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SALUTE 15 Giugno Giu 2015 0800 15 giugno 2015

Medicina digitale, il ritardo italiano rispetto all'Europa

Il governo investe 46 miliardi in sanità elettronica. Ma in Europa siamo ultimi per spesa pro capite. Con la Rete risparmi per 14 miliardi. Un modello? Il Veneto.

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Con la sanità digitale l'Italia potrebbe arrivare a risparmiare oltre 14 miliardi di euro.

L’Italia è pronta a investire 46 miliardi di euro in soluzioni e tecnologie informatiche applicate alla salute e alla sanità nel periodo 2013-2022.
E, nonostante la spesa per la digitalizzazione della sanità abbia fatto segnare un +17% nel 2014, il nostro Paese è ultimo in Europa per la spesa pro capite: poco meno di 23 euro rispetto ai 65 della Svezia o i 70 della Danimarca.
INVESTIMENTO TRIPLO. Per far decollare la sanità elettronica «dovremmo investire tre volte tanto, come avviene nel resto del Continente», sottolinea la ricerca 2015 a cura dell’Osservatorio innovazione digitale in sanità della School of Management del Politecnico di Milano.
Secondo lo studio, nel 2014 la spesa per la digitalizzazione della sanità ha raggiunto quota 1,37 miliardi di euro, un livello che non veniva toccato dal 2010, ma limitato perché pari solo all’1,3% della spesa sanitaria pubblica.
RISPARMI PER 14 MILIARDI. Con la sanità digitale, dice ancora il report, possiamo arrivare a risparmiare oltre 14 miliardi di euro: 6,8 nelle strutture sanitarie e 7,6 per i cittadini.
Le Asl e gli ospedali potrebbero ridurre le spese in diversi settori: oltre 3 miliardi con la medicina del territorio e domiciliare, 1,39 con la cartella clinica elettronica, 860 milioni con i referti digitali, 370 con i referti via web, 860 con la gestione informatizzata dei farmaci.
«È CAMBIATO IL CLIMA». «In Italia è cambiato il clima e cresce la consapevolezza che il digitale serva per un generale miglioramento dei servizi erogati», afferma a Lettera43.it Eugenio Santoro, direttore del laboratorio di Informatica medica dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri”.
«L’istituzione da parte della Conferenza delle Regioni della commissione speciale Agenda digitale può dare un contributo, ma il piano nazionale stenta ancora a decollare».
PIANO D'AZIONE EUROPEO. Per stimolare l’utilizzo sistematico delle tecnologie in ambito sanitario, la Commissione europea ha adottato, già dal 2004, un piano d’azione sulla sanità elettronica.
Il piano prevede che dal 2010, e per almeno 10 anni, la spesa informatica in sanità dei 25 Paesi europei debba passare dall’1 al 5% del budget totale.
La media europea è del 2%, l’Italia è penultima.
Esistono ampi divari da uno Stato all’altro: la penetrazione della banda larga tra i medici di famiglia è massima in Danimarca con il 91%, minima in Romania, il 5% circa.
I DANESI LO FANNO ONLINE. L’Italia si colloca intorno al 30%, in una fascia bassa. In Danimarca, che è il Paese d’Europa con la più alta penetrazione di internet ad alta velocità, il 60% dei medici scambia correntemente comunicazioni elettroniche con i pazienti. La media Ue è di appena il 4%, l’Italia si colloca poco al di sotto.

Svolta digitale, il Veneto è più avanti di tutti

Luca Zaia, governatore della Regione Veneto.

Un terzo dei Paesi europei ha completamente adottato il Fascicolo sanitario elettronico (Fse), un altro terzo è in fase avanzata di sperimentazione, i restanti sono appena all’inizio.
Nel primo gruppo non ci sono solo i “soliti noti”, ma anche Grecia e Estonia.
SLITTA IL DECRETO. In Italia, invece, le incertezze amministrative hanno segnato il lavoro del ministero nella definizione del decreto a livello nazionale, che dal giugno 2015 è destinato a slittare quasi sicuramente a dicembre.
Alcune regioni sono andate avanti: l’esperienza emiliano-romagnola di “Sole” e quella trentina di “Tre C” sono due casi di successo.
In Veneto il progetto è affidato a Arsenàl.it, Centro veneto ricerca e innovazione per la Sanità digitale, consorzio delle 23 aziende socio-sanitarie e ospedaliere venete, al quale la Regione nel 2012 ha affidato il ruolo di project management.
RICETTA ROSSA TELEMATICA. Il primo settembre 2014 il Veneto ha inoltre reso digitale la ricetta rossa farmaceutica, grazie al collegamento telematico tra medici, farmacie, aziende sociosanitarie, Regione Veneto e ministero dell’Economia e della Finanze.
Dal primo aprile 2015 il ciclo si è completato con le dematerializzazione di tutte le prescrizioni di visite e prestazioni specialistiche, esami diagnostici e di laboratorio.
«Nel 2015 ci attendiamo di raggiungere i traguardi che si allineano con il piano di progetto del fascicolo presentato al ministero della Salute a giugno 2014», sottolinea a Lettera43.it Claudio Dario, presidente di Arsenàl.it e direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Padova.
CATALOGO UNICO DA MARZO. «Oltre alla ricetta digitale, a marzo 2015 è stata avviata l’applicazione del Catalogo unico del prescrivibile, si procederà poi alla gestione delle notifiche di ricovero, fino all’apertura del fascicolo direttamente ai cittadini che avrà come preludio una serie di azioni intermedie tra le quali la gestione del consenso».
Per quanto riguarda la ricetta elettronica, «la situazione a livello nazionale è ben lontana dagli obiettivi dell’agenda digitale, con il raggiungimento di circa il 40%, rispetto al 90% delle previsioni».

Social sconosciuti: ministero della Salute senza pagina Facebook

Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

A differenza del Fascicolo elettronico e delle ricette dematerializzate, non ci sono forti investimenti in telemedicina, definita come «la prestazione di servizi di assistenza sanitaria, tramite il ricorso alle tecnologie dell'informazione e della telecomunicazione».
Negli Usa e in Canada la telemedicina è una realtà consolidata; in Francia, Norvegia, Finlandia, Svezia e Danimarca, è molto diffusa e regolamentata.
MANCANO CERTEZZE. «In Italia non ci sono invece studi di efficacia per capire quale risparmio reale ci possa essere con la telemedicina e in assenza di certezze si investe poco», sottolinea ancora Santoro. «La telemedicina è nata in Finlandia e da quelle parti sono molto avanzati, anche grazie all’elevato utilizzo della banda larga e ad un generale grado di alfabetizzazione della popolazione. In Italia ci sono esperienze a macchia di leopardo, sarebbe utile investire di più e soprattutto investire in cultura e comunicazione per far conoscere alla gente che la telemedicina esiste e quali benefici può portare».
GOOGLE NUOVO DOTTORE. Un aspetto interessante è dato, invece, dai social media che hanno invaso il mondo della salute e della medicina.
Da Facebook a Twitter, per passare ai medical blogger e alle community online, senza dimenticare i continui aggiornamenti sui motori di ricerca.
Solo su Google, nel 2013 le informazioni sulla salute sono state il 7% di tutte le ricerche e 1,5 trilioni di pagine visitate nel mondo in 146 lingue.
LE COMMUNITY FUNZIONANO. «Numerose Asl o strutture di ricerca scientifica hanno aperto pagine su Facebook e account su Twitter molto aggiornati», spiega ancora il dirigente del “Mario Negri”, autore del libro Web 2.0 e social media in medicina. «Alcune sperimentazioni all’estero dimostrano come l’uso dei social può migliorare gli stili di vita. Per esempio, nell’area sul diabete, una online community dedicata ha fatto sì che dopo 12 mesi i valori di emoglobina glicata di alcuni pazienti si riducessero grazie allo scambio di informazioni in Rete invece che nei canali tradizionali. Consiglio a chi ha contenuti validi di metterli sui social. È singolare che il ministero della Salute non abbia una pagina su Facebook».

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