RESA DEI CONTI 5 Giugno Giu 2015 1158 05 giugno 2015

Le spine di Renzi: 'Mafia Capitale' e Pd da azzerare

L'inchiesta Mondo di mezzo arma della minoranza dem. Il sindaco e Orfini sotto attacco. Ma il vero obiettivo è il premier. Indagato il sottosegretario Castiglione.

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Matteo Renzi e Ignazio Marino.

Matteo Renzi è in una fase di stallo, indeciso se cambiare prima il partito o il governo, o subito entrambi.
Con l'unica certezza che al più presto possibile dovranno ruotare gli incarichi in parlamento, per evitare nuovi “agguati” della minoranza dem, fronteggiare la nuova opposizione a trazione leghista e bloccare l'ammutinamento di un pezzo della maggioranza.
CICLONE MAFIA CAPITALE. Il tutto mentre nel Paese tiene nuovamente banco l'inchiesta romana sul cosiddetto “Mondo di mezzo”, ormai conosciuta e riconosciuta con l'appellativo di Mafia Capitale.
Il premier ha diversi dossier aperti sulla sua scrivania: in bella mostra ci sono soprattutto la buona scuola, la riforma costituzionale e quella della giustizia.
COMMISSIONI DA RINNOVARE. Sull'ampio scrittoio di Palazzo Chigi, però, c'è posto anche per le ipotesi di strategia che gli servono per far cambiare verso al Partito democratico e i possibili incastri per i rinnovi delle commissioni parlamentari, fondamentali perché hanno in mano i testi dei provvedimenti su cui il premier e il suo esecutivo si stanno giocando l'osso del collo.
LA FASE PIÙ DELICATA DI SEMPRE. Ogni tema ha una sua causa e un suo effetto. Spine che rischiano di togliere il sonno al leader democratico, come mai era successo prima nella sua intensa cavalcata da Firenze fino ai piani nobili del potere politico italiano.

1. Calo dei consensi al Nord: i renziani minimizzano

Alessandra Moretti e Matteo Renzi.

Il risultato delle Regionali di domenica 31 maggio ha già avuto innumerevoli interpretazioni da parte di insigni personaggi del centrosinistra nazionale, di opinionisti e politologi.
Le opinioni sono diverse, e a volte propedeutiche al proprio progetto politico.
NESSUN DRAMMA. Di sicuro i renziani non ridono, ma nemmeno piangono per il 5-2. Certo, bruciano la sconfitta in Liguria e il calo dei consensi, eppure non ritengono che sia il caso di fare drammi o alzare pericolosi polveroni.
Di tutt'altro avviso sono, invece, le opposizioni.
Quelle esterne, ma soprattutto quelle interne al Pd.
Perché la Ditta non ha mai accantonato il sogno di riprendersi il Nazareno.
E se possibile vorrebbero riuscirci anche prima del Congresso fissato per il lontanissimo 2017.
TONI POLEMICI. Infatti, non sono mancati i toni polemici e catastrofisti per quella che numericamente è comunque una vittoria del primo partito del centrosinistra.
Segno, questo, che al segretario la vecchia guardia non perdona nemmeno un mezzo passo falso.
Semmai questo è il momento di spingere per chiedere un'inversione di tendenza nella gestione del partito e di conseguenza dell'azione politica in parlamento e a Palazzo Chigi.
Lettera43.it ha provato a interrogare diverse fonti delle varie anime democrat, e il quadro che emerge è di totale incertezza.

2. La Ditta spinge: chiede un posto da co-segretario

Lorenzo Guerini.

La Direzione nazionale di lunedì 8 giugno molto probabilmente è destinata a sancire una profonda spaccatura nel Pd sulla visione del risultato delle elezioni regionali del 31 maggio.
Da una parte la maggioranza che ha intenzione di parlare di vittoria, larga, portando al cospetto dell'assise il 5-2 realizzato alle urne, che poteva essere anche un 6-1 se gli ex Pippo Civati e Luca Pastorino non si fossero messi di mezzo alla competizione con il forzista Giovani Toti.
MATTEO, UN PASSO DI LATO? Dall'altra la minoranza interna è pronta a rispondere con il calo di circa 2 milioni di consensi rispetto alle Europee del maggio 2014, e proprio per questo l'obiettivo è chiedere di fare un passo di lato al segretario, per lasciare che qualcun altro si occupi del partito mentre lui è impegnato a Palazzo Chigi.
Qualcuno della Ditta, s'intende.
Lo scontro non sarà indolore, e forse già dalla riunione di lunedì si potranno capire quali sono le rispettive strategie che si riverseranno inevitabilmente sulle attività parlamentari, se non ci sarà un “ammorbidimento” nei toni e nei fatti da parte del leader.
NEL MIRINO C'È GUERINI. Pier Luigi Bersani e i suoi vogliono tornare a gestire il partito, anche in coabitazione con Renzi, ma con un peso specifico ben più ampio di quello che oggi hanno.
O meglio, non hanno. Ecco dunque dove nasce l'idea (proposta dalla Ditta) di spostare Lorenzo Guerini, “l'Arnaldo Forlani” del premier, dal ruolo di vice segretario a quello di capogruppo alla Camera, per far posto al d'alemiano Enzo Amendola, attuale responsabile Esteri del partito, a cui Bersani (ma soprattutto il lìder Massimo) vorrebbe fossero affidati anche compiti da vicario.
DIFFICILE CHE RENZI ACCETTI. Il premier ci pensa, non dice no, ma sono in pochi a credere che Renzi accetti un co-segretario di fatto che gli possa fare da ombra e controcanto su ogni decisione.
A favore del leader gioca il fatto che prima d'ora una cosa del genere non è mai successa, nemmeno nelle fasi più delicate della vita del Pd.

3. La gestione collegiale non basta: dirigenti nazionali a rischio

Matteo Renzi e Debora Serracchiani.

Non è da escludere, invece, che alla fine a pagare siano i dirigenti della segreteria nazionale.
Una voce, infatti, circola silenziosamente, ma con insistenza, nei corridoi di Montecitorio: lunedì in Direzione nazionale «Matteo potrebbe anche azzerare gli incarichi e puntare su una segreteria politica pesante», ovvero con «pezzi da 90 del partito, derogando anche dal principio base della rottamazione».
L'indiscrezione, a onor del vero, parte da ambienti vicini ad Area riformista, e finora non trova particolari riscontri nell'area di maggioranza del partito.
«DEVE BADARE AL PARTITO». Ma nemmeno secche smentite, sebbene un renziano di lungo corso (ai margini del Giglio magico) riflette a voce alta: «Il segretario ha capito che deve occuparsi di più del partito, ma così ammetterebbe una debolezza che in realtà non esiste».

4. Mafia Capitale, che 'arma': attaccare Marino per colpire Renzi

E in politica la valenza raddoppia, molto spesso anche escludendo l'amore. Anche Marino, dunque, può andare bene come ariete, se serve a buttare giù dal trono il Re.

5. In Senato maggioranza risicata: incognita verdiniani

Denis Verdini e Matteo Renzi.

Renzi dal canto suo sembra essersi deciso a dialogare sui temi importanti della legislatura.
A partire dalla buona scuola che potrebbe subire nuove modifiche per accontentare la maggior parte delle rimostranze avanzate dai vari partiti che sostengono ancora il governo.
La voce più ascoltata sarà ovviamente quella della minoranza dem, per evitare altri voltafaccia tipo quelli della fiducia sull'Italicum.
ASSUNZIONI BLINDATE. L'unico punto su cui resta intransigente Renzi è quello del piano assunzioni, che potrebbe essere oggetto di un decreto legge qualora il dibattito dovesse prolungarsi oltre i tempi tecnici necessari alle pratiche burocratiche per l'immissione in ruolo dei primi 100 mila insegnanti precari.
Un altro “niet” sarà poi pronunciato quando all'inquilino di Palazzo Chigi sarà proposto di modificare la legge elettorale.
DISPONIBILE SUL SENATO. Quella ormai non si tocca più, piuttosto è disposto ad allungare i tempi sulla riforma costituzionale del Senato e del Titolo V.
Salvo il principio dell'ineleggibilità dei prossimi senatori, su tutto il resto se ne può discutere senza preclusioni o pregiudizi.
Anche con Forza Italia. Che domenica 31 maggio, con il capogruppo a Palazzo Madama, Paolo Romani, ha lasciato una finestrella aperta al dialogo.
DENIS, SOSTEGNO PRONTO. Sempreché nel frattempo gli azzurri non perdano anche i parlamentari vicini alle posizioni di Denis Verdini, uno dei promotori del Patto del Nazareno, pronti a offrire il sostegno alla maggioranza e al premier sulle riforme.
A quel punto Renzi riguadagnerebbe una discreta forza contrattuale con Silvio Berlusconi e gli altri, che permetterebbe al Pd di non accettare diktat pronunciati al di fuori del proprio partito.
LEGISLATURA IN BILICO. Insomma, per il presidente del Consiglio si apre la fase più delicata del suo mandato.
In ballo c'è la partita delle riforme e di conseguenza la sopravvivenza della legislatura, che se interrotta bruscamente porterebbe danni non solo al Partito democratico, ma anche al centrodestra.
Tutto questo il premier lo sa bene, ecco perché già lunedì tutti si aspettano un Renzi deciso, ma disponibile a qualche concessione.
Matteo deve muoversi nelle trame delle trattative politiche come se camminasse sulle uova. E per uno abituato piuttosto a fare l'elefante nella cristalleria, il compito è davvero arduo, quasi impossibile. Quasi.

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