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STRATEGIA 19 Giugno Giu 2015 1921 19 giugno 2015

Grecia e Russia, l'asse impossibile fa pressing sull'Ue

Atene e Mosca firmano l'intesa sul Turkish Stream. Ma è un bluff anti-Bruxelles: Tsipras ha bisogno dei soldi europei. E Cina e Cremlino non aprono il portafogli.

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Vladimir Putin e Alexis Tsipras.

«Un conto sono gli annunci, un altro la realizzazione di un gasdotto...».
Da zelante portavoce della Commissione europea, Jakub Adamowicz ha saputo esprimere tutto lo scetticismo di Bruxelles verso il tentativo di Alexis Tsipras di spostare la sua Grecia dai margini dell’Europa al centro del sistema dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).
Cioè nel novero delle economie emergenti, che prima delle materie prime voleva mettere all’angolo l’America e l’Europa.
LA SPONDA DI MOSCA. A meno di 72 ore dal decisivo Eurogruppo in programma lunedì 22 giugno, il premier ellenico è volato a Mosca.
Dove i ministri dell’Energia Panagiotis Lafazanis e Aleksander Novak hanno firmato un accordo con il governo russo per far passare nel suo Paese il Turkish Stream.
La pipeline con la quale la Russia vuole portare il gas in Europa, prima che Bruxelles inserisca nuovi paletti nel prossimo Memorandum energetico.
MERKEL IN IMBARAZZO. Se a questo si aggiunge il fatto che la Grecia si è schierata contro la Ue sulle sanzioni alla Russia, si può dire che Tsipras ha raggiunto perfettamente l'obiettivo di creare non pochi imbarazzi ad Angela Merkel - la grande mediatrice tra Mosca e Washington - e a Jean-Claude Juncker.
Non contento, si è persino candidato a essere il partner europeo della banca di sviluppo che hanno lanciato i Brics per fare concorrenza alla World Bank e al Fondo monetario internazionale.
SOLDI UE SOSTITUIBILI? Ma davvero la Grecia può rifiutare i soldi di Ue, Bce e Fmi, sostituendoli con Russia, Cina e tutto il fronte degli emergenti?

Tsipras: «Dopo la crisi del 2008 il mondo è diverso»

Jean-Claude Juncker e Angela Merkel.

A Bruxelles nutrono seri dubbi che ci siano le condizioni per fare di Atene il sesto Brics.
Lo stesso Adamowicz, oltre a segnalare che del Turkish Stream esiste al momento soltanto un progetto, ha subito ricordato che «ogni progetto costruito sul territorio europeo deve rispettare pienamente la legislazione europea».
A queste precisioni Tsipras ha replicato: «Dopo la crisi del 2008, il mondo è diverso. In Europa abbiamo avuto l'illusione di essere l'ombelico del mondo, collaborando solo con i nostri vicini più prossimi. Ma il centro del mondo è cambiato, ci sono nuove forze a livello politico ed economico».
IN RITARDO DI 3 ANNI. Ma queste parole sembrano pronunciate con almeno tre anni di ritardo, visto che il crollo del petrolio e dei prezzi delle materie prime ha di fatto fermato lo sviluppo di Russia e Brasile, mentre la Cina fa fatica a contenere una bolla immobiliare di proporzioni bibliche e l’inflazione.
Il tutto mentre l’America torna a produrre beni che un tempo comprava in Cina e l’Europa - vicina alla parità tra euro e dollaro - accelera le esportazioni.
STRADE NON IN DISCESA. Se la strategia politica è da registrare, anche le due strade seguite da Tsipras per affrancarsi dal gioco europeo - essere la porta nel Mediterraneo del gas russo e delle merci cinesi - sono tutt’altro che in discesa.
Da Bruxelles fanno notare che l’investimento russo nel Turkish Stream è - in proporzione - molto più contenuto rispetto a quello previsto per l’ex pipeline che doveva arrivare in Europa.
SOLDI A LUNGO TERMINE. Allo stesso modo i due miliardi che Mosca ha promesso per il passaggio del gasdotto nel territorio greco arriveranno nei prossimi anni. Cioè quando Atene o sarà fallita oppure sarà stata salvata ancora una volta dalla famigerata ex Troika.

Difficile credere che Mosca possa finanziare Atene

Xi Jinping e Vladimir Putin.

Nonostante le voci che si fanno rimbalzare da Atene, è difficile da credere che Mosca possa rifinanziare Atene e aiutarla sia nel pagamento dei prestiti in scadenza (quasi 10 miliardi di euro a Bce e Fmi entro agosto) sia nel sostegno al suo rilancio.
La Grecia ha ventilato l’ipotesi che la Russia possa sostituirsi all’ex Troika anche nei piani di sostegno, che alla sola Europa finora sono costati quasi 200 miliardi.
CREMLINO SCETTICO. Al riguardo il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, prima dell’incontro tra Putin e Tsipras, ha cancellato tutte le speranze elleniche su questo versante.
«Per prendere in esame la questione», ha detto, «occorre ascoltare proposte o iniziative in questo senso dal nostro partner greco. È miope impegnarsi in ragionamenti astratti in assenza di richieste».
RUSSIA COSÌ FORTE? E ancora più miope è chi immagina che la Russia, con il rublo forte che sta opprimendo il suo popolo e le tante svalutazioni andate a vuoto, abbia la forza di sostenere Atene se questa dovesse tornare sul mercato dopo essersi rifiutata di ripagare gli storici creditori.


NIENTE PRIVATIZZAZIONI. Più in generale il cambio nello scacchiere geopolitico passa per il piano di privatizzazione promesso all’ex Troika dal precedente governo greco.
Programma che Tsipras e i suoi ministri hanno a dir poco boicottato. Da anni la Russia - attraverso Gazprom - vuole mettere le mani sul monopolista dell’energia Depa e sulle concessioni per le esplorazioni di gas nell’Egeo.
In entrambi i casi Atene ha sempre frenato perché non si è mai trovato l’accordo sul prezzo.
PECHINO POCO GENEROSA. Come Mosca, anche Pechino si mostra meno generosa del previsto.
La Cina, che in Grecia negli anni scorsi ha investito nel Paese 1,7 miliardi euro, possiede già il 40% del Pireo e si è detta pronta a costruire nel Peloponneso una ferrovia che rientra nel più ambizioso piano infrastrutturale denominato «la via della Seta».
OPERAZIONE PORTO CONGELATA. Della nuova via della Seta - l’asse sul quale trasportare le merci da Pechino all’Occidente - il Pireo sarà la porta sul Mediterraneo.
Ma quando la cinese Cosco sembrava vicina a prendere il controllo totale del porto, il governo Tsipras ha congelato tutto.
Ancora una volta per una questione di soldi.
LA PORTA DEI BRICS È CHIUSA. Così è difficile pensare che l’ex Impero di mezzo permetta ad Atene di entrare nella banca degli investimenti dei Brics: vuoi per lavare l’onta del rifiuto, vuoi perché sta portando avanti una sua struttura simile, nella quale non vuole che ci mettano piedi neanche gli altri Paesi emergenti.

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