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CAMPIDOGLIO 17 Giugno Giu 2015 2001 17 giugno 2015

Sindaco di Roma: Renzi allerta Franceschini

Pd diviso su Marino. Orfini: «Decidono i romani». Il premier però è già al lavoro. C'è l'ipotesi Giachetti. Ma il preferito è il ministro. Per l'alto profilo. E non solo.

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Matteo Renzi e Ignazio Marino.

Matteo Renzi ha pronunciato l'ultimatum a Ignazio Marino, ma nel Pd romano si è aperta la corsa per difendere il sindaco di Roma e la sua giunta.
Il premier aveva messo il chirurgo dem nel mirino in un'intervista a La Stampa del 16 giugno, usando parole piuttosto eloquenti per far capire che ormai il suo mandato agli sgoccioli, ipotizzando un'unica maxi infornata di elezioni nelle grandi città (Milano, Napoli, Torino) nel 2016, che comprendesse anche la Capitale.
L'inaspettata levata di scudi interna al partito e la reazione fredda dello stesso Marino, però, lo hanno però convinto a correggere il tiro a Porta a Porta, ripiegando su toni più diplomatici anche se non meno duri: «Si guardi allo specchio e se può governare, governi. Altrimenti faccia un passo indietro».
ORFINI 'SCONFESSA' RENZI. L'ammorbidimento repentino comunque non è servito a spegnere del tutto le perplessità dei difensori del sindaco, che il 17 giugno hanno ripreso la loro “battaglia” per evitare uno tsunami al Campidoglio, supportati - a sorpresa - anche dal presidente dell'Assemblea nazionale, nonché commissario del Pd Roma, Matteo Orfini, che presentando l'edizione 2015 della Festa dell'Unità cittadina è andato in qualche modo contro la linea di Renzi.
O quantomeno ne ha dato un'interpretazione che ai più non è sembrata proprio sovrapponibile: «Noi abbiamo subito rivendicato la discontinuità amministrativa delle giunte Marino e Zingaretti con quelle quelle di Alemanno e Polverini. Ignazio e Nicola sono un baluardo della legalità. Renzi ha ribadito questo: Marino è una persona perbene e non prende neanche in considerazione l'ipotesi di uno scioglimento».
BERSANIANI CON MARINO. E per essere ancora più chiaro, il leader dei Giovani turchi ha ribadito: «Marino non resta o va via dal suo posto perché lo decide Orfini o Renzi, la sua fonte di legittimazione sono i cittadini che lo hanno votato ed eletto»
Sul primo cittadino di Roma il partito però è spaccato: c'è un pezzo di minoranza interna che continua a sostenerlo, come l'ex segretario del Pd Roma Marco Miccoli e alcuni esponenti di Area riformista vicina a Bersani che, pur marciando separati, fanno fronte comune con una parte di renziani e civatiani. Mentre ex rutelliani (non tutti) e veltroniani fanno capire che non si strapperebbero le vesti se Marino fosse costretto a chiudere anticipatamente il proprio mandato.

Dimissioni o commissariamento? Il premier lavora al piano B

Matteo Renzi e Dario Franceschini.

Anche tra i sostenitori del segretario nazionale, però, ci sono divisioni. Il chirurgo dem, in fondo, non era il loro candidato alle primarie del 7 aprile 2013 (quelle vinte contro Paolo Gentiloni, David Sassoli, Patrizia Prestipino, Gemma Azuni e Mattia Di Tommasi) e col passare dei mesi non è comunque entrato nelle loro grazie.
Queste divisioni interne al partito, che nel frattempo ha affrontato la tormenta del commissariamento in seguito alle inchieste su Mafia Capitale, stanno comunque provocando smottamenti che si percepiscono fino a Palazzo Chigi, dove intanto si inizia a predisporre un “piano B” in caso di dimissioni del sindaco o di un eventuale commissariamento (ipotesi che Orfini non crede percorribile).
Tra i nomi più gettonati c'è sicuramente quello dell'attuale vice presidente della Camera, Roberto Giachetti, renziano convinto ma dal carattere anarchico, con un cuore radicale, che piacerebbe a sinistra come a destra, pur non sfondando al centro.
SI FA STRADA IL NOME DI FRANCESCHINI. Ma se tutto precipitasse, e Roma fosse costretta a ritornare alle urne prima del 2018, servirebbe un nome di peso, estraneo (o quasi) alla vita del partito capitolino e con un profilo internazionale per battere la concorrenza della destra (che corteggia Alfio Marchini) e soprattutto del Movimento 5 stelle (Alessandro Di Battista non disprezzerebbe ma le regole pentastellate gli vieterebbero di lasciare l'incarico alla Camera).
Ecco dunque che negli ambienti vicini ai piani alti del Nazareno filtra un nome “di peso”, che nel partito ha un suo seguito importante e ha una caratura nazionale e internazionale importante. Si tratta del ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, ferrarese di nascita ma ormai romano d'adozione.
UN PROFILO INTERNAZIONALE. Nel suo ruolo di governo ha preso contatto con tutte le bellezze della Città eterna, che sono poi il motore che muove il turismo e di conseguenza l'economia di Roma. Inoltre ha avuto a che fare con i governi e le cancellerie dei grandi Paesi e ha una visibilità che va oltre i confini italiani.
Ma soprattutto Renzi ci metterebbe la faccia in prima persona, forse inaugurando una nuova stagione del Pd, quella in cui le primarie non saranno per forza l'unica via per scegliere un candidato. In special modo in situazioni estremamente delicate come quelle di Roma.
Come farsi seguire da tutto il partito, invece, è un altro paio di maniche. Ma questo rientra nella sfera del cambiamento generale del Pd. Per intenderci, l'ormai famigerato ritorno dal «Matteo 2» al «Matteo 1», che dovrebbe prevedere anche il ripristino del programma di rottamazione. A partire dal Nazareno. Soprattutto dal Nazareno.

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