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SPRECHI 25 Giugno Giu 2015 1113 25 giugno 2015

Enit, il carrozzone statale duro a morire

Sei mesi fa l'ente inutile sembrava spacciato. Poi Confindustria ha fatto muro. Dotazione di 16 mln, affitti d'oro, consulenze: la riforma nelle mani di Christillin.

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Evelina Christillin.

Carlo Cottarelli l’aveva inserito in cima alla lista degli enti inutili. Quelli da sopprimere, per intenderci.
Speranza condivisa anche dai dipendenti dell’Agenzia. I quali, nelle scorse settimane, hanno scritto a Matteo Renzi per chiedere di fondere l’organismo con l’Ice. O di rottamarlo.
Questo perché - parola loro - «sta compromettendo l'immagine turistica del Paese nei confronti della stampa estera e degli operatori internazionali».
Benvenuti all’Enit, il carrozzone che dovrebbe fare promozione nel mondo delle bellezze italiane e dove il premier ha appena inviato Evelina Christillin.
La neopresidente che si è subito adeguata all’andazzo, visto che a domanda del Corriere della Sera su suoi programmi ha fatto sapere: «Non ho una ricetta in tasca. Ogni 10 anni mi invento un mestiere, ascoltando e imparando da chi ne sa più di me. Tra sei mesi potrò dire se una idea è buona o meno».
UN DESTINO CHE SEMBRAVA SEGNATO. Sei mesi fa invece il destino dell’ente sembrava segnato. Con il governo pronto a modificare le regole d’ingaggio del commissario straordinario Cristiano Radaelli, trasformandolo in un commissionario liquidatore.
Poi tutte le associazioni imprenditoriali - Confindustria e Confcommercio in testa - hanno fatto muro, convinte che, per quanto inutile e costo, chiudere l’ente vorrebbe dire rinunciare ai soldi (pochi rispetto a quanto si stanzia in Francia o in Spagna) che lo Stato destina al settore.
E tanto è bastato per salvare l’Enit, bocciando i tentativi del ministro della Cultura, Dario Franceschini, di diluirlo nell’Ice.
IL BARACCONE È ANCORA IN PIEDI. Così il baraccone di Stato per eccellenza è ancora in piedi. Con la Christillin di fronte a una missione improba: riformare un ente che spende quasi tutto il suo budget per le sue spese di rappresentanza; che è ricettacolo per politici trombati e amici degli amici; che non ha più una strategia perché neppure il suo azionista (il governo) ha una strategia su come sviluppare il turismo che pure rappresenta il 13% del Pil.
Sempre nella lettera nella quale 64 dipendenti dell’Enit chiedevano a Renzi di liberarli dall’onere di lavorare per un ente inutile si legge che l’ultimo fallimento riguarda la promozione dell’Expo, dove «ci sono principalmente visitatori italiani e alberghi vuoti al 50%, con una notorietà dell'evento sui principali mercati stranieri ancora estremamente bassa».

Una dotazione di 16 milioni di euro

La sede dell'Enit, l'Agenzia nazionale del turismo.

Attualmente l’Enit si vede trasferire dallo Stato una dotazione di 16 milioni di euro. Nel 2009 erano 39.
Il direttore uscente, Andrea Babbi, ha rivendicato in un’intervista al Sole 24 Ore: «In due anni ho tagliato le spese generali del 16%, i costi del personale del 6,8%, stiamo discutendo con i sindacati perché da 100 ore di straordinario del 2014 siamo passati a 70 e ho chiesto un ulteriore taglio».
Ma c’è ancora molto da fare, visto che tutti questi soldi non sono sufficienti a far girare come dovrebbe una struttura dove lavorano “solo” 180 persone e che paga altissimi affitti per 23 sedi all’estero.
IL DIRETTORE BABBI NEL MIRINO. Non a caso la procura di Roma sta anche indagando Babbi - il quale respinge le accuse - per alcune consulenze.
Il sindacato Failb ha denunciato alla Corte dei Conti che il manager «è stato assunto il primo dicembre 2012, quando le norme sulla spending review avevano già vietato l’assunzione di personale 'a qualsiasi titolo e con qualsiasi contratto'».
In una sua inchiesta il settimanale L’Espresso ha scoperto che soltanto per i dipendenti all’estero sono stati pagati negli ultimi anni 5 milioni all’anno e i funzionari si vedono riconoscere indennità varie e «vanno spesso e volentieri in alberghi a cinque stelle».
TURISMO, MANCA UNA GOVERNANCE. In quest’ottica è emblematica la vicenda di PromuovItalia, la controllata dell’Enit, che avrebbe dovuto formare giovani da destinare «a mestieri innovativi e tecnologici nel settore del turismo» e che invece è risultata soltanto una macchina per destinare i fondi europei a enti compiacenti e - ancora peggio - un’agenzia di collocamento per trovare personale sottopagato per imprese amiche. Prima di essere liquidata, secondo i magistrati, PromuovItalia ha sprecato qualcosa come 90 miliardi di fondi pubblici.
Ma alla base degli sprechi c’è soprattutto l’assenza di una governance del turismo italiano. Secondo il Titolo V le competenze del settore sono divise tra Stato centrale e Regioni. In quest’ottica gli enti locali vedono l’Enit sia come un “poltronificio” sia come un bancomat per finanziare progetti di portata prettamente locale. In questo modo è impossibile invece lanciare dei piani di respiro nazionale, mentre diventa ancora più facile sprecare soldi.

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