Toti, Salvini può correre da Premier
BASSA MAREA 9 Giugno Giu 2015 0900 09 giugno 2015

Fisco e immigrazione, Salvini limiti gli slogan

Vuole una Lega al 25%? Sia meno razzista. Sui flussi degli sbarchi non ha tutti i torti.

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Quanti credono che la Lega Nord di Matteo Salvini una volta al governo realizzerebbe davvero un’unica aliquota Irpef del 15%?
E con la spesa pubblica come si fa?
Chiaramente o si aumentano - e molto - altre imposte, oppure il 15% resta uno slogan.
Certo: se la pagassero tutti, questa aliquota, sarebbe un po’ diverso. Ma come far convivere il 15% con la difesa che la Lega fa degli autonomi, in blocco, evasori e non?
DAVVERO FUORI DALL'EURO? C’è qualcuno convinto che il Carroccio sarebbe davvero pronto a uscire dall’euro?
«Non ci piace questa Europa e non ci piace questo euro: cambiamoli o usciamo», ha dichiarato Salvini dopo i risultati del voto regionale e comunale del 31 maggio 2015.
«La ricetta per far correre il Paese è dimezzare l’imposizione fiscale, ridiscutendo tutti i Trattati europei».
CE LA FAREBBERO PAGARE. Già, ma con chi? Imponendo una discussione che i partner non potrebbero rifiutare - poiché l’uscita di un Paese delle dimensioni e della storia dell’Italia sarebbe probabilmente esiziale per l’Unione -, ma che ci farebbero giustamente pagare molto cara?
E poi: se non si riesce a imporre una revisione minima dei Trattati, che si fa?
SI PUNTA ALLA PANCIA. Sono slogan nazional-populisti, puntano cioè molto più alle viscere e non al cervello partendo dall’idea che noi siamo bravi, molto bravi, e ce la caveremmo meglio da soli.
Varie volte abbiamo già detto «l’Italia farà da sé», da Carlo Alberto a Benito Mussolini. E non ci è mai andata bene.

Eppure sugli sbarchi non ha torto al 100%: vanno governati

Migranti sbarcati in Sicilia.

Altre proposte hanno più senso, o sono solo in parte cervellotiche.
Per esempio quella, fatta varie volte anche da altri, di stabilire i costi della sanità pubblica sul parametro di una Regione virtuosa, che per Salvini è il Veneto.
E nonostante i toni spesso trucidi, anche sul tema dell’immigrazione, piaccia o no, pur esagerando e molto, Salvini non ha torto su tutta la linea, cioè al 100%.
TONI INACCETTABILI. Per quanto esposta in modo sbagliato, con un inaccettabile «se ne stiano a casa loro», l’idea di porre regole e metodi all’immigrazione non può essere semplicemente liquidata sotto l’etichetta del razzismo, che pure la Lega pratica eccome.
Un conto sono i rifugiati (e questo lo ammette persino Salvini), un conto gli immigrati.
SERVE PIÙ DISCIPLINA. Nessun Paese, per quanto bisognoso di manodopera per i lavori che i suoi cittadini non amano più eseguire, e per quanto a bassa natalità come l’Italia, può rifiutarsi troppo a lungo di governare l’immigrazione, con generosità certo ma anche con un minimo di disciplina e pianificazione.
NOI EMIGRAVAMO LEGALMENTE. Chi dice che essendo l’Italia una nazione un tempo di emigranti (più di 20 milioni di italiani tra 1870 e 1970 hanno lasciato il Paese) deve oggi accogliere chi vuole venire, dimentica che la nostra emigrazione, pur con molti irregolari e clandestini, era sostanzialmente regolata e concordata.
Oppure no, dobbiamo seguire in tutto la politica delle frontiere aperte sempre e comunque?
Chi scrive si rende conto che molti connazionali, forse la metà e più, rifiutano totalmente qualsiasi politica che non sia di piena accoglienza, essendo l’Italia un Paese dove il tema immigrazione più che un fatto reale da affrontare nel più equilibrato dei modi è diventato un campo di battaglia e un discrimine di politica interna.
PORTE SPALANCATE? MEGLIO DI NO. Ma chi sostiene la tesi della “porta spalancata” sempre e comunque deve sapere che regalerà così, ahimé, molti voti a Salvini.
La Chiesa segue il Vangelo e fa bene, ma non ha responsabilità politiche dirette.

La proposta estrema dei leghisti è irrealizzabile

Manifestazione della Lega a Milano.

Matteo Salvini ha compiuto un’operazione notevole salvando la Lega dall’estinzione.
Se questo è un bene per l’Italia lo dirà solo il tempo, ma l’ha fatto.
E ora si pone come il leader del centrodestra e sfidante - numero uno dice lui - di Matteo Renzi.
Dal 15% del voto raccolto il 31 maggio (ma attenzione, anche per lui vale il caveat della scarsa partecipazione, anche se comunque ha aumentati i consensi) deve passare a non meno del 25, se vuole sedersi davvero al tavolo nazionale, con presenze notevoli anche al Sud, finora del tutto insufficienti.
MENO FELPE E PIÙ CAMICIE. E per aumentare i consensi non basta più la protesta e la proposta estrema, irrealizzabile. Occorrono proposte serie e praticabili. Meno felpe con slogan lumbard e più camicie azzurrine.
Alcuni politologi pensano che a sbarrare la strada a Salvini sarà il fatto che essendo l’Italia un Paese a maggioranza di sinistra, sostengono, e la Lega alla fine molto di destra, la sintesi sarà impossibile.
Non c’è da esserne certi: milioni di ferventi internazionalisti socialisti diventavano 100 anni fa in Europa ferventi nazionalisti e marciavano agli ordini degli ex nemici di classe.
È sufficiente l’innesco giusto e tutto può accadere.
TROPPI SPARI NEL MUCCHIO. A sbarrare la strada a Salvini, che finora ha dimostrato tutte le buone caratteristiche di un Agit-prop di rango della Cgil della Sesto San Giovanni di 40 anni fa, sarà piuttosto la difficoltà di passare dall’aliquota unica al 15% e dalla rinegoziazione dei Trattati a proposte realistiche.
Dalle grandi scariche di fucileria nel mucchio, in mezzo al fumo della polvere da sparo e al rullo di tamburi, a tiri mirati ed efficaci.
Non è un’operazione semplice conquistare più voti senza perdere la lealtà e l’entusiasmo dei “combattenti” oltranzisti del fazzoletto verde, che senza faccia feroce e robuste doti di razzismo non si divertono.
I TONI VANNO SMORZATI. Bisogna smorzare i toni, quando necessario, avanzare proposte condivisibili, essere critici finché si vuole sull’Europa senza dimenticare però che è l’unica che abbiamo, e che se neppure i greci alla fine vogliono uscirne tanto meno lo vorranno gli italiani, anche se non sono più gli entusiasti di una volta.
A pochi piace il salto nel buio. Che cosa c’è dopo l’Europa nessuno lo sa. E figuriamoci se lo sa chi fino a ieri ha detto che dopo l’Europa c’era... la Padania.
Vengono in mente i simpatici cugini ticinesi, convinti spesso che il mondo si divida fra Sopraceneri e Sottoceneri. Ma loro, si sa, se lo possono permettere: sono svizzeri. Altra storia, altro Paese.

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