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DIPLOMATICAMENTE 25 Giugno Giu 2015 0918 25 giugno 2015

Questa non è Europa: dov'è finita la coesione?

Davanti all'emergenza migranti, il clima si fa avvelenato. E si ergono nuove barriere.

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Sarà anche confortante apprendere dall’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, Federica Mogherini, che l’Unione europea non ha mai preso così seriamente il tema dell'immigrazione come sta facendo adesso.
Ma a dar retta alla cacofonia che continua a farsi sentire nelle sale e nei corridoi di Bruxelles e nelle capitali degli Stati membri si tratta di una serietà che sconta l’eredità di un passato anche prossimo, in cui è letteralmente mancata la percezione stessa della responsabilità anche “comunitaria” di quanto stava avvenendo e delle conseguenze che ne stavano derivando in un mondo lontano in inesorabile avvicinamento.
TORNA LA LOGICA DELLA BARRIERA. Che sconta anche il ritardo con cui ciò che poteva essere preparato in chiave strutturale lo si è dovuto affrontare in termini decisamente emergenziali, in un clima di miopi rigurgiti nazionalistici di cui non si vede ancora lo sbocco finale.
E che spiega in estrema e rozza sintesi la ragione per la quale, anche dopo l’ennesima e terribile strage di aprile e i primi vagiti reattivi che ne erano venuti dalla Commissione, il dibattito politico, sia italiano sia europeo, abbia continuato a oscillare tra una squallida esibizione di egoismo avvelenato da gretti calcoli elettoralistici, in cui sono caduti anche gli sponsor naturali dell’accoglienza, e la conseguente declinazione di soluzioni mirate a privilegiare nettamente il profilo della “sicurezza”, e dunque la logica della barriera, rispetto a quello della gestione di un’impellente e drammatica realtà umana e delle sue cause, strutturali e contingenti.

Migranti, la risposta balbuziente dell'Europa

La protesta dei migranti a Ventimiglia.

Non può stupire che su un tale sfondo sia emersa una risposta balbuziente nella quale è: pressochè impossibile individuare la strategia di aggressione delle cause del fenomeno, difficile cogliere la vera sorte che si intendeva riservare ai futuri migranti, preferendo per di più focalizzare l’attenzione sulla categoria dei profughi, chiara la volontà di porre al più basso livello possibile l’asticella della condivisione dell’emergenza (complice, come ho già scritto, la disinvoltura manifestata in materia di identificazione da parte di alcuni Paesi tra i quali l’Italia) e luminosa la convergenza in direzione di un armamentario che servisse al duplice scopo di tenere lontani i migranti e di contrastare l’immonda opera dei trafficanti.
MISSIONE OPERATIVA DA LUGLIO. Come leggere altrimenti il passaggio tra la reazione emotiva o presunta tale del 19 aprile, il piano della Commissione, la prima risposta del Consiglio straordinario e da ultimo la riunione dei ministri degli Esteri di lunedi 22 giugno in vista del Consiglio del 26? È un passaggio multidimensionale il cui senso profondo è stato offerto dall’enfasi riservata al varo della missione 'Eunavfor Med' che, come ha annunciato Mogherini, comincerà a essere operativa dai primi di luglio, con il dispiegamento delle forze messe a disposizione da 14 Paesi «dal Nord, dal Sud, dall'Est e dall'Ovest» della Ue, avrà nella portaerei italiana 'Cavour' la nave ammiraglia e disporrà di una dotazione iniziale di «cinque navi da guerra, due sommergibili, tre aerei da ricognizione marittima, due droni e tre elicotteri» con «un migliaio» di soldati.
Uno schieramento iniziale di tutto rispetto per un obiettivo riassunto nell'«identificare, catturare e neutralizzare le imbarcazioni e rendere disponibili gli strumenti usati o sospettati di essere usati» dagli scafisti. Una rappresentazione muscolare forse eccessiva per la fase 1 della missione dedicata alla raccolta di informazioni e al soccorso in acque internazionali, ma «il focus è sulla lotta ai trafficanti» come è stato precisato, non tale però se l’intenzione era ed è di dare un inequivoco “avviso ai naviganti”, siano essi gli scafisti ovvero i potenziali migranti.
RISOLUZIONE ONU PROBLEMATICA. L’enfasi su quest’unità di intenti dell’Ue risalta ancora di più se si tiene conto del fatto che il passaggio alle fasi successive e soprattutto alla fase 3, con operazioni anche in acque territoriali e sulla costa libica, sarà subordinata a una risoluzione dell'Onu che appare del tutto problematica, salvo che nel frattempo si concluda positivamente il negoziato in corso per giungere a un governo di unità nazionale che vi si dichiari consenziente. E sarà soprattutto condizionata dalla dimostrata capacità reattiva delle guardie costiere dei due esecutivi che si contendono il governo del Paese e non sono disposte a tollerare violazioni della loro (pur limitata) sovranità.
Per converso restano piuttosto in sottotono o bisognose di ratifica del prossimo Consiglio le altre disposizioni: dall’accordo per la ricollocazione di 40 mila profughi nei prossimi due anni da Grecia e Italia e di 20 mila dai campi profughi, ma quote obbligatorie addio.

L'Ungheria dà il cattivo esempio

Il premier ungherese Viktor Orban.

Saranno gli Stati a decidere entro luglio e a maggioranza qualificata per un meccanismo «temporaneo ed eccezionale» ad hoc.
Per il resto - strutture per l'identificazione e la registrazione dei migranti, sostegno finanziario per i Paesi 'in prima linea', accelerazione dei rimpatri, eccetera - ci si accontenterà di previsioni da verificare nella fattibilità, costi, tempi, opportunità.
Intanto però si ergono sbarramenti alle nostre frontiere alpine. L’Ungheria di Orban (che nel 2014 ha accolto più rifugiati pro-capite dell’Unione dopo la Svezia) si prepara a costruire un muro di 175 chilometri.
UN CONTINENTE INCAPACE DI ESSERE UNITO. Il nostro ministro dell’Interno parla di rottura del muro di Dublino. E lo stesso schieramento militare nel Mediterraneo non evoca immagini né di accoglienza né di gestione del fenomeno coerente con i principi e gli ideali di cui ci facciamo vessilliferi nel mondo.
Sono ben lontano dalla “provocazione” fatta da ultimo da Legrain sul New York Times a favore della libertà di movimento dei migranti, perché a suo dire l’immigrazione è ciò di cui i Paesi europei hanno bisogno per diminuire il debito pubblico, invertire la tendenza del loro declino demografico e rafforzare più in generale un continente vecchio e in crisi.
Ma sono ancora più lontano dal respiro corto e un po’ maleodorante di un continente incapace di una coesione programmatica e gestionale all’altezza della sfida, congiunturale e strutturale che l’ha investita, complici forse determinanti le correnti xenofobe che attraversano l’Europa e il nostro stesso Paese.
È FORSE ILLEGALE AVERE FAME? Temo che il prossimo Vertice non andrà al di là di quanto prevedibile adesso, ma sono anche convinto che dovrà presto aggiornare la sua flebile e insicura linea di gestione di questa sfida. Nel congiunturale, vedi Calais, cioè l’emergenza, ma anche nello strutturale, cioè le sue cause: le guerre che attraversano il Nord Africa e il Medio oriente, dalla Siria alla Libia passando per l’Iraq, rispetto alle quali l’Occidente non può certo dichiararsi innocente, mentre è fin troppo evidente la sua incapacità e/o disponibilità ad affrontarle in coerenza con la sua parte di responsabilità; il terrorismo di matrice islamica che attraverso le più diverse “mutazioni” prodottesi per sporogenesi dal ceppo originario di Al Qaeda sta seminando terrore e fughe di massa dal Medio oriente all’Africa.
Ne è clamorosa manifestazione l’Isis che, trascurato mentre gettava le fondamenta dello Stato islamico nel cuore della geografia politica del Medio oriente, sta ora tenendo testa, paradossalmente ma non tanto, a una coalizione internazionale apparentemente formidabile.
E infine la fame e/o la spinta a perseguire il progetto di una nuova vita anche a costo di perderla, quella che sta all’origine della migrazione definita “economica” e dunque suscettibile di essere collocata nell’area dell’illegalità, della clandestinità. Quasi che sia illegale avere fame. Aspettiamo comunque il prossimo Vertice europeo.

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