Mosul, Isis trasforma chiesa in moschea
DIPLOMATICAMENTE 18 Giugno Giu 2015 1105 18 giugno 2015

Migranti, snobbando l'Isis non si risolve il problema

Il Califfato è tra le cause principali di questa fuga di massa. Ma la coalizione che dovrebbe distruggerlo pare impotente. E l'Europa cerca di allontanarlo dal suo orizzonte strategico.

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Giusto un anno fa, nel mese di giugno, l’opinione pubblica internazionale, anche quella più lontana dalle dinamiche della geopolitica mondiale, fu allertata dalla notizia della caduta di Mosul, la seconda città dell’Iraq, e di Tikrit nelle mani di un malefico astro nascente del terrorismo, l'Isis, che già aveva fatto parlare di sé per le scorribande sanguinarie compiute nell’anno precedente tra la Siria e l’Iraq.
L’allerta si fece inquietante pochi giorni dopo con l’annuncio della nascita del Califfato e dunque di un sedicente “Stato” che partendo dall’area già conquistata fino ad allora protendesse le sue ambizioni di principio verso un orizzonte vasto quanto il mondo appartenente all’islam, senza confini di altra natura: in buona sostanza uno Stato islamico, come si decise di chiamarlo, e non più uno Stato islamico dell'Iraq e del Levante come era stato denominato in precedenza.
LA COALIZIONE COMPIE UN ANNO. A Capo di quel nuovo soggetto politico-religioso era stato posto l’iracheno Abū Bakr al-Baghdādī, una vecchia conoscenza degli americani se corrisponde al vero che fu rilasciato dopo un periodo di detenzione nelle carceri di Camp Bucca e Adder; una sorta di suprema autorità, politica e religiosa al contempo, peraltro ben supportata da robusto nucleo di laicissima intelligenza e capacità militare di ex ufficiali di Saddam Hussein.
A fronte di questa nuova minaccia che tra luglio e agosto dello scorso anno aveva fatto dell’aggressione agli yazidi e poi dello sgozzamento del giornalista americano James Foley i suoi più raccapriccianti biglietti da visita, venne messa in piedi una coalizione internazionale a guida americana di Paesi occidentali e arabi.
Poderosa nella sua teorica capacità offensiva aerea e di intelligence, era inesorabilmente destinata a indebolire e a distruggere l’Isis, come ebbe a dire lo stesso Barack Obama, grazie alle truppe di terra: le irachene da un lato e quelle dell’opposizione a Bashar al Assad dall’altro.
CRESCE IL PESSIMISMO SULLA LOTTA ALL'ISIS. A distanza di un anno qual è il bilancio che l’Isis e lo schieramento che lo combatte possono trarre? Detto in altri termini, la minaccia è stabile, in crescita o in fase di regressione?
La risposta più immediata che viene da dare a questi interrogativi è all’insegna di un’incertezza venata di un qualche pessimismo.
È pur vero infatti che l’Isis ha subìto qualche sconfitta, come a Kobane in Siria e a Tikrit in Iraq, e in questi giorni a Tel Abyad sul confine turco-siriano, ma non si possono sottovalutare le compensazioni che ha subito messo al suo attivo, avanzando in Siria (Palmira e altro) e conquistando Ramadi, arrivando a minacciare sia Baghdad che Damasco, tanto per fare qualche esempio concreto. E intanto ha consolidato la sua “gestione” del territorio conquistato.
Inoltre, l’attrazione esercitata sul serbatoio mondiale dei combattenti stranieri non sembra essersi attenuato, neppure da quello occidentale, malgrado le misure adottate in molti Paesi, Italia compresa, per frenare il flusso, più in uscita che in entrata. È vero però che non se ne parla più.

L'espansione verso le nostre terre non è da escludere

Sono poi cresciute le adesioni/affiliazioni al Califfato dall’interno della galassia dell’estremismo/terrorismo di matrice islamica dall’Asia all’Africa: basti far riferimento alla Libia, dove il caos e la conflittualità tra Tripoli e Tobruk stanno facendo fermentare un Isis locale, e alla Nigeria, dove per combattere Boko Haram è stata rilanciata una forza militare congiunta di ben cinque Paesi.
E poco conforta il fatto che, secondo gli analisti più accreditati, l’Isis punti in primo luogo a farsi spazio in Medio Oriente e nel Golfo (luoghi santi di Mecca e Medina), se poi l’incrocio tra i ripetuti messaggi minacciosi lanciati ad arte sulla Rete e il nostro posizionamento geografico non possano escludere un’attenzione anche verso le nostre terre.
Magari a opera della concorrenza alqaedana, anch’essa temibilmente in espansione (dalla Siria allo Yemen, alla fascia saheliana e, in Europa, sub specie lupi solitari).
I MIGRANTI NON SONO UN PROBLEMA A SÈ STANTE. È paradossale, in questo contesto, l’attenzione – che i numeri, sia detto per inciso, indurrebbero a definire isterica - dedicata all’attuale marea di migranti e non anche alle sue cause, riconducibili in larga misura alla tragica conflittualità che sta sconvolgendo il Medio Oriente e alla sua deriva più minacciosa, cioè la crescita di Isis, al Qaeda e sodali. Cause che non possono non fare riferimento anche al perverso gioco delle agende dei principali player regionali e internazionali che impediscono di venirne a capo o almeno di ridurne la portata.
Sta in queste agende, del resto, il ben magro risultato conseguito finora contro l’Isis da parte della coalizione internazionale. La sua conquista di Ramadi e di Palmira avevano sollecitato una rivisitazione della sua strategia, monca in Iraq di un affidabile sostegno delle truppe di Baghdad, non bilanciato dalla valentia curda e inquinato dal ruolo delle milizie sciite di osservanza iraniana; incerta in Siria a causa della confliggente priorità dell’Isis da un lato e di Assad dall’altro.
Ma la sua riunione di Parigi non ha sortito un aggiornamento di approccio, ma solo un modesto impegno ad accrescere addestratori e armi, quasi a confermare i limiti dell’interesse strategico del suo principale azionista, gli Usa, rispetto a questo teatro conflittuale, già emersi del resto nella cura poco più che “omeopatica” degli attacchi aerei condotta in questi mesi.
IL CALIFFATO? NON SIAMO RIUSCITI A CONTENERLO. Si tratta del resto di limiti che stanno già entrando nell’incipiente campagna elettorale americana sotto forma di interrogativi sull’effettiva portata degli interessi e del correlato coinvolgimento Usa in Medio Oriente dove la priorità posta dall’amministrazione Obama sul negoziato nucleare con Teheran e le sue prevedibili ricadute, anche in termini di lotta all’Isis, sui già precari e sofferti equilibri regionali sta mettendo sulla corda antiche alleanze e aprendo prospettive che non solo i repubblicani considerano rischiose.
L’Europa, dal canto suo, assai poco rilevante nella dinamica mediorientale, sembra quasi desiderosa di allontanare anche l’Isis, come del resto Al Qaeda, dal suo orizzonte strategico.
L’anno trascorso ci consegna dunque un nuovo “Stato”, il Califfato di Abū Bakr al-Baghdādī, che altera sensibilmente la geopolitica mediorientale e allunga la sua ombra minacciosa anche a ridosso delle nostre coste. E uno schieramento di Paesi teoricamente poderoso che vuole distruggerlo, ma che non è riuscito neppure a contenerlo.

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