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SPACCATURA 24 Giugno Giu 2015 2017 24 giugno 2015

Fassina, l'agenda alternativa della cosa anti-renziana

L'ex vice ministro strappa. E la scissione nel Pd ormai è realtà. Assieme a lui Civati, Cofferati e Gregori. In attesa di Landini. I piani della nuova sinistra.

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Fassina, Bersani e Vendola.

Era solo il 16 febbraio 2015 quando Matteo Renzi, in un'appassionata Direzione nazionale del Partito democratico, spiegava ai suoi che l'azione riformista della maggioranza aveva spaccato Forza Italia e l'opposizione dialogante.
Erano i giorni in cui al Colle veniva eletto Sergio Mattarella, scatenando le ire di una parte degli azzurri e sancendo lo strappo (non definitivo, come Lettera43.it ha sempre spiegato) del Patto del Nazareno.
Nel giro di soli quattro mesi, però, la situazione sembra essersi ribaltata.
LA SCISSIONE È REALTÀ. Il Pd del 40,8% alle Europee non c'è più, e il monolite che appariva prima ha già perso pezzi nel primo ruzzolone delle Regionali, con l'addio di Pippo Civati e la sommossa della minoranza interna.
La scissione che tutti negavano, in qualche maniera oggi entra di diritto nel dibattito politico del centrosinistra italiano.
E l'ultimo elemento, in ordine di tempo, a fare la valigia è stato Stefano Fassina.
ESTRANEO NEL PARTITO. L'ex vice ministro dell'Economia è rimasto fuori dal partito per una intera notte, dopo aver annunciato, mercoledì 23 giugno in occasione di un incontro pubblico al circolo Capannelle di Roma, che era arrivato il momento di levare le tende e lasciare un Pd in cui non riusciva più a riconoscersi.
Alle luci dell'alba, però, l'economista aveva ritrovato la forza di andare avanti.
Non per molto ancora. Così il tormentone di un anno e mezzo fa si è trasformato da «Fassina chi?» a «Fassina, quando?».
AGENDA ALTERNATIVA. La risposta non si è fatta attendere e a ora di pranzo del 24 giugno è arrivato l'annuncio della sua uscita dal gruppo, facendo così seguito alle parole di Capannelle: «Non vi sono più le condizioni per andare avanti nel Pd e insieme ad altri proveremo a costruire nuovi percorsi non per una testimonianza minoritaria, ma per fare una sinistra di governo su una'agenda alternativa».
Ma chi sono questi «altri»?

Con lui Civati e Cofferati. In attesa di Landini...

Pippo Civati, Maurizio Landini e Stefano Rodotà.

Pippo Civati e Sergio Cofferati, intanto.
O almeno in attesa della nascita della cosiddetta Coalizione sociale di Maurizio Landini.
Il primo appuntamento ufficiale dei tre “scissionisti” è per il 4 luglio, al Teatro Palladium della Garbatella, nel cuore di Roma: una periferia diventata costola del centro storico, ambita e abitata da diversi professionisti.
RITORNO SUI TERRITORI. «Con Pippo e Luca Pastorino», ha spiegato Fassina, «ci ritroveremo per avviare un percorso politico sui territori, plurale, che possa raccogliere le tante energie che sono andate nell'astensionismo. Vogliamo provare a coinvolgerle di nuovo per una sinistra di governo».
La decisione di levare le tende è arrivata dopo mesi di profondo disagio.
Ormai nel Pd viveva da separato in casa con tutte le anime dem da quando non era più bersaniano, lasciandosi alle spalle anche il passato d'alemiano e quello da giovane turco.
IL «BIG BLUFF» RENZIANO. Con Renzi e i renziani i rapporti sono stati tesi, fin da quando definiva l'ex sindaco di Firenze e la Leopolda un «Big bluff» (anno di grazia 2011).
Nella sua nuova avventura, che tutti già chiamano la “cosa anti-renziana”, forse ritroverà qualche suo vecchio compagno di partito (di sicuro la deputata Monica Gregori).
Soprattutto adesso che la minoranza si è ulteriormente spaccata con la nascita di 'Sinistra è cambiamento' del ministro Maurizio Martina.
EX BERSANIANI/D'ALEMIANI. In quest'area gravitano gli ex bersanini/d'alemiani transitati in Area riformista dopo la vittoria di Renzi al Congresso del 2013, dalla quale hanno preso poi le distanze per continuare a tenere aperto il filo del dialogo con il governo.

Da Area riformista gli scettici nei confronti di Speranza e D'Attorre

Roma: Alfredo D'Attorre, Pd, al corteo contro il disegno di legge la buona scuola (5 maggio 2015).

Dall'Area riformista, invece, potrebbero uscire un po' di parlamentari e consiglieri comunali totalmente in disaccordo con la linea del partito, ma anche con la gestione troppo dura e frontale dei vari leader come Roberto Speranza, Pier Luigi Bersani e Alfredo D'Attorre.
Di nomi non ne circolano ancora, ma il fermento è chiaramente percepibile.
A riascoltare oggi le parole di Renzi alla Direzione nazionale del 16 febbraio, alla luce di smottamenti, scissioni e sommovimenti interni, sembra passato un secolo. Invece sono trascorsi solo 4 mesi.
PD, SCENARI DI GUERRA. Dall'analisi della spaccatura di Forza Italia sulle riforme siamo passati agli scenari di “guerra” nel Pd.
Nel mezzo c'è stato un calo di consensi certificato dalle ultime Amministrative e le polemiche sul futuro del partito, alimentato sopratutto da eventi clamorosi del tipo Mafia capitale e la posizione del sindaco di Roma, Ignazio Marino.
UN 2016 SPARTIACQUE. Allo stesso modo il dibattito ha oscurato l'orizzonte del 2018 per la fine della legislatura, facendo spazio alla possibile finestra del 2016, quando alle urne sono pronti a tornare i cittadini di diverse città importanti come Napoli, Milano, Torino (e forse Roma).
Insomma, in circa 120 giorni il mondo (politico) si è capovolto. Ma guai a pensare che i giochi siano già fatti: le cose possono ricambiare altrettanto rapidamente.
Almeno sotto questo aseptto la politica italiana ha assorbito il credo di Renzi: correre, correre correre. A volte anche troppo, e senza prendersi un momento per riflettere.

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