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PASSO FALSO 2 Giugno Giu 2015 0800 02 giugno 2015

Pd, ora Renzi spinge sulla svolta incompiuta

Niente rinnovo sui territori. Lotte per le segreterie. Candidati locali inadeguati. Dopo il flop, contromossa del premier: accelerare la rottamazione tra i dem.

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Matteo Renzi mentre gioca al videogame Pes con Matteo Orfini per ingannare l'attesa durante gli scrutini delle Regionali.

Il crollo di consensi registrato dal Pd alle elezioni regionali 2015 è un risultato che arriva da lontano e ha molte chiavi di lettura.
MANCATO RICAMBIO. Prima tra tutte il mancato ricambio generazionale sui territori. Questo è uno dei nei della gestione di Matteo Renzi come segretario nazionale, nonché uno dei rimbrotti che più spesso riceve, privatamente, dai suoi fedelissimi in giro per l'Italia.
Nel gennaio del 2014, a un mese dal suo insediamento al Nazareno, l'allora sindaco di Firenze decise in fretta e furia di convocare i congressi regionali per scegliere i nuovi segretari.
VIA IL POTERE ALLA DITTA. La motivazione ufficiale fu che lo imponevano le regole dell'Assemblea nazionale, ma nei corridoi del Partito democratico si vociferava che fosse preoccupato di non lasciare la composizione delle liste dei candidati alle Europee di maggio 2014 nelle mani di dirigenti legati alla vecchia guardia, la cosiddetta “Ditta”, che da subito avrebbe potuto metterlo in difficoltà.
Quella corsa produsse però pasticci che ancora oggi il partito paga.
LOTTA PER LE POLTRONE. I renziani della prima, seconda e terza ora si diedero battaglia all'arma bianca per contendersi le poltrone, con uno spirito assolutamente lontano dal credo del leader.
E anche l'elettorato bocciò la soluzione frettolosa con un pesantissimo astensionismo nei circoli e ai gazebo, soltanto poche settimane dopo l'exploit dei quasi 3 milioni in fila per scegliere il nuovo segretario del primo partito del centrosinistra.
Al netto della profonda differenza di interesse che le due competizioni potevano avere, fu comunque un flop.
IL PD NON CAMBIAVA VERSO. Il Pd non cambiava verso, proprio mentre a Palazzo Chigi irrompeva il golden boy dem con cronoprogramma, slide e il motto più famoso degli ultimi 10 anni della politica italiana: «Correre, correre, correre».
Così alle elezioni europee, complice la campagna elettorale troppo aggressiva del Movimento 5 stelle guidato da Beppe Grillo e quella eccessivamente remissiva di Silvio Berlusconi e Forza Italia, dalle urne uscì fuori un 40,8% che diede a Renzi la forza e i numeri per governare.

Fatale l'opposizione di sindacati e insegnanti

Maurizio Landini e Susanna Camusso.

Un anno dopo la situazione è cambiata radicalmente.
Almeno per quello che riguarda le percentuali delle regioni in cui si è andati al voto domenica 31 maggio, dove il Pd ha perso circa la metà dei voti ottenuti faticosamente 12 mesi prima.
SOCIETÀ CIVILE CONTRO. Sebbene, a parziale discolpa, va detto che in questa tornata i democrat hanno avuto contro anche pezzi di società civile storicamente vicini, come i sindacati e il mondo della scuola.
Dell'avversione delle confederazioni ormai si è detto e scritto tutto, ma che gli insegnanti abbiano fatto campagna a sfavore del Partito democratico è una novità assoluta, di cui aveva dato notizia il seguitissimo portale www.orizzontescuola.it, raccontando di gruppi social nati proprio per far perdere voti al premier.
PAITA SOTTO LE ATTESE. Entrando invece nell'analisi delle vicende locali, a poco serve addossare tutte le colpe della sconfitta in Liguria, per esempio, al progetto (seppur fermo al 9%) di Luca Pastorino e Pippo Civati, se la candidata vicina al premier, Lella Paita, è arrivata ben al di sotto delle aspettative iniziali.
I segnali che la sconfitta sarebbe potuta avvenire c'erano tutti, anche nei sondaggi privati commissionati dal Nazareno.
A Roma forse non credevano a un distacco così ampio, ma resta il fatto che in regione il centrosinistra è spaccato a metà come una mela, e già da ben prima delle contestatissime primarie di gennaio 2015.
INADEGUATI IN CAMPANIA. Così come in Campania non esiste una classe dirigente in grado di cambiare l'ordine elle cose, ed ecco che la corsa di De Luca ha avuto come ostacoli prima la truppa bassoliniana capeggiata dall'europarlamentare Cozzolino, e successivamente un pezzo di Ditta rappresentato plasticamente da Rosy Bindi.
Gente che è in cabina di regia addirittura dal 1994.
ALTRO CHE ROTTAMAZIONE. Il dato politico qui si mischia con quello giudiziario, e se il neo governatore fosse realmente costretto ad abdicare per la legge Severino, certificherebbe soltanto che il ricambio voluto da Renzi a Napoli, Salerno, Avellino, Benevento e Caserta non ha attecchito.
Anche perché lo Sceriffo ha vinto soprattutto per gli accordi chiusi in extremis con Ciriaco De Mita. Non esattamente un rottamatore.

In Puglia resta l'incognita della civatiana Lemma

Restando sempre a Sud, più precisamente in Puglia, nel Pd si apre un'altra ferita potenzialmente sanguinolenta.
Michele Emiliano ha sì vinto agevolmente, senza nemmeno il bisogno di un piccolo endorsement del premier, ma nel partito regionale resta l'incognita del segretario, Anna Rita Lemma, civatiana di stretta osservanza.
Lei, consigliera regionale ricandidata, e molto probabilmente eletta, cosa farà? Seguirà Pippo nel Podemos all'italiana o resterà nel partito a combattere la battaglia da posizioni di minoranza?
E cosa faranno tutti gli altri seguaci del deputato brianzolo, ora che le urne sono chiuse?
LA RICETTA NON BASTA. Altri grattacapi in vista per Renzi e i suoi, insomma.
Che ora dovranno per forza riaprire il dossier Pd.
I numeri certificano che a livello locale non basta la segreteria nazionale unitaria, o l'accordo con i Giovani turchi, per avere un mandato sereno e improntato al cambiamento.
LEGISLATURA A RISCHIO. Così come la legislatura vivrà momenti di turbolenza non indifferente dopo l'esito di queste Regionali.
Fassina, Bersani, D'Attorre, Cuperlo e gli altri sono già partiti all'assalto della riforma costituzionale e del ddl scuola, mettendo nel mirino persino l'Italicum, che sembrava una partita chiusa e strachiusa fino a qualche ora fa.
Solo che la minoranza interna ora potrà contare sull'appoggio del Movimento 5 stelle 'debeppegrillizzato' o della Lega a trazione salviniana.
DIALOGO CON LA MINORANZA? Il presidente del Consiglio a questo punto ha due strade: o riapre il dialogo con l'opposizione interna al suo gruppo o torna a corteggiare il Cavaliere e i suoi parlamentari (Carroccio permettendo).
Purtroppo per lui, questo è lo scenario che gli si apre davanti agli occhi dopo aver perso la metà dei voti dalle Europee, e dopo aver lasciato incompiuta la svolta all'interno del Pd (i presidenti di Regione eletti, o rieletti, domenica 31 maggio, fino a pochi mesi erano tutti schierati tra le file della “Ditta”).
CONTROMOSSE DA VARARE. Al momento Renzi sta ancora studiano le contromosse per parare il colpo.
Di solito la sua strategia comunicativa prevede che il leader sia pronto a fornire un nuovo orizzonte da seguire.
E forse è proprio quello che serve per evitare pericolose parafrasi dell'ormai celeberrimo, seppur triste, discorso di Bersani post Politiche 2013: oggi tutti hanno vinto pur non essendo arrivati primi.

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