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ELEZIONI 4 Giugno Giu 2015 1800 04 giugno 2015

Turchia, Erdogan alla prova del voto tra crisi e censura

Ergastolo ai giornalisti scomodi. Malcontento montante. Meno 7% nei sondaggi. L'Akp alle urne nel suo momento peggiore dal 2002. Il fattore curdo può frenarlo.

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L'ennesima, nona, vittoria consecutiva sui laici o, piuttosto, l'inizio del declino islamista.
Per le elezioni generali del 7 giugno in Turchia sono tutti d'accordo nell'attribuire un significato decisivo al fine campagna rovente del tre volte premier e presidente Recep Tayyip Erdogan.
FLESSIONE DI SETTE PUNTI. Dopo 13 anni di predominio, gli islamisti dell'Akp (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) risultano in discreto vantaggio, eppure in flessione di almeno sette punti - secondo gli ultimi sondaggi tra il 40 e il 43% - rispetto al 2011.
LA CORRUZIONE NON INCIDE. Le proteste di milioni di turchi contro l'islamizzazione, la stretta sulla libertà d'espressione e gli scandali per la corruzione dell'entourage di Erdogan non hanno inciso né sulle Amministrative né sulle Presidenziali del 2014: l'elettorato dell'Akp, che con il 47% ha premiato gli amministratori islamisti e con il 51,8% ha eletto al primo turco Erdogan capo di Stato, è rimasto maggioritario.

Una giovane supporter turca dell'Akp di Erdogan (Getty).


EROSIONE DEL CONSENSO. Dal 2002 c'è stata tuttavia un'erosione progressiva del consenso, dovuta al discredito internazionale e al malcontento interno di oltre il 30% della popolazione, per l'autoritarismo e la prepotenza del prima sindaco, poi premier, infine presidente “sultano”.
Se i sondaggi dicono il vero, stavolta il calo dell'Akp potrebbe rivelarsi decisivo per segnare, come nelle recenti Regionali in Italia, una battuta d'arresto nella scalata al potere di Erdogan.
SERVE LA MAGGIORANZA DI 2/3. Per cambiare la Costituzione in senso presidenzialista e indire il referendum, gli islamisti hanno bisogno di almeno il 45% dei voti per la maggioranza di due terzi (330 seggi) in parlamento.
Una maggioranza semplice non può bastare, neanche in caso di scarto netto con gli altri partiti.
ODIO POLITICO E CENSURA. Per la prima volta dalla fondazione, l'Akp potrebbe avere bisogno di una coalizione. Problematica, perché, specie negli ultimi anni, Erdogan si è fatto odiare da ogni partito che non fosse il suo.
L'ultimo attacco alla stampa che ha portato alla richiesta dell'ergastolo per il direttore del giornale dell'ultimo scoop contro il governo ha rafforzato l'opposizione laica, dei curdi e, in generale, l'attivismo montante contro Erdogan.
Tre fattori chiave per l'esito dell'ultimo voto turco, «critico» e «imprevedibile» per gli esperti del think tank del Canergie Europe che ne seguono gli sviluppi.

Caso Dundar: mobilitazione per la libertà d'espressione

  • Un comizio elettorale del partito filo-curdo Hdp (Getty).

Per l'Hurriyet, quotidiano liberale e secolarista tra i più venduti in Turchia, sarebbe stato il legale di Erdogan in persona a volere la pena a vita per Can Dundar, editor in chief del giornale Cumhuriyet che ha pubblicato le immagini di un presunto carico di armi dei servizi segreti turchi (Mit) destinato, nel gennaio 2014, ai combattenti ribelli siriani legati anche a gruppi jihadisti.
DENUNCIA PER SPIONAGGIO. Inizialmente il medesimo giornale aveva attribuito la richiesta dell'ergastolo a un pubblico ministero della procura che indaga sul caso per «rivelazione di segreti di Stato».
Poi l'atto - non confermato dalla presidenza - sarebbe risultato riconducibile al leader dell'Akp che, dopo aver denunciato Dundar per «spionaggio», in un'intervista in tivù ha promesso di «far pagare un alto prezzo a chi ha riportato questa storia come esclusiva». Insomma, «non la passerà liscia», ha minacciato Erdogan.
PROTESTA DEI GIORNALISTI. Il governo turco smentisce che gli «aiuti per i turkmeni in Siria» fossero un carico di armi, ma non chiarisce il contenuto della spedizione («non è affare di nessuno saperlo»).
E l'apertura del procedimento lampo e la grave incriminazione hanno innescato un'ondata di solidarietà tra decine di giornalisti e intellettuali turchi, che in un appello ai media si sono auto-proclamati corresponsabili delle rivelazioni.
MOBILITAZIONE INTERNAZIONALE. Diverse organizzazioni internazionali della stampa, tra le quali il Comitato internazionale per la Protezione dei Giornalisti Cpj, si sono mobilitate in difesa del direttore processato.
Ma il caso Dundar non è l'unico a scaldare il clima.
Con l'Isis in Siria e in Iraq, dal 2014 gli islamisti dell'Akp sono stati più volte accusati - anche dagli Usa - di aver lasciato aperte autostrade per la jihad in Turchia.

Laici contro l'islamizzazione e le politiche della Primavera araba

Sostenitrici di Erdogan. (Getty)

Migliaia di estremisti islamici sarebbero stati lasciati passare dalle frontiere, per ingrossare le file di al Nusra (il ramo siriano di al Qaeda), dell'Isis e di altri fondamentalisti allo scopo di rovesciare il regime siriano e di contenere, nella regione di Kobane, gli indipendentisti curdi.
POLITICA ESTERA AGGRESSIVA. Diversi analisti ritengono «strumentali» le accuse dell'opposizione di finanziare l'Isis - Ankara si “limiterebbe” ai qaedisti rivali di al Nusra e ai salafiti di Ahrar al-Sham, nella roccaforte dei ribelli di Idlib -, ma l'elettorato laico e in parte anche quello musulmano è rimasto comunque disturbato dalla discutibile e aggressiva politica estera neo-ottomana di Ergodan, che pur di impossessarsi della Primavera araba ha esposto la Turchia a rappresaglie jihadiste e massicce infiltrazioni.
AUTORITARISMO E INTOLLERANZA. I suoi modi furiosi e l'intolleranza alle critiche, anche verso la stampa internazionale, gli hanno fatto perdere altro consenso.
A fronte di una crescente ostilità, oltre che del maggiore partito all'opposizione (i repubblicani del Chp) della destra nazionalista del Mhp.
UNA STRANA OPPOSIZIONE. Kemalisti moderati e Lupi grigi si sono uniti contro l'islamizzazione Erdogan sotto l'insegna dei laici, sfilando nel Gezi Park in una strana accoppiata tra progressisti e fascisti.
Insieme il Chp (attorno al 26%) e il Mhp (al 17%) farebbero il 44% e di governare in coalizione con l'Akp non ne vogliono sapere.
L'ago della bilancia delle Legislative turche del 2015 viene, di conseguenza, indicato nei filocurdi dell'Hdp.

Il fattore curdo: sopra il 10% sarà un freno a Erdogan

  • Un'adunata pro Erdogan per le elezioni generali del 2015 (Getty).


L'unico movimento pulito e democratico delle proteste di piazza Taksim e di Gezi Park ha per la prima volta deciso di correre come partito e non con candidati indipendenti, scommettendo di superare lo sbarramento del 10% per entrare in parlamento.
SINISTRA PER LA MINORANZA. Fondata nel 2012, la formazione di sinistra per i diritti delle minoranze è forte soprattutto nell'entroterra orientale del Kurdistan.
Ma l'Hdp gode di molta simpatia tra i movimenti omosex e per la parità di genere.
Le politiche per la famiglia dell'Akp hanno migliorato la condizione femminile nei campi della tutela alla maternità del diritto allo studio.
Ma la percentuale di lavoratrici turche è rimasta bassa, il ricorso all'aborto è stato limitato e anche una parte delle musulmane, soprattutto nella città, contesta l'islamizzazione dei costumi e l'introduzione dell'istruzione religiosa nelle scuole.
CURDI AGO DELLA BILANCIA. Tra i partiti in corsa, i filo-curdi del Hdp hanno il record di donne tra i loro candidati (48%) e promettono parità di genere, separazione tra Stato e religione ed eguali diritti per tutti.
In bilico, nei sondaggi, tra il 9% e il 10%, vengono indicati come gli unici, al limite, a poter governare con Erdogan, stroncandone così le mire assolutistiche.
Alle recenti Presidenziali, il Hdp dichiarò che si sarebbe schierato per Erdogan, al secondo turno.
Ma dopo Kobane e il caso Dundar, il leader Selahattin Demirtas ha escluso l'alleanza con l'Akp.
Sopra il 10%, il Hdp avrà 50 seggi in parlamento. Altrimenti gli scranni saranno redistribuiti in quote proporzionali: un'altra vittoria per Erdogan.

Twitter @BarbaraCiolli

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