Khalifa Haftar 150310150716
DIPLOMATICAMENTE 11 Giugno Giu 2015 1105 11 giugno 2015

Libia, i falchi di Tobruk vogliono la guerra

Haftar e il Cairo ostacolano le trattative. Che ora rischiano di naufragare.

  • ...

Il generale Khalifa Haftar.

Questa volta sembrava proprio che vi fossero le premesse sufficienti per imbastire la trama di un consistente processo di ricomposizione politica fra i principali attori dello squinternato dramma libico.
Quando l’8 giugno Bernardino Leon, il rappresentante personale del Segretario generale delle Nazioni Unite, ha presentato la quarta bozza di accordo alla folla dei delegati riunitisi a Skhirat (Marocco) aveva dalla sua gli esiti di una seria auscultazione degli umori dei più diversi settori della società libica, avendo ricevuto l’incoraggiamento dei rappresentanti dei principali player regionali e internazionali interessati.
Nel corso della giornata ha anche sondato alcuni dei delegati presenti ed è parso confortato dai riscontri finalmente ricevuti in merito al suo esercizio negoziale portato avanti con una determinazione tanto più ammirevole in quanto condotta spesso in solitudine.
LEON TRA SPERANZA E CAUTELA. Per questo s'era creato un generale senso di speranza, quasi un barlume di ottimismo nell’esito di quella tornata di negoziato. Ma Leon, memore della travagliata esperienza maturata in tutti questi mesi, ha accuratamente evitato di lasciarsi trasportare dall'entusiasmo. Ha annacquato la speranza con una nota di cautela su tre versanti: innanzitutto sul merito, rilevando la persistente lontananza, ancora, da un generale riscontro positivo. Quindi sui tempi prevedibili del negoziato, calibrati sulla ineludibile necessità di altri incontri e approfondimenti. Infine, e non certo meno importante, sugli interlocutori, osservando come era necessario saldare il sostegno delle parti politiche con quello delle formazioni armate, giacchè senza il binomio “politica e sicurezza”, ha rimarcato, nessun accordo può risultare sostenibile nel tempo.
UNO SPAZIO GRAVIDO DI INCOGNITE. E non è sfuggito l’adombrato richiamo fatto in proposito al ruolo che in questa dinamica continuano a esercitare le agende delle potenze regionali e internazionali impegnate a sostenere l’una o l’altra delle due principali fazioni in lotta, nonché allo spazio gravido di temibili incognite che il conflittuale incrocio delle loro pagine sta regalando all’appendice libica del Califfato e all’opzione dello smembramento stesso del Paese.
Difficile dire quanto abbia pesato in queste cautele la sua analisi degli incontri intergovernativi svolti nei giorni precedenti e, in particolare, durante la cosiddetta trilaterale Roma-Cairo Algeri propiziata dal ministro degli Esteri Gentiloni.
TOBRUK DICE NO. Se infatti, da un lato va riconosciuto al nostro ministro il merito del forte impegno che sta profondendo per cercare la via della stabilizzazione della Libia, per usare le sue stesse parole, dall’altro non si può non lasciare sospeso il giudizio sulla vera linea strategica del raìs egiziano al Sisi, per il quale la stabilità del Mediterraneo passa attraverso la lotta a un terrorismo nel cui sacco entrano senza tante distinzioni sia l’Isis che la Fratellanza musulmana (leggasi: la fazione che fa capo a Tripoli).
Fatto sta che questa cautela si è vista malauguratamente confermata nelle sue fondamenta allorchè da Tobruk (sede del governo in esilio, riconosciuto internazionalmente) è venuto un duro altolà, tradottosi nel rigetto del testo presentato da Leon da parte di 55 dei suoi 72 delegati e dalla decisione di sospendere la prosecuzione della loro partecipazione al processo negoziale, rientrando a Tobruk per consultazioni.

Doccia fredda per chi vedeva nel testo la base per una trattativa

Bernardino Leon, inviato dell'Onu per la Libia.

Una dichiarazione che suonava come condanna definitiva del testo e verosimilmente anche dello stesso esercizio negoziale. Una doccia gelata su quanti contavano, in primis il governo italiano alle prese con la travolgente emergenza sbarchi che proprio a Tripoli nasce in un contesto di forti problematicità interne e dello squallido rinvio-voltafaccia dell’Unione europea, sull’accettazione del testo di Leon quale base di una trattativa.
Suscettibile anche, per gli ottimisti, di portare a un accordo tra le quattro componenti partecipanti al negoziato, prima dell’entrata nel mese di Ramadan (18 giugno).
Ma in una modalità tipicamente libica, sia detto questo con la massima serenità, i delegati di Tobruk non sono rientrati a casa.
CONFRONTO IN UN CONSESSO PRESTIGIOSO. Al contrario, si sono fatti fotografare mentre salivano la scaletta dell’aereo diretto a Berlino per partecipare alla riunione, già prevista da tempo, dei ministri degli Esteri dei cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia) più Unione europea, Germania, Spagna, e Italia.
Come interpretare tutto ciò se non nel senso di voler trasferire il confronto in un consesso ben più prestigioso e politicamente rilevante come quello offerto da Berlino e in tale contesto sfruttare la carta del suo “riconoscimento internazionale” per alzare la posta e ottenere la rimodulazione a suo vantaggio dell’assetto costituzionale previsto nell’ultima proposta di Leon? Le lamentazioni di alcuni suoi membri parrebbero confortare questa lettura.
HAFTAR PRIVILEGIA LA SOLUZIONE MILITARE. Ma c’è dell’altro: c’è un bellicoso generale Haftar che ha un peso rilevante nella catena di comando di Tobruk e che, in assonanza col grande alleato del Cairo, privilegia decisamente la soluzione militare rispetto a un accordo politico che implicherebbe necessariamente il riconoscimento della piena e condivisa cittadinanza costituzionale - e dunque di ruolo e potere – di quelle che lui considera “forze islamiste” da sempre o quasi nel suo mirino.
C’è forse anche la convinzione che il locale Isis non sia soverchiamente pericoloso, che debba vedersela con al Qaeda e che in ogni caso stia rendendo un utile servizio alla sua causa nella misura in cui punti a danneggiare – vedi Sirte e dintorni - la fazione di Tripoli.
ATTESA PER LA RISPOSTA DEL PARLAMENTO. Ma a Berlino le delegazioni libiche, in particolare quella di Tobruk, hanno trovato uno schieramento poco disposto, stando almeno alle dichiarazioni ufficiali, a offrire sponde giustificative. E determinato a esercitare un forte pressione perché trovino rapidamente, prima dell’inizio del Ramadan, un accordo di condivisione governativa.
«Non ci sono più scuse», ha riassunto il ministro degli Esteri tedesco, «per dover aspettare altre bozze di accordo». E alla sollecitazione a non perdere altro tempo e a superare le residue divergenze si è associata l’assicurazione, ad accordo sottoscritto, a sostenere la lotta contro il terrorismo e il crimine organizzato, rafforzare il quadro istituzionale, sociale ed economico del Paese.
Il parlamento di Tobruk si è riservato di dare una risposta nei prossimi giorni. C’è da augurarsi che i falchi delle due fazioni, quelli di Tobruk in particolare, tengano conto del monito ricevuto e del favore che stanno facendo al Califfato.

Correlati

Potresti esserti perso