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GUERRA 10 Giugno Giu 2015 0600 10 giugno 2015

Somalia, tra emergenza sbarchi e terrorismo

Allerta Isis, spettro carestia, violenze in crescita: si teme il disastro umanitario. Dopo 20 anni gli Stati Uniti tornano in Somalia. Ma il Paese vede il baratro.

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Dall'ex Arabia felix in Gibuti, poi verso il Somaliland, destinazione Somalia.
I bombardamenti a tappeto dei sauditi in Yemen espongono il Paese più fragile del Corno d'Africa, da decenni in perenne crisi umanitaria, alla catastrofe umanitaria e a un nuovo collasso politico.
In tempi brevi, la Mogadiscio dove i qaedisti di al Shabaab piazzano bombe negli alberghi e uccidono gli esponenti dei precarissimi governi può riprecipitare nelle mani di terroristi e criminali.
ESTREMISTI TRA I PROFUGHI. Nel fiume umano di profughi che, attraverso il Golfo di Aden infestato dai pirati, si riversano nel Corno d'Africa ci sono migliaia di rifugiati somali di ritorno e anche migliaia di yemeniti.
Qualcuno, è plausibile, radicalizzato durante il soggiorno nel Paese che ospita i campi d'addestramento e le basi di al Qaeda inutilmente bombardate dai droni Usa.
In Gibuti si attendono 30 mila profughi e il governo già non ce la fa più.
L'APPELLO DEL GOVERNO. In Somalia l'Alto commissariato Onu per i rifugiati ne prevede fino a 100 mila, migliaia dei quali sbarcati con le navi messe a disposizione dal governo federale. «Abbiamo urgentemente bisogno che il mondo dia la priorità a questa crisi con l'assistenza immediata. Chi scappa dallo Yemen deve avere un tetto, del cibo e tutti gli altri bisogni essenziali», ha allertato il ministro somalo per le Politiche femminili e i Diritti umani Sahra Mohamed Ali Samantar, parlando da «madre, ministro e attivista».

Qaedisti di al Shabaab arrestati dai militari (Getty).

La prima visita non annunciata degli Usa dalla battaglia di Mogadiscio

È un segnale forte che gli Stati Uniti si siano fatti vivi in Somalia, dopo un lunghissimo silenzio.
A febbraio il presidente Barack Obama ha nomitato Katherine S. Dhanani primo ambasciatore Usa a Mogadiscio dalla mattanza della battaglia del 1993.
Il 5 maggio il segretario di Stato John Kerry è stato poi il primo esponente di rango di un governo americano a mettere piede in Somalia dai tempi di Black hawk down, annunciando, con una storica visita a sorpresa, la riapertura delle relazioni diplomatiche in uno Stato proiettato verso un futuro migliore.
Ma i fatti recenti indicano una situazione sempre più critica.
«DA SOLI NON POSSIAMO FARCELA». Intanto il ministro somalo Samantar ha smontato la visione (ufficialmente) rosea degli Usa, ammonendo che il quadro «si sta deteriorando. Se la situazione non si riprende in mano prima possibile, il mondo sarà testimone di uno dei più gravi disastri umanitari». «Il nostro governo federale sta facendo tutto il possibile. È stata istituita una Commissione nazionale di crisi, ci assumiamo noi la responsabilità dell'emergenza», ha aggiunto, «tuttavia, da soli non possiamo farcela».
Anche il collega agli Esteri Abdusalam Omer ha sconfessato l'ottimismo del premier somalo Omar Abdirashid Ali Sharmarke circa la previsione, in una riunione del Consiglio di Sicurezza all'Onu, di «sconfiggere gli al Shabaab entro il 2015».
«Lo Yemen è una grande sfida», ha dichiarato Omer, «ci hanno accolto quando avevamo bisogno, 250 mila somali si sono rifugiati nel Paese arabo. Adesso faremo altrettanto, ma non sappiamo chi torna indietro. I somali e gli yemeniti che si sono radicalizzati nell'Isis e in al Qaeda saranno tra noi».
ESCALATION JIHADISTA. Un timore condiviso con il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, che ha allertato sul «potenziale della crisi in Yemen di destabilizzare la regione, potrebbe aprirsi un corridoio per jihadisti verso la Somalia».
Il 2 aprile scorso, gli al Shabaab hanno rivendicato la terribile strage in Kenya al campus universitario di Garissa: 147 vittime, quasi tutti studenti.
In Somalia, il 14 aprile un loro assalto al ministero dell'Educazione ha fatto 10 morti. Il 18 aprile, sempre gli al Shabaab hanno «abbattuto» un parlamentare «apostata» dello Stato somalo semiautonomo del Puntland e il 20 aprile colpito un autobus dell'Unicef, uccidendo nove persone. L'ultimo attacco politico nella capitale è del 23 maggio scorso, con l'uccisione di un altro deputato.

I resti di un'autobomba esposa dagli al Shabaab in Somalia (Getty).

Gli sbarchi si concentrano nelle zone fuori dal controllo del governo

Uno scenario afghano.
Oltre a Mogadiscio e al centro-sud occupato dagli al Shabaab, le zone più a rischio sono l'autoproclamato Somaliland, non riconosciuto dalla comunità internazionale, e il Puntland: due regioni nelle quali il governo centrale esercita scarsissimo controllo e dove, negli ultimi due mesi, si concentrano gli sbarchi dallo Yemen.
Nella visita Kerry ha esortato i somali, «popolo resiliente e determinato, a cogliere l'attimo, riscattandosi dal tentativo dei terroristi e delle milizie di rubare il loro futuro».
IL RITORNO DEGLI USA. Il capo della diplomazia Usa ha anche annunciato che la Casa Bianca pone le basi per una «missione diplomatica in Somalia, che ripristini completamente le relazioni diplomatiche tra i due Paesi».
«Stiamo tornando in collaborazione con la comunità internazionale, nel 2016 la Somalia deve rafforzarsi come Stato federale unificato», ha chiosato.
Gli Stati Uniti hanno anche promesso sostegno per l'emergenza profughi, una crisi che si somma all'emergenza nazionale.
Dal collasso statale seguito alla disastrosa missione Onu Restore Hope a guida Usa, la Somalia in balia dei signori della guerra non ha potuto ricostruire infrastrutture né sviluppare un sistema economico in grado di garantire la sopravvivenza ai circa 10 milioni di cittadini rimasti nel Paese.
VENT'ANNI DI BARBARIE. Nei mari i pirati, a terra al Qaeda: una barbarie generalizzata da oltre un ventennio. Negli ultimi anni c'è stata una labile stabilizzazione, che però potrebbe vanificarsi.
Secondo i dati dell'Onu, circa 857 mila somali hanno bisogno «urgente di assistenza per restare in vita e 2 milioni sono a rischio alimentare»: la grave carestia tra il 2010 e il 2012 è stata un'ecatombe di 260 mila morti, per la metà bambini.

Twitter @BarbaraCiolli

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