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RETROSCENA 17 Giugno Giu 2015 0913 17 giugno 2015

Salvini, con Berlusconi sarà linea dura

Dialogo sì. «Ma adesso comando io». Davanti a Berlusconi, Salvini non arretra. Per evitare di farsi fagocitare come Fitto e Alfano. E così lo mette all'angolo.

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Matteo Salvini, leader della Lega Nord.

Anche se a volte lo toglie, Silvio Berlusconi a Matteo Salvini non ha mai perdonato l’orecchino e quel look con la felpa che ai suoi occhi sa ancora troppo di Leoncavallo e dei trascorsi giovanili di sinistra del leader della lega Nord.
Non apprezza certamente la barbetta dell’altro Matteo e soprattutto lo ha sempre visto, per usare un certo linguaggio dell’ex premier, come una creatura non addomesticabile.
Se perfino Roberto Maroni, che lo incoronò di fatto successore al congresso di Assago dell’estate del 2012 (quando Bobo sostituì Umberto Bossi) disse che «è bravo ma un po’esuberante», figuriamoci qual è il pensiero di Berlusconi su quel Matteo che ora si candida a sostituirlo alla leadership del centrodestra. «È troppo esuberante», avrebbe detto Silvio del leader leghista, appunto.
Ecco perché, secondo i maligni, anche per depotenziarne le mire, Berlusconi vorrebbe chiudere Salvini nel “recinto” di Milano, candidandolo a sindaco. Ma a Matteo, che ha ben capito l’antifona, non passa neppure per la testa.
SALVINI COMPLICA I PIANI DEL CAV. Quella non addomesticabile creatura che ha mietuto una montagna di voti, doppiando Forza Italia dal Nord al Centro, cominciando a porre le basi persino al Sud, ora gli complica il vecchio schema, in cui si è sentito sempre sicuro di vincere, fagocitando chi gli si metteva di traverso.
A un certo punto Berlusconi lo aveva definito «il goleador» del centrodestra. Ma una volta capito che il ragazzo con l’orecchino tirava dritto per la sua strada, quel titolo glielo tolse immediatamente.
Salvini, il più antiberlusconiano dei leghisti, un leader cresciuto a decine di mercati rionali al giorno, non ha mai fatto mistero, anche in conversazioni private, che i ricchi si devono godere i soldi e a un certo punto se ne devono andare in pensione. Subito dopo, il crollo di Forza Italia nel Trentino Alto Adige nel maggio scorso, sprezzante suggerì al Cav: «Io al posto suo mi godrei la pensione e il Milan».
ARCORE? NO, GRAZIE. Ecco, il Milan. È solo la passione rossonera che lo lega a Berlusconi. Salvini è così milanista che in camera si tiene, accanto a quello di Bossi, un poster gigante del campione Franco Baresi.
Già nel 2012 a Silvio suggeriva: «Ha già dato. Si preoccupi piuttosto di tenere Thiago Silva al Milan». Peggio: «Di che ci devo parlare? Di bunga, bunga?».
Non c’è una notizia in passato, quando era ancora capogruppo al consiglio comunale di Milano e capo della prestigiosa Lega lombarda, che abbia registrato la sua partecipazione alle cene di Arcore. Ci andavano Bossi, Maroni, Giancarlo Giorgetti, l’allora capogruppo a Montecitorio Marco Reguzzoni, Roberto Calderoli, Salvini mai.
IL VOTO INCORONA LA LEGA. Da quando è stato incoronato segretario federale del Carroccio nel dicembre 2013, ad Arcore è toccato andare anche a lui. Ma, è come se Salvini si fosse accordato con il tempo che ha giocato a suo favore nella scommessa che evidentemente ha fatto con se stesso. Ovvero: non sarai tu, Berlusconi, a fagocitare me, come hai fatto con i miei predecessori o con i tuoi delfini di partito, ma sarò io a fagocitare te.
È questo l’imperativo che si è dato. E i fatti gli stanno dando ragione. La sua Lega non solo ha stravinto alle Regionali, ma ai ballottaggi di domenica 14 giugno ha conquistato Rovigo e una miriade di Comuni medio-grandi e strategici nell’economia del Nord, da Castelfranco Veneto a Saronno a Cologno Monzese, cuore dell’impero Mediaset.

Il punto centrale non è l'Europa, ma la leadership

Silvio Berlusconi.

Berlusconi ha ovviamente capito così bene le mire di Matteo che già nelle elezioni regionali, nonostante gli accordi con il nuovo alleato leghista, molto più cattivo del vecchio amico Bossi, ha incominciato a stuzzicare Salvini trattandolo come se fosse uno dei suoi delfini, da Angelino Alfano a Raffaelle Fitto, che gli facevano ombra.
Rivolgendosi al leader leghista disse: «Bisogna mettere da parte le ambizioni personali». Il tutto per creare il rassemblement dei moderati e rilanciare la sua leadership.
La cosa che fece drizzare le antenne in Via Bellerio fu che il Cav per la prima volta si rivolgeva a un leader leghista come fosse già del suo partito, o meglio della sua lista nella quale accaparrarsi i voti del Carroccio.
LE PRIMARIE CI SONO GIÀ STATE... Ma questa, come ha detto Salvini ai suoi, è una cosa «che lui si deve togliere proprio dalla testa, non se ne parla proprio». Perché la musica è cambiata. Non è un caso che Salvini abbia già detto: «Se si votasse domani, la Lega andrebbe da sola, ancora troppa distanza sull’Europa con Forza Italia».
Ma la questione centrale non è l’Europa. Salvini vuole un centrodestra a trazione leghista, di cui lui intende essere il candidato premier. Dice ufficialmente che il leader dovrà essere scelto dalle primarie, ma ai suoi avrebbe detto: «Le primarie ci sono già state. Sono state fatte dagli elettori che hanno incoronato la Lega». Che lui, infatti, lancia come «unica alternativa a Renzi».
«NON DEVO TRATTARE A TUTTI I COSTI». Con Berlusconi discuterà, ma «entro precisi binari». Perché, fa sapere Salvini, «non sono disposto a trattare a tutti i costi».
E perché il vertice leghista non vuole che «Berlusconi in perdita secca di consensi ora metta cappello sui nostri voti e su questi provi a rilanciare la sua leadership».
Del resto, per la Lega questo è il momento per uscire dal ruolo di gregaria e lanciarsi alla guida dello schieramento. Da qui la scelta di farla diventare partito nazionale e orizzontale. A Pontida il 21 giugno il simbolo cambierà: sotto Lega Nord, ci sarà la scritta Salvini. Che sostituirà la parola storica Padania.
UNO SGUARDO ANCHE A FITTO. Una chiara autoinvestitura alla leadership del centrodestra. Che fa già dialogare Salvini, come fosse un nuovo Cav, con gli altri soggetti dello schieramento, da Fratelli d’Italia all’ala antigovernativa del Nuovo centrodestra.
L’attenzione è anche per Conservatori e riformisti di Fitto. E per movimenti autonomisti del Sud. È lì che l’altro Matteo deve sfondare per vincere definitivamente la sua scommessa con Berlusconi. «Al quale men che meno permetteremo di scippare i nostri temi, dalla sicurezza alla flat tax. Se vuole discutiamo e accordiamoci sui contenuti. Ma stavolta comandiamo noi», è l’umore profondo che si registra nei piani alti di Via Bellerio. Ma più che umore, ormai una linea politica.

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