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DIPLOMATICAMENTE 4 Giugno Giu 2015 1246 04 giugno 2015

Una coalizione anti-Isis inadeguata: ora si cambi

Debolezza strutturale e strategia rivedibile. Intanto il Califfato avanza e si rafforza.

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La bandiera dell'Isis sulla cittadella di Palmira.

Era piuttosto evidente fin dalla nascita della coalizione internazionale anti-Isis, nel settembre del 2014, soprattutto da parte americana che più di ogni altra conosceva le capacità operative dell’esercito iracheno.
Ma la preclusione al coinvolgimento di proprie truppe di terra da parte dell’intera coalizione era talmente decisa che non lo si è potuto/voluto prendere nella dovuta considerazione.
Vi aveva dato una mano, bisogna dirlo, anche il rifiuto, più ostentato che convinto, alla presenza di truppe non irachene, di cui lo stesso premier al Abadi si era fatto assertore.
DEBOLEZZA STRUTTURALE. Neppure quando i dati stessi del terreno e il ruolo prevalente dei peshmerga da un lato e delle milizie sciite dall’altro avevano messo clamorosamente in luce la debolezza strutturale, per dirla in maniera asettica, dell’esercito iracheno, si era tratta la conclusione dell’inadeguatezza, altrettanto strutturale, della strategia complessiva della coalizione internazionale: a contenere la spinta espansionistica dell’Isis e ancor meno a conseguire il conclamato obiettivo del suo indebolimento e, in prospettiva della sua distruzione.
SI È PUNTATO SUL PERSONALE. Si è preferito la strada dell’iniezione di più personale dell’intelligence e di addestratori in un contesto di attacchi aerei e di forniture militari inferiori alle aspettative di Baghdad.
Poi è venuta la sconfitta di Ramadi, pesante nei numeri e nella sottesa ombra minacciosa proiettata sulla stessa Baghdad, seguita dalla ruvida polemica tra Ashton Carter che ne ha addebitato senza mezzi termini la responsabilità alla «mancanza di volontà di combattere» delle truppe irachene e lo stesso premier al Abadi l’ha addossata all’insufficiente sostegno militare della coalizione.
E IL CALIFFATO AVANZA. E a quella sconfitta sono seguite le inquietanti manifestazioni della capacità offensiva del Califfato: in Siria, primo luogo, ma poi anche in Libia (Sirte), nella stessa Arabia saudita (due attacchi terroristici).

È necessario rivedere la strategia complessiva

In territorio siriano, lo Stato islamico domina su 95 mila chilometri quadrati ed è presente in nove province.

Finalmente si è cominciato a parlare di necessità di rivedere la strategia complessiva della coalizione anti-Isis, a cominciare dal teatro siro-iracheno; ed è parsa quasi una felice coincidenza l’imminente data del 2 giugno già calendarizzata da tempo, per la riunione a Parigi del nucleo ristretto della coalizione internazionale.
L’aspettativa di una qualche significativa novità era andata così crescendo, favorita da indiscrezioni che facevano stato di una predisposizione favorevole al riguardo degli Usa, il suo massimo azionista.
Se ne era reso interprete anche il nostro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, giustamente impegnato a rivendicare il contributo italiano alla coalizione.
PIANO DI EMERGENZA. Vi aveva contribuito lo stesso premier al Abadi con l’annuncio di un piano d’emergenza sulla cui base sviluppare il riscatto di quella sconfitta e, di fatto, una svolta di fondo nella controffensiva anti-Isis.
Le aspettative hanno quindi subìto il setaccio delle effettive posizioni dei protagonisti di quel teatro bellico, chiaramente influenzate anche dal posizionamento dei due convitati di pietra, assenti: l’Iran e la Russia. E il risultato di questo setaccio lascia francamente perplessi.
L'ISIS PUÒ RAFFORZARSI. Per un fatto fondamentale, e cioè che la linea strategica della coalizione non cambia: perché è quella vincente, si sottolinea, e non solo da parte americana, anche se si ammette che la battaglia sarà ardua e che ci vorrà del tempo perché porti i frutti sperati, quasi rimuovendo il fatto che intanto l’Isis potrebbe rafforzarsi ulteriormente e rendere ancor più problematico il conseguimento dell’obiettivo di fondo della coalizione.
Ed è vincente perché il piano d’emergenza del governo iracheno soddisfa le richieste avanzate da tempo dall’amministrazione americana, contemplando il robusto coinvolgimento di truppe sunnite (circa 5 mila uomini) e l’assicurazione che tutte le forze armate impiegate nella controffensiva, quindi anche le già ricordate milizie sciite, saranno sottoposte all’esclusivo comando iracheno.

Al Abadi può ritenersi soddisfatto

Il primo aspetto sta costituendo un passo in avanti sul terreno dell’inclusività del governo iracheno, il secondo la garanzia che la coalizione servirebbe Baghdad e non anche gli interessi di altri, leggasi Teheran.
Da qui l’assicurazione di un maggior impegno militare da parte della coalizione.
Al Abadi può ritenersi soddisfatto: ha dato fiato alle trombe della sua insoddisfazione e ha ricevuto assicurazioni.
In quale misura lo vedremo prossimamente, ma non v’è dubbio che la sua dotazione d’armi aumenterà.
FOGLIA DI FICO AGLI USA. Ha dato affidamenti, tutti da dimostrare, sia in merito alla componente militare sunnita della provincia di Anbar sia circa la sottoposizione gerarchica al comando iracheno delle milizie sciite, tra l’altro responsabili in larga misura dell’acquiescenza all’Isis delle tribù sunnite, ma è riuscito a porsi in un temporaneo equilibrio tra l’ossequio a Teheran cui non può e non vuole sottrarsi, sia per il vincolo politico-settario sciita, sia per l’apporto, rivelatosi finora decisivo delle milizie sciite di obbedienza iraniana (vedasi Tikrit) e l’adesione, almeno di principio, ai dettami posti dalla coalizione a guida americana per garantirsi copertura aerea e molto altro, tra consiglieri militari, intelligence e armamenti.
E ha offerto la ricercata foglia di fico agli americani.
«In Iraq abbiamo adesso la giusta strategia, politica e militare, in una appropriata combinazione di attacchi aerei, addestramento e partenariato internazionale», ha affermato Blinken, il vice di Kerry costretto a seguire i lavori in video conferenza per la frattura del femore di cui è stato vittima.

Convergenza tra Riyadh e il Cairo

Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni.

Quanto ne siano convinti tutti i membri della coalizione internazionale, ivi compreso il ministro Gentiloni che pure vi si è associato, è difficile dire.
Certo è che fra i soddisfatti occorre annoverare Teheran, protesa a salvaguardare la sua presa su Baghdad e comunque il suo controllo sull’area a maggioranza sciita.
Su questo sfondo verrebbe da chiedersi se e in quale misura l’esito della riunione di Parigi sia correlata alla dinamica siriana, forse alla vigilia di una sostanziale svolta.
LE ACCUSE SU ASSAD. Non va infatti sottovalutato il fatto che l’accusa rivolta a Bashar al Assad di «incapacità e non volontà» di contrastare l’Isis da parte della coalizione internazionale ha trovato una qualche sponda anche presso le capitali di Iran e Russia, i suoi due sponsor più accaniti.
E sta facendo emergere in seno alla coalizione l’opportunità di recepire con favore i segnali indicanti la disponibilità di Mosca a cambiare registro - cui potrebbe associarsi anche Teheran - e dunque a lavorare per una soluzione negoziata sulle fondamenta di Ginevra I.
UN 'REGIME IBRIDO'. Un significativo invito in tal senso è venuto dalla convergenza che sembra realizzarsi tra Riyadh e il Cairo - sostenuta da Ankara e dalle monarchie del Golfo - sull’obiettivo dichiarato senza perifrasi della creazione di un 'regime ibrido', inclusivo cioè di membri dell’opposizione e del governo, ma senza Bashar al Assad.
Dal Cairo dove sono state chiamate a raccolta tutte le opposizioni siriane, potrebbero giungere una prima, importante indicazione in proposito.

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