Università Proteste Riforma 150625181112
ISTRUZIONE 26 Giugno Giu 2015 1100 26 giugno 2015

Buona università, la riforma di Renzi: più privatizzazione

Dopo la scuola, tocca agli atenei. Nelle bozze «meno pubblico» e contratto unico. Ma i precari: «Assist ai soliti noti. I guai veri? Tasse alte e troppi corsi online».

  • ...

Dopo «la buona scuola», «la buona università».
Il premier Matteo Renzi non fa mistero da un po' di voler mettere le mani anche nell'organizzazione e nella struttura delle facoltà, chiuso il capitolo dell'istruzione secondaria.
«Il 2015 è l'anno costituente per gli atenei», ha annunciato.
Esponenti del suo governo hanno delineato pubblicamente i cardini della riforma universitaria, della quale sono anche circolate bozze ufficiose (ma attendibili).
Un progetto sulla falsariga del disegno di legge sulla scuola e del Jobs act, da presentare nell'autunno del 2015.
SÌ ALLA PRIVATIZZAZIONE. Il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini e la responsabile del Partito democratico per la Scuola, l'università e la ricerca Francesca Puglisi hanno accennato «all'obiettivo» di liberare gli atenei dai «vincoli del pubblico impiego». In altri termini, privatizzazione dell'istruzione pubblica.
«Alla politica spetta stabilire i fini, stanziare le risorse e valutare i risultati. Poi basta», ha aggiunto il sottosegretario del Miur Davide Faraone.
«FINITI I TEMPI DEL 6 POLITICO». E nei suoi tanti interventi Renzi ha chiosato: «Non è accettabile che gli atenei siano soggetti alle stesse regole dei piccoli Comuni o che sia il Tar a decidere sull'accesso ai corsi di laurea. È finita la stagione del 6 politico».
Questa è l'aria che tira.
La «buona università» contempla anche l'aumento dell'autonomia degli atenei, cioè dei già potenti rettori, e la riorganizzazione normativa della giungla dei precari (assistenti, ricercatori, collaboratori), in un contratto unico a «tutele crescenti».
TAVOLI AL VIA DA SETTEMBRE. I tavoli di consultazioni con le «parti coinvolte» dovrebbero partire a settembre.
Ma non è chiaro - spiegano a Lettera43.it i rappresentanti dei lavoratori universitari, che sono la carne viva su cui incidere le riforme - quanto della «buona università» sia stato già deciso, in questi mesi, tra pochi e selezionati addetti ai lavori.
E quanto tempo e margine di modifica sarà lasciato invece, passata l'estate, alle rappresentanze anche sindacali.

Per i ricercatori «il quadro è allarmante»

In primavera si annunciavano grandi manovre.
Il 26 febbraio il Pd ha organizzato lo Youniversity.lab, tavolo tra il ministro Giannini e una ristretta cerchia tra rettori, prorettori, docenti di spicco degli atenei e l'entourage renziana, capitanata da Puglisi.
Dopo Pasqua sarebbe anche dovuto essere rilasciato un documento ufficiale, architettura embrionale della riforma: uno «sblocca università che da un lato elimini le norme e i lacci inutili, dall'altro dia certezza lavorativa a chi è impegnato nei nostri atenei», aveva anticipato la responsabile del Pd.
Ma, a quanto pare, il capitolo tormentato della «buona scuola» - in approvazione con la fiducia in parlamento, scavalcando così il lavoro della Commissione ad hoc - ha rallentato l'agenda sull'università.
IL MODELLO AZIENDA. Il governo ha promesso una «lunga fase di ascolto, l'impianto finale terrà conto di quanto emerso dalle controparti». Ma c'è chi ne dubita.
Piero Graglia, animatore della Rete29Aprile nata contro la riforma Gelmini, ex ricercatore, ora professore associato all'Università di Milano, teme che dietro la «promessa della meritocrazia, che è un cavalcare di luoghi comuni», non si nasconda un tentativo di cambiamento.
Bensì di potenziamento delle passate riforme (al ribasso) dell'istruzione.
Un'università-azienda dove il «darwinismo sociale» la farà da padrone.
«SLOGAN E BUGIE». «Un quadro allarmante», racconta a Lettera43.it, «delle cosiddette giornate di ascolto si enfatizzano gli slogan governativi sul Jobs act degli atenei e sulla deregulation, non le richieste della base sull'aumento dei finanziamenti e l'immissione di veri ruoli. Poi, si diffondono grosse bugie sul mondo dell'università, altri slogan. Che in Italia, per esempio, ce ne siano troppe, in realtà gli atenei sono 66».
«MACCHÉ TASSE BASSE». Non si chiudono invece le università telematiche online riconosciute del Miur, «quelle sì, cresciute a dismisura. Poi si ripete continuamente che le tasse per gli studenti sono troppo basse», conclude Graglia, «al contrario si pagano circa 1.400 euro l'anno. Secondo la classifica Ocse dei Paesi industrializzati, in Italia le tasse universitarie sono inferiori solo alla Gran Bretagna».

Il giallo della bozza del Pd e la mobilitazione dei precari

Il premier Matteo Renzi assieme al ministro dell'Istruzione Stefania Giannini.

La pietra di paragone sono gli Usa della meritocrazia e del liberismo.
Ogni anno, solo per Harvard, si investono 4 miliardi di euro. In Italia con 7 miliardi di euro va avanti tutta l'università pubblica.
Questo sistema impoverito resta in vita grazie al lavoro di migliaia di docenti a contratto non retribuiti e di ricercatori sottopagati (ma che fanno anche molto altro), ingrossati di anno in anno con i tagli alla cultura e all'istruzione.
Il premier rottamatore promette lo sblocco del turnover e un contratto unico - migliore - per la selva dei precari, ma a patto che la parola d'ordine sia «meno pubblico»: il mantra anche dei pochi, soliti baroni, e dei loro figli e nipoti.
Di ruolo, loro sì, nelle università, e anche ben retribuiti dalle casse pubbliche per fare gli interessi degli imprenditori.
RIFORMA DEI BARONI. L'8 aprile, al workshop “Positive University” di San Patrignano, presente anche l'ex ministro all'Istruzione Letizia Moratti, rettori e industriali di questo Ghota chiedevano un'«università bene pubblico ma non Pubblica amministrazione», e «docenti non più considerati, a tutti gli effetti, dipendenti pubblici», un obiettivo purtroppo «fallito dalla riforma Gelmini».
CONTRATTO UNICO. Compito ora di Renzi? Nella misteriosa bozza sulla «buona università» finita online - dalle proprietà del file in pdf, un documento del 2015 del sottosegretario agli Affari regionali Gianclaudio Bressa (Pd), compagno di Puglisi - tra le «azioni quasi tutte a costo zero» spiccano «restituire autonomia agli atenei con l'uscita dell'università dal campo di applicazione del diritto amministrativo» e «un contratto unico a tutele crescenti», «come nel Jobs act».
Dettagli di una bozza in circolazione «tra gli addetti ai lavori del Pd, alcuni docenti e ricercatori scelti, diversi rettori», non identica ma nella sostanza simile al pdf, sono stati diffusi anche dal quotidiano Repubblica.
UN AUTUNNO CALDO. Alla Rete dei ricercatori non strutturati (assegnisti, borsisti di ricerca e dottorandi) non risultano avere avuto ancora luogo incontri del Miur, neanche informali.
«Noi siamo stati individuati dal ministero dell'Istruzione, ma per il monitoraggio con tutti gli interlocutori che sappiamo partire dall'autunno», spiega la responsabile del Barbara Saracino, «e per quel che ne sappiamo, il progetto è ancora una bozza di Renzi, l'iter della buona scuola ha rallentato il dossier sull'università».
LA RETE SI MOBILITA. Ma sulla riforma dei contratti pre-ruolo accademico la Rete vuole farsi trovare preparata, con proposte proprie. «Abbiamo lanciato una serie di assemblee nazionali in tour per l'Italia», racconta Saracino a Lettera43.it, «non capiamo per esempio come i contratti accademici, che non sono regolati dai contratti nazionali collettivi, possano essere accorpati in un contratto unico. Quanto durerà poi la concertazione? Si aprisse a settembre per votare a ottobre, dobbiamo essere pronti».

Correlati

Potresti esserti perso