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INTERVISTA 21 Giugno Giu 2015 1200 21 giugno 2015

Isis, Campanini: «Bisogna uscire dall'orbita saudita»

Il Califfato seduce i sunniti. Ma la radicalizzazione è colpa di Usa e Arabia. Campanini a Lettera43: «La nostra politica estera inizi a guardare all'Iran».

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La fascinazione per l'Isis esiste tra l'oltre 1 miliardo e 300 mila musulmani sunniti nel mondo, come ha dimostrato un recente sondaggio del network panarabo al Jazeera.
Alla domanda se sostenesse o meno le vittorie del cosiddetto Stato islamico in Siria e in Iraq, l'81% dei circa 38 mila utenti della tivù qatariota ad audience prevalentemente sunnita ha risposto sì.
La medesima rete ha diffuso poi la notizia di alcuni sceicchi iracheni delle tribù sunnite della provincia dell'al Anbar, assediata dall'Isis, che avrebbero giurato fedeltà al Califfato per bocca dell'influente sheikh Ahmed Dara al Jumaili.
L'ESTABLISHMENT DICE NO. La scelta di campo, nell'aria da mesi, è parte della «radicalizzazione, in atto all'interno dell'islam sunnita, specie nelle zone più compromesse dai conflitti per la ricomposizione del Medio Oriente», spiega a Lettera43.it l'orientalista Massimo Campanini, tra i più autorevoli storici dei Paesi islamici.
Il processo tuttavia «non coinvolge l'establishment religioso sunnita né la Fratellanza musulmana», che nelle sue diverse declinazioni politiche nei Paesi arabi «ha preso le distanze, a partire dagli Anni 80, dalla lotta armata».
LE COLPE DI ARABIA SAUDITA E USA. «Anche se sembra trovare più terreno fertile tra la gente, oggi la radicalizzazione non è maggiore di quella tra gli Anni 90 e gli inizi del 2000, con il picco di al Qaeda», precisa l'esperto.
E per quanto le violenze dilaganti vengano sempre più ricondotte all'odio tra sunniti e sciiti, «questo caos è frutto di decenni di finanziamenti dell'Arabia saudita a movimenti terroristici e all'invasione americana dell'Iraq nel 2003, la madre di tutte le sciocchezze».

L'orientalista e storico dell'islam Massimo Campanini.

DOMANDA. Qatar e Turchia sono accusati di foraggiare gruppi terroristici come Isis e al Nusra. Chi ha maggiori responsabilità tra loro e l'Arabia saudita?
RISPOSTA.
È possibile che Qatar e Turchia finanzino anche gruppi jihadisti, ma non si può dimostrare. Certamente i due governi islamisti perseguono una politica estera pericolosa, allo scopo di espandersi nei Paesi più destabilizzati dalla Primavera araba. Ma una risposta esaustiva è impossibile. Personalmente ho meno simpatia per i sauditi.
D. Ma è cambiato il re e l'Isis ha colpito anche in Arabia Saudita...
R.
L'avvicendamento al trono e la nomina di nuovi ministri possono ripulire il volto alla monarchia ma le responsabilità pregresse di Riad restano enormi. Per decenni i sauditi hanno condotto politiche avventuristiche in Afghanistan e sostenuto gruppi armati in Medio Oriente.
D. Turchia e Qatar sono i suoi competitor?
R.
La Turchia ha un peso militare, economico e anche demografico nell'area musulmana, e aspira a guidare i nuovi governi islamisti del post Primavera araba, in competizione con l'Arabia ma anche con l'Iran. Il Qatar è un piccolo Paese con molti soldi, di stampo conservatore e inclinazione fondamentalista, e anche lui vuole far sentire un po' il suo peso.
D. La tivù qatariota al Jazeera ha lanciato il sondaggio con il risultato choc del sostegno sunnita all'Isis, l'81% delle risposte.
R.
È in corso una radicalizzazione dell'islam sunnita, ma è sbagliato fare di ogni erba un fascio. Tra l'altro le correnti radicali di oggi non sono maggiori che tra gli Anni 90 e gli inizi del 2000, ai tempi dell'acme di al Qaeda e di movimenti jihadisti forti in Algeria e in Egitto.
D. Ma l'Isis ha più presa di al Qaeda tra la gente comune?
R.
Quindici anni fa la popolazione sunnita adottò un atteggiamento di respingimento, il terreno all'apparenza era meno fertile. Oggi certe parole dell'Isis sembrano più seducenti per l'uomo di strada. Ciò non vuol dire che l'islam mainstream sia naturalmente portato a un'inclinazione radicale e jihadista.

Jihadisti di al Nusra (al Qaeda) per le strade di Aleppo, in Siria (Getty).

D. Perché è sbagliata l'equazione Fratellanza musulmana-radicalizzazione, come vuole far credere l'Egitto?
R.
Intanto l'establishment musulmano degli ulema, inclusa l'università egiziana di al Azhar (faro dell'insegnamento religioso dell'islam sunnita, ndr), ha condannato o comunque preso le distanze dalla lotta armata. Quanto alla Fratellanza musulmana, ormai un movimento politico con partiti diversi che agiscono peculiarmente nei diversi contesti nazionali, la mia opinione è che, a partire dagli Anni 80, la sua tattica e il suo obiettivo siano arrivare al potere con mezzi legali.
D. Di chi sono allora le responsabilità della radicalizzazione?
R.
All'interno della Fratellanza c'è qualche corrente con tendenze favorevoli alla lotta armata. Ma nel caso dell'Egitto, culla della Fratellanza musulmana originaria, il presidente al Sisi ha fatto la scelta strategica di scaricare tutta la responsabilità del terrorismo sui Fratelli musulmani: accuse pretestuose verso un capro espiatorio. Negli Anni 80 e 90, le medesime politiche hanno portato alla radicalizzazione dell'islam sunnita nel Paesi del Nord Africa.
D. Si è scritto lo stesso dell'emarginazione in Iraq dei sunniti da parte del governo sciita. Con l'Isis dilagherà l'odio tra i due rami dell'islam?
R
. Per secoli sunniti e sciiti hanno convissuto insieme in pace nei territori dell'impero ottomano. La radicalizzazione, sfociata in odio reciproco, è il frutto della destabilizzazione progressiva del Medio Oriente dell'ultimo secolo. L'invasione americana dell'Iraq, nel 2003, ha scoperchiato un vaso di Pandora. Quell'azzardo è la madre di tutte le sciocchezze.
D. Da allora la situazione è precipitata...
R.
Si sono aperte numerose frontiere di instabilità, lungo le quali mestare nel torbido con finalità anche oscure. La posta è la ridefinizione dei confini in Medio Oriente, ogni potenza regionale ha ambizioni egemonica ed è molto difficile dimostrare chi fa cosa.
D. Anche l'Iran ha grossi interessi. Può giocare sporco?
R.
In Yemen vede con favore l'instaurazione degli houthi, per quanto siano sciiti zaiditi e non imamiti come nella Repubblica islamica. Ma non credo che arrivi a finanziarli, Teheran ha tutto l'interesse a tenersi in disparte da questo caos. Fomentandolo si esporrebbe ad attacchi terroristici sul territorio. Con una ricomposizione del Medio Oriente con Stati indeboliti, come quella in corso, l'Iran emergerebbe invece spontaneamente come potenza egemonica.
D. È accaduto nell'Iraq del post Saddam Hussein...
R.
Un ascendente iraniano era inevitabile. La Repubblica islamica esercita per forza di cose una funzione di calamita sugli sciiti iracheni e dell'Est asiatico. Anche la politica estera occidentale dovrebbe sganciarsi dall'orbita saudita e guardare, piuttosto, agli iraniani.

Twitter @BarbaraCiolli

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