PERSONAGGIO 3 Giugno Giu 2015 1746 03 giugno 2015

Raffaele Cantone, professione prezzemolino

Prima attacca Bindi. Poi ritratta. Il presidente dell'Anticorruzione ama la ribalta. Ambizioso, misurato e sempre in vista: futuro assicurato. Pure in politica. Foto.

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Dacci oggi la nostra Cantonata quotidiana. Che non va intesa per topica, gaffe ma, al contrario, come la maiuscola testimonia, per illuminazione, direzione, illustrazione con crescente tendenza oracolare.
Sono gli interventi quotidiani di Raffaele Cantone, sorta di padre Mariano laico della legalità: si fa sera (o mattina presto, dopopranzo, ogni momento è quello buono): e, come rintocco di campana, si irradia l'onnipensiero cantoniano a misura di Expo, diritti, economia, calciobalilla, impresentabili.
Al momento di battere le presenti righe, le agenzie vanno battendo freneticamente il più recente intervento proprio su quel pasticciaccio brutto di Rosy Bindi: eh no, l'ha prima ammonita Cantone, così le black list non si fanno; ma subito dopo ha smentito, ha corretto, ha deplorato i titoli dei giornali. Lui non intendeva criticare la presidente Antimafia quanto esprimersi «in generale sulle criticità del codice etico votato in Commissione antimafia».
QUELLA CONSULENZA PER GOMORRA. Praticamente la stessa cosa, potrebbe obiettare qualcuno, e immediatamente infatti Oscar Giannino ha trillato: «Ah, se un pm nominato capo Anticorruzione da un premier di destra avesse detto, su un governatore di destra da sospendere, quanto ha detto Cantone».
Eh sì. Perché, non dimentichiamolo, l'uomo a capo della legalità istituzionale ha un passato (e forse un futuro: resta in aspettativa) da pubblico ministero. Per questo i titoli non gli mancano di certo.
In magistratura dal 1991, nella Direzione Distrettuale Antimafia dal 1999, si è occupato a lungo di indagini sul clan dei casalesi, quello di Gomorra (libro al quale una leggenda riferisce una sua più che decisiva consulenza scritta), cui inflisse decisive batoste.
DA RENZI UN INCARICO SU MISURA. Dopo altri incarichi, e successi, in magistratura, una sempre più marcata vicinanza alle strutture politico-amministrative, con gli ultimi tre governi: Monti, Letta e infine Renzi, il quale gli ha tagliato su misura l'incarico di presidente dell'Autorità Nazionale Anticorruzione con un occhio alle grandi opere dell'Expo, in forte odore di malaffare (dall'Anm all'Anac, sintetizzò qualcuno).
Ma la sua indubbia attrazione per il teleobiettivo, già marcata con la toga indosso, si è dilatata negli ultimi tempi al punto da lasciar sospettare un trampolino per prossimi e più prestigiosi incarichi di governo: magari proprio alla guida del ministero delle Infrastrutture (dall'Anac all'Anas, chiosa già qualcuno).

  • L'intervento di Cantone alla Leopolda del 2014.

Una figura adeguata al new deal leopoldino

Il presidente dell'Autorità anticorruzione Raffaele Cantone e il premier Matteo Renzi.

Claudio Cerasa, direttore del Foglio, per esempio ne è ragionevolmente convinto, ravvisando in Cantone una versione più raffinata, misurata, adeguata al new deal leopoldino, rispetto ad Antonio di Pietro; ma pur sempre garante di una supplenza della magistratura sulla politica.
In effetti, analizzandolo sotto il freddo microscopio della filosofia storica, il tratto di Cantone esce fuori come una sorta di giacobinismo morbido, che eredita la tradizione di Bodin, Hobbes, Rousseau, Kant e approda a Fabio Fazio.
Affiora in lui come un fideismo hegeliano nella virtù sovrumana dello Stato (un volta mondato dal peccato originale della corruzione), una intransigenza kantiana in certa enfasi con cui viene assolutizzato il Diritto, sviluppato in verticale, in una cattedrale etica formale che trascende, travolge le ragioni individuali.
UN PROTAGONISMO 'SALVIFICO'. Si percepisce un sovraccumulo di legalità, che rima con solidarietà, equità (Equitalia?), pari opportunità, quanto a dire il rosario democratico che si pone come innervatura di un governo globale dei valori, una istituzione totale dei sentimenti declinati in diritti: quelli buoni naturalmente, giusti, indiscutibili, imprescindibili per autodefinizione.
Anche così si può spiegare il protagonismo salvifico a tutto tondo di Cantone, che spesso suggerisce l'idea di voler salvare il Paese fin dai titoli dei suoi libri: Il male italiano. Liberarsi dalla corruzione per cambiare il Paese. C'è già dentro il manifesto programmatico, politico di uno che, per carità, magari a scendere in campo non ci pensa neppur lontanamente, però lo lascia pensare: «Appena quel tanto che basta», per dirla con il poeta.
Sicuramente Cantone, che non è solo uomo di codici, di regolamenti, conosce bene Hannah Arendt: «Che genere di realtà possiede la verità se essa è priva di potere nell’ambito pubblico?».
CANTONE FARÀ STRADA. Il punto è l'assolutezza di una Verità - pubblica, per sovrappiù - con la maiuscola, che si identifica col Bene e questo con chi ne porta la fiaccola.
Si rischia, restando sempre nel solco della filosofa e scrittrice ebrea tedesca, il feticismo per il feticismo, quell'amore per la propria immagine che è più forte anche del potere e della cui sindrome, vedi caso, sembrano più che mai preda gli attuali giovani politici, non senza scivolate anche infantili, come chi si ritrae in una seduta di playstation mentre aspetta il responso elettorale (uno scatto al biliardino o alle bocce sarebbe stato forse imperdonabilmente vintage, da rottamare perfino, ma avrebbe suscitato meno antipatia istintiva e più vicinanza popolare).
Ma simili cantonate, con la minuscola, è difficile che le prenda Raffaele. Perché chillo è nu bravo Cantone. E farà strada, sicuro come la legge morale dentro di lui.

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