RICOSTRUZIONE 6 Giugno Giu 2015 0900 06 giugno 2015

Berlusconi-Fitto, la vera storia dietro la rottura

L'incontro favorito da Letta e Tatarella. L'investitura. La lite del 20 ottobre 2014. Gli sgarbi del Cav. E quella chiamata ai figli di Fitto. I segreti dello strappo. Foto.

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Dalla «mia protesi» o «il mio delfino» a «un peso di cui ci siamo finalmente liberati», oppure «uno che mi ha utilizzato come un taxi».
Silvio Berlusconi si è tolto un Fitto dal fianco, ma se si sedesse sul lettino dello psicoanalista chissà come spiegherebbe la sua svolta a 360 gradi con Raffaele.
Come motiverebbe a se stesso il suo rapporto di amore-odio o di odio-amore, a seconda dei casi, con l’ex pupillo, prima coccolato poi mazzolato.
PUGLIA DETERMINANTE PER L'ADDIO DI D'ALEMA. Da «protesi» o «delfino», come Silvio definì, entusiasta, nel 2000 il giovane Raffaele (governatore a 31 anni) quando gli fece piantare una bandierina azzurra anche sulla Puglia (determinante per le dimissioni di Massimo D’Alema da premier) a intralcio.
Di più: guastatore, vecchio mestierante della politica, uno che insomma secondo l’ex premier e il suo “cerchio magico” deve lasciar spazio ai giovani di una non ben precisata Forza Italia o Forza dei moderati del futuro.

Quando Fitto difese Berlusconi da Alfano

Silvio Berlusconi e sullo sfondo Angelino Alfano.

Quando Angelino Alfano sbattè la porta, Berlusconi non gli riservò “il metodo Fitto”.
Continuò per mesi a dire che quella ferita bruciava e che aveva sempre affetto per l’altro suo ex delfino, per il quale la casa azzurra restava sempre aperta.
E dire che fu proprio Fitto, l’ex governatore-ragazzino della Puglia, che sfidò le sassate della sinistra a Terlizzi, feudo di Nichi Vendola, per aver chiuso una quindicina di piccoli ospedali, a difendere Silvio a spada tratta due anni fa da Angelino che lo abbandonò poco dopo la condanna Mediaset.
IL SALUTO DEL CAV: «GRAZIE AMICO». Raffaele era con Denis Verdini a capo dei falchi azzurri, pretoriani a difesa del leader. Davanti a Palazzo Grazioli, domenica 4 agosto, due giorni dopo il verdetto della Cassazione, alla manifestazione di Forza Italia si parlava praticamente dialetto pugliese, perché la gran parte dei pullman erano stati organizzati da Fitto.
E lo stesso Berlusconi solo un anno fa, durante la campagna elettorale per le elezioni europee dalle quali Fitto uscì trionfante con quasi 300 mila preferenze, secondo per poco solo alla renziana Simona Bonafè, in un video così lo salutò: «Grazie caro Raffaele, l’amico dei momenti più difficili».

Le telefonate del Cavaliere per non far votare l'ex delfino

Quando il leader di Fi è andato a fine maggio in Puglia per la campagna elettorale delle Regionali a cacciare l’ex pupillo («Non sei oltre, sei fuori», ha tuonato la scomunica da una sala divisa a metà, perché per il resto era vuota), Fitto ha messo subito sul suo blog quel video dell’altro Silvio di un’estate fa.
Ma, narrano i fittiani, ora costituitisi nel gruppo al Senato dei Conservatori e riformisti a guida di Cinzia Bonfrisco, che quello del video affettuoso era sempre lo stesso Berlusconi che contemporaneamente telefonava a tappeto ai suoi fedelissimi al Sud ordinando addirittura di non far votare Fitto, capolista in tutte le Circoscrizioni dell’Italia meridionale.
Eppure proprio Fitto salvò Fi dalla débâcle mantenendola al 20% al Sud. Solo malignità? Comunque sia, l’eurodeputato pugliese ha sempre avuto a che fare con due Berlusconi, altalenanti tra l’amore e l’odio.
«SILVIO NON PUÒ PERDERE MAI CON GLI AZIONISTI». Una dualità la cui causa più che per uno psicoanalista per un analista politico potrebbe avere il suo elemento catalizzatore nella Dc.
Nell’eterno conflitto di Silvio diviso tra il grande imprenditore e il leader politico visionario alla ricerca ossessiva del nuovismo in politica. Quello che gli ha fatto preferire a Fitto l’altro 40enne Giovanni Toti, prodotto del giornalismo Mediaset e ora neopresidente ligure.
Una cosa può essere rivelatrice. Lui, raccontano parlamentari vicini a Raffaele, «non ha mai vissuto Fitto come una cosa sua». E altri vicini a Berlusconi: «Il presidente è rimasto un grande imprenditore e come tale non può perdere mai nel confronto con gli azionisti». Ma la politica non è un’azienda.

29 agosto 1988: la morte del padre rivoluziona la vita di Raffaele

Salvatore Fitto, padre di Raffaele, morto il 29 agosto 1988.

La Dc è il partito con il quale Fitto iniziò a fare politica a 19 anni, subito dopo la morte a soli 47 anni, quasi gli stessi che lui ha oggi, in un tragico incidente stradale, del padre Salvatore, presidente amato e votatissimo della Regione Puglia.
Raffaele ne prese il testimone. A 21 anni con oltre 75 mila voti, surclassando lo stesso padre che ne aveva presi 65 mila, si sedette sui banchi del Consiglio regionale. Insomma, l’ex pupillo ripudiato esisteva politicamente prima dell’ex Cavaliere e con un bottino di voti in parte tutto suo e non solo ereditato del padre. Per il giovane Raffaele fu uno choc. E nel tempo una fatica di Sisifo.
Lui la ricorda ancora oggi come «una storia di lacrime e fatica».
IL RAGAZZO RIBELLE METTE LA TESTA A POSTO. È vero che andava ad attaccare manifesti per il padre, che era espertissimo nel fare secchi di colla, ma di colpo il 29 agosto del 1988, proprio il giorno dopo il suo 19esimo compleanno, la sua vita cambiò. E diventò il suo Vietnam.
Lui ragazzo scavezzacollo, dal ciuffo ribelle, più assiduo in discoteca che a scuola, o sulla motocicletta guidata su una ruota sola, si impose il suo “Stop con i Beatles stop”.
«Il bambino», come presero a chiamarlo gli elettori della Dc e del padre detto Don Totò, un democristiano anticomunista che seppur di Maglie - la città di Aldo Moro - si oppose al compromesso storico, si sentì investito dall’orgoglio e dalla responsabilità di non far finire una grande storia politica e familiare.

L'attacco di B. mai perdonato: «Sei figlio di un vecchio democristiano»

Anche suo nonno faceva politica. Reagì con grinta e andò lui, il più piccolo dei Fitto, a salutare la folla straripante che a Maglie il 31 agosto del 1988 dette l’addio al padre. Poche ma efficaci parole a sorpresa: «Fino a un’ora fa ci sentivamo distrutti, ora voi ci avete dato la forza di andare avanti». Chissà, forse se Berlusconi avesse visto il filmino dei funerali di Salvatore Fitto che sta su YouTube, la sera del 2 ottobre 2014 non avrebbe ferito Raffaelle così: «Vattene, sei figlio di un vecchio democristiano, qui non c’è spazio per certe cose. Noi dobbiamo fare le riforme con Renzi, sono le nostre, sennò ce le fa lui».
E ancora più duro, sfiorandogli il naso, a un centimetro di distanza, rosso in volto l’ex Cav gli si è fatto sotto minacciandolo: «Sei come un Parroco di Lecce, basta o ti deferisco ai probiviri».
«QUELLA COSA FU TREMENDA». Fitto, con la sua flemma consolidata made in Dc, non reagì. Respirò profondamente una, due volte e si limitò a dirgli più dolorante che sprezzante: «Non sai di che parli». Ma quella ferita al leader di Conservatori e riformisti brucia ancora.
Confessò a L’Espresso: «La morte di mio padre così traumatica, dalla sera alla mattina, forse mi ha incupito per sempre».
La storia umana tra lui e Silvio finì quella sera del 2 ottobre 2014 dello scontro cruento al parlamentino di Forza Italia. Berlusconi poi si scusò, Fitto non provò rabbia, «ma dolore, quello sì, tanto, quella cosa su mio padre fu tremenda», ammette oggi con Lettera43.it. Anche se sottolinea: «Berlusconi è stato un grande leader. E ha meriti storici. È lui che offende ora. Io non lo faccio. Per me, capitolo chiuso».

L'endorsement di Gianni Letta e Pinuccio Tatarella

Il fedelissimo di Berlusconi Gianni Letta e Raffaele Fitto: l'ex governatore della Puglia è stato ministro nell'ultimo governo del Cav.

Per capire meglio la strana storia dei duellanti, bisogna fare un salto indietro, al 31 agosto del 1988 a Maglie, città natale di Fitto e di Moro.
Ai funerali di Fitto padre c’era una folla straripante, che rischiava di impedire alla stessa famiglia dell’ex presidente pugliese di uscire da casa. In prima fila i maggiorenti della Dc dorotea anticomunista, da Antonio Gava a Emilio Colombo a Remo Gaspari a Vito Lattanzio.
Paradossalmente quella stessa Dc di destra di Arnaldo Forlani, dialogante con il Psi di Bettino Craxi che ha fatto grande Forza Italia insieme agli elettori delle altre forze del Pentapartito della Prima Repubblica. Quella stessa Dc di cui Berlusconi nel 1948 ancora adesso rivendica di aver attaccato i manifesti «a difesa della libertà».
Non è un caso che a presentare Fitto a Berlusconi siano stati Gianni Letta, l’ex sottosegretario plenipotenziario a Palazzo Chigi, sempre leale all’amico di una vita Silvio e forse per questo mancato capo dello Stato, vicino a Giulio Andreotti, e l’anima della destra illuminata Pinuccio Tatarella, ispiratore della svolta dal Msi ad An, pugliese come Fitto.
L'INCONTRO IN VIA DELL'ANIMA. L’enfant prodige, ancora con il ciuffo ribelle, arrivò, scortato dai due pezzi da novanta del centrodestra trionfante, in Via dell’Anima a Roma, prima residenza di Berlusconi. Fitto raccontò: «Silvio mi ha dato l’impressione di un vero leader». Certo un leader molto strano, assai diverso da quelli che lui conosceva.
E Berlusconi disse: «Questo è bravo ed è anche un bel ragazzo». Raffaele, in politica da prima di Silvio e con voti suoi, erede di una famiglia borghese di latifondisti e banchieri, al leader azzurro dette subito del tu. Mai del lei come invece ha sempre fatto Alfano che con Silvio iniziò da segretario, facendo all’occorrenza anche le fotocopie.
In fondo c’era da aspettarselo che Fitto a Berlusconi in molte riunioni dicesse sempre la sua e soprattutto negli ultimi tempi gli opponesse un: «Presidente, io non parlo perché non ti piacerebbe quello che dico anche se è quello che pensano tutti».

Il 15 gennaio l'ultimo sgambetto: ora è guerra aperta

Raffaele Fitto e Angelino Alfano.

Tra loro politicamente finì il 15 gennaio scorso, quando Fitto aveva concordato con il Cav un percorso per dare regole democratiche al partito, nel quale a parole Silvio non avrebbe chiuso del tutto sulle primarie. L’appuntamento era il giorno seguente per un approfondimento. Ma narrano gli uomini del leader di Conservatori e riformisti che Fitto non fece in tempo a scendere le scale di Palazzo Grazioli che le agenzie di stampa già battevano la notizia che Berlusconi per il giorno dopo aveva convocato l’ufficio di presidenza del partito.
Un vertice di quelli dove Berlusconi introduce e senza dibattito conclude. Fitto si sentì fregato alla grande. Letta fino all’ultimo ha provato a convincere Silvio a non cacciarlo dal partito. In nome di quell’«armonia» e di quella «moderazione» di cui è custode.
QUANTE MALDICENZE DAL CERCHIO MAGICO. Il metodo Fitto, attribuito dai maligni non solo a Berlusconi ma anche al cosiddetto cerchio magico che lo circonda (da Toti a Maria Rosaria Rossi, non esclusa Francesca Pascale, data in lizza per i giochi di potere al Sud), riservò all’ex delfino anche una «serie di maldicenze», come raccontano parlamentari fittiani a Lettera43.it.
«Una sera dell’inverno scorso si sparse la notizia che Fitto stava facendo una riunione per fare i gruppi. E lui invece era in pizzeria con la moglie e i due loro bambini di 8 e 9 anni. Fitto non ci passò sopra. Chiamò subito Berlusconi e gli disse: questi sono i miei carbonari scissionisti. Lo spiazzò passandogli al telefono i suoi figli».
Il Cav prese a scherzare per togliersi d’impaccio. Ma con i bambini non gli sarebbe venuto benissimo. Forse è la volta che rimase imbarazzato davvero.

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