative.
In Umbria invece, è stato per molte ore un testa a testa sul filo di lana prima che per pochissime lunghezze si imponesse la dem Marini.
ORA IL PREMIER DEVE CAMBIARE ROTTA. Per Renzi, insomma, i motivi di riflessione (e di preoccupazione) non mancano. Che qualcosa potesse andargli storto per la verità lo si era capito alla vigilia del voto, con quelle reiterate dichiarazioni che invitavano a separare il dato locale da quello nazionale.
Il 5 a 2 formalmente evita contraccolpi sul governo, ma costringe a una correzione di rotta suggerendo alcuni spunti.
Il primo è che il vero antagonista del premier è Salvini, e non come aveva sperato Berlusconi, la cui sudditanza al leader leghista esce confermata dalla urne.
IL BIPOLARISMO PUÒ ATTENDERE. Il secondo è che il bipolarismo può attendere, perché il Movimeno 5 stelle non ha subito erosioni e anzi si attesta su uno zoccolo duro del 20% che ne fa la seconda forza politica del Paese, anche se la Lega sembra chiaramente avviata a insidiargli la posizione.
Ultimo, ma non meno importante, i contrasti interni al Pd non possono essere derubricati a una guerriglia destinata a non intralciare la marcia trionfale del premier-segretario.
Il risultato ligure, con la buona performance del civatiano Pastorino, indica che la sinistra dem insieme a quella antagonista può contare su un 10% di voti, percentuale che allo stato attuale la porterebbe addirittura a superare l’evanescente Forza Italia.
Renzi, insomma, dovrà inventarsi qualcosa. Forse una nuova narrazione, non più basata sull’epopea dell’uomo solo al comando.
Impresa straordinariamente difficile per chi è abituato a fare tutto da solo.

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