Renzi 150330215342
SCENARIO 16 Giugno Giu 2015 2040 16 giugno 2015

Pd e governo, Renzi rispolvera il modello Leopolda

Basta equilibrismi. Il premier ora vuole fare di testa sua. A partire dalle nomine. Verso il riassetto della segreteria. La minaccia sulla scuola: stop alle assunzioni.

  • ...

Matteo Renzi.

Per mesi Matteo Renzi ha voluto ignorare chi gli suggeriva una gestione più attiva del partito.
Faceva quasi orecchie da mercante, pensando di poter compensare le carenze del Pd con l'azione del suo governo. Invece ora, dopo aver toccato con mano cosa significa perdere le elezioni (numericamente le ha vinte, politicamente no), il segretario nazionale ha deciso di fare il segretario nazionale. Non delegherà nessuno al compito: il partito serve eccome al suo progetto, che senza non può proseguire.
L'ironia sul «Renzi 1» e «Renzi 2» che ha usato nell'intervista di martedì 16 giugno a La Stampa forse denota un po' di stanchezza, poca lucidità comunicativa in questa fase comunque molto impegnativa su più fronti (campagna elettorale, ma soprattutto emergenza migranti, riforme a rischio, conti che non tornano, inchieste giudiziarie), ma alla fin fine rendono comunque bene il senso del discorso.
MANCA IL CONTATTO CON LA GENTE. Per sopravvivere nella “palude romana” deve tornare quello della Leopolda, il rottamatore che in quattro anni ha spodestato la vecchia guardia della sinistra italiana, messo in un angolo Silvio Berlusconi e Matteo Salvini e conquistato voti che prima del suo arrivo ai vertici del Nazareno erano in appalto al centrodestra o al massimo finivano nella terra di nessuno.
L'immagine del presidente del Consiglio dialogante ma autoritario andrà a finire nel cassetto. È il contatto con la gente che è mancato principalmente a Renzi nell'ultimo anno nella gabbia dorata di Palazzo Chigi.
Chi ha avuto modo di parlare col premier racconta che la sua preoccupazione principale è quella di non sentirsi più “Matteo”, il leader giovane che viene dalla vita di tutti i giorni, quello che arrivava in bicicletta a Palazzo Vecchio e che tutti a Firenze salutavano o fermavano per lamentarsi delle buche sulla via di casa o dei cantieri troppo lunghi sulle passeggiate fiorentine.
BASTA CON GLI EQUILIBRISMI. Una sensazione confermata dallo stesso Renzi nella serata di martedì 16, durante la trasmissione Porta a Porta, in un passaggio che potrebbe sembrare retorico, ma che nella filosofia del premier invece non lo è: «C'è chi dice che dobbiamo discutere al nostro interno. Non ne possiamo più di un ragionamento in cui quando si parla di politica siamo sempre a discutere del nostro ombelico. Forse bisogna parlare un po' meno in politichese. Sempre le correnti del Pd? Caspita, che barba che noia».
Perché davvero non ne può più di fare l'equilibrista per non amareggiare Bersani, D'Alema, Cuperlo o qualcuno dei loro, così come ne ha le tasche piene delle velate lamentele anche di una parte di suoi sostenitori, che premono perché si sentono esclusi da un progetto politico, non capendo che il modus operandi del leader è questo: se sei in squadra con lui prima o poi giochi, ma guai a chiedergli quando.

Cambia l'assetto della segreteria nazionale

Filippo Taddei, responsabile Economia del Pd.

Chiariti questi aspetti, ora si passa alle cose concrete. Innanzitutto i nomi: se Renzi si vuole realmente «riprendere il Partito democratico» non ha più senso parlare di dimissioni o sostituzioni dei suoi vice.
Il bastone di comando è suo e di nessun'altro, quindi che rimangano Guerini e Serracchiani, o che arrivino altri il quadro non cambia più di tanto.
Quello che dovrebbe cambiare, stando almeno agli spifferi raccolti da Lettera43.it, è l'assetto della segreteria nazionale.
Non sono previsti (per ora almeno) azzeramenti, ma cambi strategici: al partito serve gente di un certo peso, ripartita per settori di competenza. Ognuno di loro avrà un target da raggiungere, e chi sbaglia stavolta paga.
CAMPANA E AMENDOLA IN USCITA DAL GRUPPO. Tra i nomi di quelli che si bisbiglia possano uscire dal gruppo ci sono Micaela Campana, Enzo Amendola, Andrea De Maria e uno tra Chiara Braga ed Ernesto Carbone, che andranno a occupare altri posti importanti.
Amendola è in pole position per il ruolo di sottosegretario agli Esteri al posto del dimissionario Lapo Pistelli, De Maria potrebbe essere promosso alla presidenza della commissione Finanze della Camera al posto di Elio Vito (nell'ambito del rimescolamento degli organismi parlamentari), mentre la Campana potrebbe essere indicata come vice presidente della commissione Giustizia.
Braga e Carbone, invece, sono in corsa per il ruolo di sottosegretario alle Politiche alimentari e forestali, in sostituzione di Corrado Castiglione (Ncd), in odore di dimissioni dopo la bufera scatenata dall'inchiesta sul Cara di Mineo.
RICHETTI E TADDEI IN PREALLARME. Nella fase due del Pd a trazione renziana dovrebbero trovare spazio anche i fedelissimi che in un primo momento sono stati utilizzati meno dal leader, pur essendo preparati e di grande affidabilità. Come Matteo Richetti, che figura nella lista dei papabili per la presidenza della commissione Affari costituzionali di Montecitorio, che a breve il forzista Francesco Paolo Sisto dovrà lasciare, e Filippo Taddei, in procinto di passare a un ruolo governativo di primo piano, addirittura – si vocifera – ministro del Lavoro al posto di Giuliano Poletti.
Perché il «Renzi 2» ha dato troppo l'impressione di aver composto esecutivo e segreteria del Pd guardando il manuale Cencelli.
Mentre il «Renzi 1», quello a cui il premier vuole tornare, avrebbe fatto di testa sua, piazzando le personalità giovani e qualificate che hanno fatto crescere la Leopolda e la sua leadership in soli quattro anni. Senza guardare gli equilibri di corrente, ma puntando solo all'obiettivo: portare a casa i risultati, creando una nuova classe dirigente. La sua.

Correlati

Potresti esserti perso