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ANALISI 8 Giugno Giu 2015 1520 08 giugno 2015

Direzione nazionale Pd, i temi dell'incontro

Dai dissidi con la minoranza ai numeri del governo al Senato, fino ai rapporti con Verdini e il caso Mafia Capitale. Renzi non ha strategia, partito in stallo.

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Matteo Renzi.

Matteo Renzi non ammetterà mai la flessione dei consensi alle ultime elezioni regionali, e la minoranza dem non darà mai la soddisfazione al segretario di riconoscergli la vittoria.
Le due posizioni sono inconciliabili, ma paradossalmente sono anche il motivo per cui lo scontro all'arma bianca nel Pd non avverrà. O almeno non la sera di lunedì 8 in Direzione nazionale.
In ballo c'è la sopravvivenza della legislatura, e all'argomento sono tutti estremamente sensibili: i renziani (prima, seconda o terza ora poco importa) perché c'è un piano di riforme da portare avanti.
SEGRETERIA IN BILICO. Le opposizioni interne, invece, per non rischiare di essere mandate a casa dal parlamento dopo essere già stati spodestati del partito.
Le frizioni tra le due anime del Partito democratico semmai saranno evidenti sul come portare a casa i risultati.
Il famigerato metodo, sul quale anche Renzi oggi ha diversi dubbi. O meglio, il leader è spettatore attento di due partite che potrebbero rivelarsi decisive o in alternative fatali per il suo governo.
La prima è quella che sta giocando una frangia di senatori forzisti vicini alle posizioni di Denis Verdini, i quali vivono ormai con quotidiano disagio la rottura del Patto del Nazareno e non vedono l'ora di riposizionarsi nella foto ufficiale di quelli che hanno permesso all'Italia di fare le riforme strutturali di cui avrebbe bisogno.
RENZI ATTENDE LE MOSSE DELLA 'DITTA'. Sono all'incirca una decina, più Sandro Bondi e Manuela Repetti, ormai passati in pianta stabile al sostegno dell'esecutivo. La loro anima è e resta berlusconiana, ma ritengono profondamente sbagliata la decisione di interrompere i rapporti con Renzi quando il traguardo sembrava davvero vicino.
La seconda partita, di cui il presidente del Consiglio aspetta il risultato, è tutta interna al suo partito. Per essere più chiari, Renzi vuole capire se la linea dell'area che va da Cuperlo a Bersani è quella del dialogo, come dimostrato dalle aperture degli ultimi giorni di campagna elettorale (leggasi il sostegno alla candidata ligure, Lella Paita), o invece quella post Regionali, con attacchi ai vertici del partito per il calo di consensi, nonostante il 5-2 finale.

Sui numeri del Senato si decide il futuro del governo

L'aula del Senato.

Dall'esito di questi due match dipenderà anche l'andazzo dei prossimi mesi di legislatura. Perché un Renzi che può contare su 10 nuovi voti al Senato è un Renzi decisamente più forte, soprattutto nella trattativa intestina al Pd.
RIFORME A RISCHIO. Mentre un premier con una maggioranza risicata (circa 8 voti dopo l'addio di Mario Mauro alla maggioranza), sarà un Renzi meno baldanzoso, senza diktat e più predisposto al dialogo, perché in quel caso la Ditta tornerebbe prepotentemente decisiva nella partita sulla Buona scuola e la riforma del Senato, per esempio.
In cambio della lealtà verso il leader chiederebbero di rimescolare le carte su tutto, a partire dalla legge elettorale fino agli ultimi decreti attuativi del Jobs Act e la delega fiscale.
Da tempo, infatti, Bersani, Cuperlo e D'Alema vogliono avere voce in capitolo su temi di primaria importanza, che incideranno realmente nella vita delle istituzioni, dei cittadini e delle imprese italiane. Il premier, che stavolta non vuole «spargimenti di sangue», non ha detto no a prescindere.
RENZI PRONTO AL DIALOGO. Anzi, si è mostrato disponibile al dialogo, tanto che a Genova, sabato 6 giugno, ha addirittura ammesso - parzialmente - che nella riforma della scuola sono stati commessi degli errori (senza specificare se in fase di scrittura o nel primo passaggio alla Camera).
Il capo del governo non ha nemmeno chiuso le porte a eventuali modifiche nella trasformazione del Senato in Camera delle autonomie.
Non sostanziali, perché l'eleggibilità dei membri è fuori discussione, ma su tutto il resto la porta è aperta. Anche sull'immunità, che non è più un tabù insormontabile. Per quanto riguarda Italicum, legge sul lavoro e Fisco, però, ritiene che la partita sia chiusa. Il leader su questi argomenti ha eretto una muraglia cinese a Palazzo Chigi, e di fronte non vede mongoli capaci di farlo capitolare.

Mafia Capitale, muro intorno a Marino

Ignazio Marino.

Chiariti i patti interni al Pd, ora l'amicizia potrebbe anche essere lunga. Perlomeno fino al Congresso del 2017. Anche perché nel frattempo si sono accesi focolai ben più pericolosi (vedi Mafia Capitale) da fronteggiare senza dare nemmeno l'impressione che il partito possa sfaldarsi al primo soffio di vento. Nemmeno se fosse vento di bufera.
PARTITO COMPATTO SU ROMA. Poi le divisioni interne restano, quello è ovvio, ma d'ora in poi maggioranza e minoranza dem marceranno compatti nella difesa del sindaco di Roma, Ignazio Marino, e dell'operato di una parte consistente della sua giunta. Non fosse altro perché nel ventilatore ci sono finiti soprattutto esponenti di quella che un tempo era definita la Ditta.
Tirando le somme, quindi, in Direzione nazionale il leader potrebbe strappare il compromesso alla sua minoranza, di lavorare insieme per arrivare a un obiettivo comune, e condiviso per quanto possibile. Senza strappi, minacce o imposizioni.
VERSO UN RIMPASTO IN SEGRETERIA? In cambio potrebbe abbassare la guardia su alcune modifiche al ddl riforme e a quello sulla scuola, rimescolando le carte anche nella segreteria nazionale, lasciandola condivisa ma aumentando la presenza di personaggi di peso. I rumors di Palazzo suggeriscono anche di non tralasciare l'ipotesi che alla fine Renzi possa addirittura cedere uno dei due vicesegretari alla minoranza. In cambio il premier imporrebbe di velocizzare il lavoro in parlamento.
Poi, però, se alla fine arrivasse un soccorso azzurro con le sembianze di Verdini e i verdiniani, la musica potrebbe anche cambiare.
Della serie, non succede, ma se succede...

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